La resilienza non è roba da Superman

Ancora a parlare di resilienza? Sì, perché si tratta di una delle qualità più equivocate degli ultimi anni.

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Tempo di lettura: 3 minutiDopo aver sentito parlare di resilienza anche nei programmi televisivi pomeridiani o persino al citofono è difficile non leggerne ancora e pensare “Ancora di resilienza parliamo? Davvero?”. Del resto si tratta della parola più tatuata del 2018 (non è vero ma potrei non sbagliarmi affatto).

Ebbene sì, ma da un punto di vista un po’ diverso. Ti va di seguirmi?

Una qualità umana, molto umana

La resilienza è comunemente intesa come la capacità di resistere a condizioni particolarmente avverse. È un atteggiamento mentale che si applica a diversi campi: esistenziale (resistere alle difficoltà della vita), fisico (resistere a sforzi, carichi), sportivo (resistere alle sfide e soprattutto ai rovesci della fortuna, senza abbattersi).

È verissimo e in gran parte è proprio così che funziona. Le persone resilienti, che siano semplici mortali o sportivi pazzeschi, hanno una grande resistenza mentale che permette loro di superare i rovesci della fortuna, in ambito esistenziale o sportivo.

Questa almeno è l’immagine che comunemente se ne ha. Il resiliente è una specie di blocco di granito inscalfibile. Inutile specificare che un’interpretazione del genere è molto superficiale. È senz’altro vero che i resilienti sono così ma c’è molto di più.

Gli studi sulla resilienza sono anche noti come ricerca sullo stress perché studiano la capacità di reazione degli esseri umani sottoposti a forti pressioni. Quello che moltissimi studi hanno evidenziato è che chi ne è dotato ha altre caratteristiche mentali:

  • è empatico
  • è realista
  • è focalizzato
  • vuole restituire alla comunità ciò che il suo talento gli ha fatto avere

Come vedi non si tratta di caratteristiche soprannaturali. Il resiliente non ha una tuta che resiste alle granate atomiche né proviene da un pianeta fatto di adamantio che l’ha reso indistruttibile. Ciò che ha di particolare il resiliente è che ha caratteristiche umane, molto umane. E in quantità superiori alla media.

Si diventa resilienti, non si nasce resilienti

Sfatiamo un altro mito: non si nasce resilienti. Lo si diventa allenando la mente a resistere e a reagire alle avversità, aiutandosi con l’empatia (cioè con la capacità di provare le emozioni altrui), il calcolo e la necessità di condividere e restituire.

Fra i primi soggetti resilienti a cui gli studiosi si sono interessati ci sono i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Chi meglio di loro poteva dimostrare che la mente e il fisico umano sono capaci di cose incredibili? Immaginare delle persone ridotte dalla folle violenza nazista a vivere in quello stato avrebbe fatto credere a chiunque che fossero destinate a soccombere, e invece tanti sono sopravvissuti. Hanno trovato nell’empatia e nella condivisione un motivo per resistere.

Il resiliente attua un meccanismo di difesa molto umano e molto preciso: non si sente solo e per farlo cerca connessioni con altri esseri umani. Chi si sente solo non può resistere. Chi si sente parte di un gruppo riceve forza da quello che può fare per il gruppo.

Il resiliente è inoltre molto concentrato sul presente. Sa che tutte le sue forze devono essere focalizzate su quello che sta accadendo, non sul passato o sul futuro. Un esempio? Lo sportivo resiliente che è in difficoltà non pensa a tutte le volte in cui lo è stato nel passato e ha ceduto né pensa che a breve potrebbe fallire. Pensa solo a risolvere e rovesciare una situazione che lo vede perdente. Vive nel presente.

Imparare a essere resilienti

Non è un percorso breve né semplice ma un elefante si mangia un boccone alla volta. Cosa significa? Significa che per cambiare atteggiamento bisogna iniziare a modificare le piccole abitudini, in questo caso stimolando l’empatia. Chiedendo alle persone che si amano come stanno. Parlando e interessandosi. Creando o rinsaldando le connessioni, insomma. Sentendoti parte di un tutto più grande di te (la famiglia, la comunità, l’umanità) dai un senso alla tua vita perché ciò che fai e le difficoltà che superi non sono riferite solo a te stesso ma vanno a beneficio di qualcosa di più grande di te. Non sottovalutare mai quanto bene faccia stare sentirsi parte di qualcosa, averne cura. Sono connessioni e appartenenza e l’uomo è un animale sociale che non tollera di non sentirsi parte di un gruppo, odia essere isolato e marginalizzato.

Non devi fare 300 flessioni?

Ti aspettavi che ti suggerissi una tabella di allenamento per diventare resiliente? Mi spiace deluderti, non ho esercizi da consigliarti. Non servirebbero. Non si tratta infatti di fortificare il fisico ma la mente. Guardala dal lato positivo: ti sto dicendo che devi fare nessuno sforzo fisico. Devi farne uno mentale e si riassume in poche cose cui dovresti pensare ogni giorno:

  • Pensa ad essere sempre positivo
  • Pensa ad avere cura di chi ami
  • Pensa che le connessioni e i rapporti umani disinteressati sono più importanti di una medaglia
  • Pensa ad essere concentrato nel momento presente su quello che fai
  • Ama

Non sono cose semplicissime. È più facile essere egoisti ed egoriferiti. È più facile pensare di essere perseguitati dalla sfortuna. È più facile lamentarsi.

Quindi concludo dicendoti ciò che un resiliente NON è:

  • Non è una persona egoista, anzi
  • Non è convinto che le avversità siano un complotto interplanetario ordito contro di lui
  • Non si lamenta mai
  • Sceglie sempre di amare, mai di odiare
  • Se proprio non riesce ad amare sceglie di ignorare (che è un altro modo per dire che si concentra solo sul momento presente per risolvere un problema).

Quindi: chi preferisci essere?

(Photo by King Lip on Unsplash)

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