La prova costume vista da una runner

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Il concetto di prova costume, per quanto mi riguarda, viaggia, e non indisturbato, tra il ridicolo e l’assurdo. Certi affari vanno presi, guardati da vicino, sezionati, girati e rigirati, per vederci dentro e scoprirne, nel caso ce ne fossero, tutte le fregature.

E questo è certo il caso della suddetta prova. Innanzitutto, ragioniamo sul termine prova, perché tutti possiamo facilmente considerare che le prove che ci troviamo ad affrontare nella vita sono ben altre, maggiormente consistenti e degne, a volte imprevedibili e controverse, ma sembra comunque che, in un modo verrebbe da dire un po’ masochistico, siam sempre pronti a inventarne di nuove, finanche a trovarne una che ci tiene in scacco per un po’ di mesi, se non per tutto l’anno: prepararsi alla prova costume, superare la prova costume, essere pronti per la prova costume. Le parole hanno un preciso significato e, ahimè, capita che diventino una spada di Damocle, una nube oscura che ci si appoggia sulle spalle e ci schiaccia, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Perché se chiamiamo “prova” il fatto di dover indossare, a un certo punto dell’estate, il costume, sarete d’accordo con me sul fatto che il termine si porta dietro già di per sé una fastidiosa sensazione di ansia: come si supera questa prova? Devo fare un quiz, un test, un’interrogazione orale? Ci sarà una commissione a valutare la mia preparazione? Un terribile professore di quelli che sanno tutto mi farà sentire necessariamente ignorante rispetto alla sua onniscienza? No, no, niente di tutto ciò. Scusate se ridicolizzo, se faccio dell’ironia, ma penso di avere centrato il punto e vado avanti un po’.

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L’esame della prova costume non prevede il giudizio di un illuminato, ma piuttosto quello del genio del male. Non c’è commissione, ma un agglomerato di famiglie in fila sotto agli ombrelloni, sul bagnasciuga col gelato, sdraiate sui lettini con le gambe un po’ divaricate dalla posizione supina. Non c’è commissione, ma compagnie di ragazzi unti di olio coi capelli perfetti, che ti chiedi come cavolo fanno a uscire dall’acqua senza che si sia mosso nemmeno un ciuffo e ragazze truccate perfettamente perfette, che a quarant’anni, come sono gli anni che ho io, ti chiedi perché ai tuoi tempi solo le signore appartenenti alla nobiltà potevano permettersi il mascara sotto il sole, che tutte noi poveracce saremmo sembrate quanto meno fuori luogo. Non c’è commissione, ma madri urlanti che chiamano i figli a mangiare le lasagne all’ombra, a mezzogiorno, nelle spiagge della riviera romagnola o donne col cappello a tesa larga nelle calette chic dei nostri meravigliosi mari. Siamo pur sempre in Italia, il folclore non manca mai… allora mi chiedo, perché non ridare a certe questioni la leggerezza che meritano e pensare, che quale prova e prova, si tratta solo di indossare qualcosa inventato chissà quanto tempo fa, perché potesse adempiere al suo compito, quello di non essere troppo scomodo in acqua. Certo il micro bikini richiederebbe una certa fisicità rispetto ai mutandoni degli anni ‘40, ma se si tratta alla fin fine della paura del giudizio, se si tratta alla fin fine di sentirsi bene nel proprio corpo, di poter camminare coi piedi nell’acqua e godere del proprio tempo e di se stessi, senza l’ansia di una commissione immaginaria che ci osserva, allora è il caso di prendere le cose partendo da un diverso punto. Il problema non è la palestra che abbiamo o non abbiamo frequentato, le verdure che abbiamo o non abbiamo mangiato, i muscoli tonici o la cellulite… il problema è che ci siamo fatti venire il panico anche per andare in vacanza (vacanza, termine che dovrebbe significare tutte quelle belle cose che vanno dal relax al divertimento).

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A un certo punto bisogna dirlo: che corpo abbiamo? Il corpo di una donna che ha avuto figli e lavora e non può vivere in palestra? Il corpo di un uomo che preferisce leggere piuttosto che pomparsi i muscoli, quello di un essere umano a cui piace tanto mangiare carboidrati come se non ci fosse un domani? Cosa c’è dietro a un chilo in più, o in meno? Dietro alle rotondità di un corpo femminile che madre natura ha voluto prosperoso e fiero o dietro alla magrezza di una sottile figura che magari, proprio nei mesi prima della famigerata prova costume, si è trovata in un brutto momento della vita, ha sofferto ed è come un po’ consumata, secca secca tanto quanto è stanca, che uno dovrebbe guardarla e pregare che i giorni le restituiscano il sorriso e non ergersi su un piedistallo e farle la scansione. È troppo magra, troppo grassa, troppo molliccio sulla pancia, troppo alta per essere una donna, troppo basso per essere un uomo, ha le cosce troppo larghe, i fianchi troppo stretti… ma quand’è che riusciremo pacificamente, si fa per dire, a pronunciare, a voce alta e senza rimorsi, che di troppo c’è solo una cosa: la cretinaggine di alcune persone.

Il centro di tutto questo mio dire penso infine sia questo: non tutti gli esseri umani hanno tempo e soprattutto voglia di sostenere questi inganni, che la nostra società malata ha chiamato, meschinamente, prove.

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Che il Running Heart di oggi si riempia di un po’ di sano orgoglio è l’augurio che faccio a tutti noi. Che si guardi allo specchio, dia una bella pacca sul ventre rilassato e sui quadricipiti che non son più quelli di una volta, forse, e in un moto di consapevolezza ispirata dichiari: la prova costume fattela tu, io ho altro a cui pensare. Per esempio, io ora devo andare a correre e la corsa non è uno di quegli sport che ti ingrossa i pettorali, non è uno sport che si fa per il proprio corpo, ma innanzitutto per lo spirito. Chi ne ha fatto lo sport della vita lo sa bene, i benefici sul fisico sono solo l’effetto secondario della passione che ci muove per le strade dei posti in cui viviamo. E allora guardiamo questo mondo per ciò che è, che le platee e i tribunali hanno francamente un po’ stancato. Guardiamo il mondo per ciò che è, ovvero nostro, finché siam qua… spiagge comprese.

Buone vacanze runner, che siano speciali, e che il nostro sguardo possa sempre essere pieno di amore verso tutto ciò su cui si posa.

 

(Photo by apid on DepositPhotos)

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Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

1 COMMENTO

  1. Ciao Federica, grazie di questo appassionato testo! Io
    sono una runnet che vive in Finlandia. Corro come dici tu
    per lo spirito, per combattere il buio dell’inverno
    , corro con la pioggia e con 2 gradi e neve :)

    Qui siamo coperti di vari syrati di sbiti per la maggior parte dell’anno, l’estate é
    breve e quando ti metti i pantaloncini corti sembri un
    gelato alla vaniglia da quanto sei bianco! Quindi oltre il fisico
    la prova costume é anche ”ma quanto sei bianca…”!

    Ma grazie al tuo testo quest’anno sulla spiaggia sarda che mi aspetta dico… ma chi se ne frega! Perché per noi abitanti del nord il sole é talmente che raro che non me lo lascio rovinare dalla ’prova costume’!

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