La prestazione massima

Cos'è il picco prestazionale? Come lo si raggiunge? Con la pazienza, gli errori e le correzioni. Fino a fare qualcosa bene senza sforzo.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 3 minutiIn inglese il massimo che puoi dare ha un bel nome: si chiama “peak performance”, il picco prestazionale. È l’espressione del tuo massimo potenziale e, se mai l’hai raggiunto, sai di cosa si parla.

Il picco non è il culmine dello sforzo

Verrebbe naturale pensare che per raggiungere il massimo della prestazione fisica sia necessario anche sforzare il proprio corpo ai limiti o oltre. Per certi versi è così, ma chi ha provato l’esperienza del picco della performance ha osservato anche altro. L’espressione massima delle capacità fisiche avviene in uno stato mentale di relativo scarso sforzo. In altre parole: stai andando al massimo e lo senti fisicamente ma la cosa ti costa relativamente poco. Lo sforzo richiesto è messo in secondo piano dal fatto che in quel momento – ecco un’altra bella espressione inglese – sei “nel flow”. Sei in un flusso nel quale tutto va per il verso giusto e il corpo lavora in armonia con la mente. Sei in uno stato di grazia.

Come apprendiamo cose nuove

E ora le brutte notizie: non si raggiunge questo stato perché ti succede un miracolo. Non ti sveglierai domani mattina e sarai diventato Eliud Kipchoge. Lo stato di flow o “di grazia” è, secondo lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, il vertice di una piramide che si applica a qualsiasi attività umana, dallo sport a imparare a suonare il pianoforte o a guidare un’auto. Si chiama “I quattro stadi della competenza” ed è composta daile diverse fasi che ognuno di noi attraversa per raggiungere la competenza suprema, ammesso che ci riesca ;)

Partiamo dal basso:

Incompetenza inconsapevole

Non sai fare qualcosa e non sai nemmeno di non saperla fare. Non sai niente di niente perché sei all’inizio dell’apprendimento di qualcosa di nuovo. Devi imparare le basi e infatti sei alla base della piramide.

Incompetenza consapevole

Hai imparato i fondamenti e quindi capisci che quello che fai a volte va bene e altre meno. Stai correggendo i tuoi errori perché conosci ormai i fondamenti e sai quello che dovresti fare anche se non riesci ancora a farlo.

Competenza consapevole

Ormai hai imparato a fare questa nuova cosa (a guidare, a fare il pane, a correre!) e la fai bene, ma non senza un certo sforzo. Devi controllare i parametri, ti è richiesto ancora uno sforzo mentale per farla bene.

Competenza inconsapevole

Eccoci giunti al vertice della piramide. Da qui si osserva il panorama più bello, vasto e completo. Sei arrivato nel Nirvana della Competenza: sai fare benissimo una cosa senza pensarci nemmeno. Si chiama non a caso competenza inconsapevole perché vuol dire che fai bene senza sforzo mentale. Sei nel flow, nello stato di grazia: le cose ti riescono facili e perfette senza apparente sforzo. Lo sforzo in realtà l’hai già fatto per raggiungere questa vetta, non dimenticarlo.

Il sentiero che conduce alla vetta

A questo punto potresti chiederti come arrivare a questo stato di grazia.  A chi non piacerebbe correre a un miliardo all’ora senza pensarci nemmeno? Arrivarci non è facile e prevede – come si è detto prima – il completamento dei passaggi precedenti. Anche rimanerci non è per niente facile. Neppure i più forti atleti raggiungono sempre il picco. Fallire è umano ed è naturale non essere in giornata a volta. Secondo Brad Stulberg, che ne parla su Outside, gli strumenti di misurazione che usiamo per misurare le nostre prestazioni sono molto utili nella terza fase di competenza consapevole: ci forniscono dati sui progressi (o i regressi) e ci permettono di analizzarci e migliorarci. Allo stesso tempo sono un ostacolo al raggiungimento della vetta perché sono un filtro fra noi e lo stato di grazia che è raggiunto solo entrando nel flow senza alcuna mediazione. Succede quando non pensi a quanto stai andando, a che scarpe hai e a che tempo fa. Corri e basta, nel momento presente, senza sforzo.

E poi c’è la via di RunLovers

Parlando di picco di prestazioni è immediato pensare alla velocità massima. Ovvio. Ma ci piace più definirlo, appunto, “stato di grazia”. Succede quando correre è un puro piacere e della velocità e di tutto il resto non ti interessa molto. Perché quando sei in quello stato stai bene e basta e il beneficio mentale è superiore al personal best fatto su una oscura provinciale avendo come pubblico una lepre e un asino annoiati. Lo stato di grazia è una condizione mentale che rende tutto il resto molto relativo e distante. Hai corso – lento o veloce non conta – e sei stato bene. Non importa nient’altro. La vetta l’hai conquistata e poco importa se a saperlo sei solo tu. Il panorama è stupendo, non trovi?

(via Outside – Photo by Paula May on Unsplash)

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