La fede corsistica

Oggi vi voglio parlare della fede corsistica. Se c’è un fede calcistica, non vedo perché non può esistere una fede che ha a che fare col mondo della corsa. Ma c’è una differenza sostanziale tra le due ed è bene sottolinearlo: la fede di cui sto dicendo non è rivolta all’esterno, verso qualche mito o idolo, non la si ritrova in una qualche incarnazione di idea ideale in una squadra.

Questa fede non sempre fedele, che scrivo a lettere minuscole solo per rispetto religioso, è la fede in noi stessi e nelle nostre possibilità. Ho detto possibilità, non capacità, perché la possibilità che sempre abbiamo, e che la fede in noi stessi è in grado di sostenere, è dell’ordine dell’infinito e agisce proprio sulle capacità di cui necessariamente dobbiamo servirci per agire in generale su questa terra. Nello specifico del nostro caso, per correre.

A volte correre è facile, vero? A volte penso: basta uscire di casa e mettere un piede davanti all’altro, aumentare il ritmo e continuare fino a quando si resiste; è una delle prime cose che abbiamo imparato da piccoli, piccolissimi. I bambini camminano e poi si lanciano in goffe corse… lo sa bene chi è genitore o chiunque si sia trovato in ansia a rincorrere, di solito per salvargli la vita da un pericoloso ostacolo, un essere umano di ottanta centimetri intento a sperimentare questa incredibile nuova capacità acquisita. Appunto quella di aumentare il ritmo e la velocità dei propri passi.

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Eppure correre, per noi alti all’incirca dal metro e cinquanta in su, non è sempre facile.
Io ho il sospetto che i motivi siano fondamentalmente due.

I veli

Il primo è che abbiamo dimenticato che è la natura stessa ad averci guidato verso l’apprendimento della corsa e che questo istinto a questo specifico tipo di movimento è insito in ognuno di noi. Basterebbe ricordarlo, togliere i veli della rimozione che ci hanno allontanato dal bipede cacciatore che siamo stati, i veli fatti della razionalità a cui ci affidiamo a tutti i costi, terrorizzati come siamo dal lasciarci guidare dal cuore, i veli che abbiamo imparato ad usare come armature contro le minacce del mondo moderno, che non son più negli animali feroci che da prede facilmente diventavano predatori. Ma sono altrettanto pericolose per la nostra vita, perché sopprimono la vitalità, perché sottraggono energia, la schiacciano al di sotto delle stupide produzioni sabotatrici che solo la nostra cara vecchia mente sa orchestrare così bene. Simpatici prodotti dell’ego, come la minaccia del fallimento, dell’abbandonarsi a un’idea, a un progetto, a una persona perché no, che potrebbe causare del dolore, ferirci.

Ed ecco il secondo motivo: la paura.

La paura

Perché mai il richiamo istintivo che sentiamo verso la corsa viene soffocato da sciocche incombenze? Cose tipo, Avrò tempo per correre? Non sarò troppo stanco? E se non riesco ad allungare i chilometri? E se non riesco a migliorare i tempi? Ma cosa si nasconde dietro, dentro, oserei dire, a questo dialogo interno, se non la paura del fallimento? E cosa può scardinare questo meccanismo subdolo, se non la fede corsistica in se stessi?!

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Quale fallimento potrà mai esistere se smettiamo di paragonarci agli altri e proviamo semplicemente a godere del momento concreto in cui usciamo a correre, al nostro naturale fanciullesco ritmo, senza la pressione del confronto, se proviamo persino a godere del sogno di correre tutte le maratone del mondo, finché le gambe ce lo consentiranno?

Poter fare

Le possibilità infinite che abbiamo stanno nel desiderio che ci abita di poter fare ciò verso cui siamo chiamati. Il poterlo o non poterlo fare dipende solo da noi e dal lusso che ci concediamo di fare secondo le nostre peculiari caratteristiche, che forse non sono quelle di chiudere una maratona in tre ore, forse nemmeno in quattro.

So che desterò gli animi di chi tiene molto alle prestazioni e le parole che scrivo non sono contro la volontà di correre veloce, più velocemente possibile, ché correre veloce è una delle cose più divertenti che si possano fare. Le parole che scrivo non sono contro a nulla, se non al maledetto vizio che abbiamo di giudicare noi stessi e di chiederci di conseguenza cose che non hanno davvero a che fare con noi, ma che ci sono state inculcate.

La mente che mente

Sarebbe bello correre con un po’ di ironia, giocare a correre qualche volta, credere, avere fede di potercela fare nel modo unico e incredibilmente speciale in cui possiamo farlo, qualunque esso sia. Perché, sorpresa delle sorprese, è proprio quando permettiamo a noi stessi di essere ciò che siamo, anche delle lumache schiappe appesantite dalla vita, se fosse proprio il nostro caso, che evolviamo.

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Il rispetto di noi stessi è l’arma più potente che abbiamo per andare verso la grandezza che ci aspetta oltre al fastidioso rumore della mente, che mente, si sa, e non si fa i fatti suoi quando è il nostro cuore a scegliere l’impresa in cui ci volgiamo cimentare. La grandezza di una maratona in cinque ore, o in quattro, tre, ma cosa importa in fondo? Chi può misurare la grandezza dell’amore? E scusate, cos’è, se non amore, quel sentimento potente che ci motiva ad allacciare la scarpe e a partire ad esplorare?

L’ha detto anche Einstein

Ha detto Einstein, sì, proprio lui: “Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”. E perché dobbiamo per forza contare la realizzazione di un sogno, come se un tempo prestabilito potesse dire qualcosa dell’impegno, della perseveranza, della caparbietà di un essere umano che ha deciso di usare il proprio corpo, alto o basso, magro o in carne, gambe lunghe o gambe corte e magari son lunghe le braccia, che a poco servono per correre veloce, di usare il corpo per quarantadue e più chilometri di passione e amore incondizionato nei confronti della vita.

Quel qualcosa

Son sentimentale, è vero, ma non è che mi impegno meno. Le mie scarpe sono sempre lì, a chiamarmi verso l’avventura selvaggia dell’essere umano che vuole qualcosa a tutti i costi e per andare a prenderselo corre. Corre come può, cammina forse, ma ci arriva con le sue incredibili benedette gambe.

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Quel qualcosa cos’è? Chiedetelo al Running Heart che continua imperterrito a sognare, anche se trova un fallimento di qua, un ostacolo di là. Imperterrito quasi ti costringe a prendere la scarpe e a uscire in fretta, che tu gli diresti “aspetta, almeno lasciamele allacciare!”. Ma non c’è tempo, sei nell’unica fretta che val la pena assecondare, quella della vita che chiede di farsi celebrare.

Allora oggi vi dico, prendiamoci il tempo per vivere ciò che un tempo non avrà mai, perché sempre dovrebbe essere: il tempo di correre felici, che felici si arriva lontano, al traguardo e anche oltre, che felici si arriva ovunque vogliamo andare, al quarantaduesimo chilometro e chissà dove. Di sicuro nel posto più prezioso che abbiamo e che è nel cuore.

Che il Running Heart ci sostenga sempre, nella vita più viva che ogni giorno viviamo, con tutte le sue maratone.

 

 

(foto principale: mimagephotos)

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Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

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