Io tifo per i perdenti

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C’è qualcosa della corsa che è davvero metaforico rispetto alla vita, rispetto a noi stessi, che ci svela la sostanza di cui siamo fatti e quanto riusciamo ad evolvere, a cambiare. Migliorare richiede impegno, dedizione, forza d’animo, coraggio. Non è così forse anche per le cose stessa della vita?

Correre richiede la curiosità di esplorare nuovi percorsi, l’audacia di mettersi alla prova in imprese che spaventano, la forza di mirare dritto all’obiettivo e non farsi troppe menate mentali. La corsa può essere impietosa. A volte o ce la si fa, oppure no. A volte si fallisce. Ma non penso che la differenza tra le persone sia questo aspetto a farla. La differenza la fa la volontà di non demordere, lo spirito che rialza alcuni che tentano e ritentano e non ci sono scuse, mentre abbatte altri e li lascia in balia dei loro alibi.

Il mito della performance

Nella nostra società cresciamo col mito della performance, del successo e soccombiamo a questi assurdi diktat che ci martoriano, ci indeboliscono, ci fanno sentire inadeguati quando non riusciamo a dare il meglio di noi, ci portano a giudicare continuamente noi stessi; questa società malata non ci insegna che a volte un successo è preceduto da mille fallimenti, che non nasciamo all’apice delle nostre possibilità e che bisogna lavorare sodo per arrivare. Altra questione che fa la differenza: non avere paura della fatica, non temere i sacrifici che si dovranno fare.

È difficile certo, lo so, ma bisognerebbe imparare a mettere tutta la forza che abbiamo per vivere secondo i nostri desideri, per fare ciò che appartiene ai nostri sogni, senza lasciarsi definire dal successo o dall’insuccesso, senza mettersi etichette che diano un nome a ciò che siamo, ma imparando a guardare noi stessi attraverso gli sforzi che facciamo, attraverso i tentativi, attraverso la volontà di migliorarsi. Attraverso il percorso che costruiamo, che è sempre più nobile l’animo che tenta all’infinito anche se non riesce, piuttosto che quello che avrebbe tutto il necessario ma si risparmia.

Io tifo

Io tifo per i perdenti che non demordono e diventano vincenti prima o poi, eccome se lo diventano, anche se solo per pochi, anche se non verranno glorificati. Tifo per chi lotta nell’ombra e ci prova, tifo per chi ha superato le vessazioni, le cattiverie, le difficoltà e ha trovato in qualcosa della vita una nuova meraviglia per cui valeva la pena. Una meraviglia come la corsa, o la pittura, la scrittura, o l’imprenditoria o la pallanuoto. Non importa cosa, importa come. Importa come gli occhi si sono riaccesi di fronte alla passione, importa come viviamo cercando di rispettare gli altri, di non ferirli, di donare amore a chi ci è vicino e anche a chi ci è lontano.

La bellezza degli esseri umani sta nel fatto che abbiamo l’incredibile risorsa di poterci guardare dentro… e se abbiamo anche il coraggio di guardare le parti brutte, le debolezze, i lati oscuri, allora nulla ci può fermare. Perché è lì che esiste la vera occasione di cambiare.

Così il mondo si fa un po’ migliore.

Un running heart dopo l’altro, a terra presi a calci, poi su dritti rinforzati.
Un running heart dopo l’altro, sdraiati sfiniti dalle cose della vita, poi in piedi più veloci di prima.

Ecco ciò che auguro a tutti noi: che non manchi mai il coraggio di guardare la verità, bella o brutta che sia e di provare e provare, che piuttosto da una gara ci si può ritirare, ma non tentare e trovare scuse è la cosa peggiore che possiamo fare.

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Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

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  1. Mi sono allenato due mesi per affrontare una corsa di quindici km, dopo un guaio al ginocchio devo ricominciare gradualmente. Sveglia il sabato e la domenica alle 6.30 partenza via! Il mercoledì a mezzogiorno, partenza via! Venerdì sera acqua minerale, il sabato a letto presto. Corro, poi vado a lavoro, tutte le settimane, Pasqua, pasquetta, sempre! Voglio arrivare tra i primi 100, l’anno scorso c’ero andato vicino quest’anno ci riuscirò. il sacrificio è stimolante, il sacrificio tonifica lo spirito! Arriva il giorno della gara ma mi sento stanchissimo, eppure l’allenamento di due giorni prima è stato eccezionale, mi sentivo in grande forma! Strana questa sensazione, saranno state due notti quasi insonni, sarà stato il lavoro, non so ma già al riscaldamento qualcosa non va. Tuona il cannone, si parte. Al terzo km ancora non spezzo il fiato, al quinto mi sento il fuoco in gola e braci nello stomaco. Ad ogni sosta bevo non per idratarmi ma perché ho una sete infernale. Arrivo a metà e le cose sembrano andare meglio ma è solo un’illusione, dopo un km mi fa male la schiena, al decimo tutta la parte destra del corpo: spalla, fianco, ogni 300 metri devo stirare le braccia, questa cosa mi è nuova, non so come gestirla. Le gambe reggono più per minaccia che per rabbia: “o continuate o al primo tronco che incrocio vi frantumo”, la testa divaga, ho perso il controllo. Mi fermo tre volte, più che una corsa sembra l’ascesa del monte Calvario. Fingo un piccolo strappo per riprendere fiato, trasgredisco alla prima regola del runner “voce del verbo VALUTARE”, ma quando molla la mente, molla il corpo, molla la rabbia entra il gioco l’elemento più pericoloso: l’orgoglio. Arrivo al traguardo in condizioni pietose, sembro un reduce della Barkley. Non guardo il tempo, non prendo la pacchetta sulla spalla, voglio solo il riposo, voglio andare a casa.
    Da quel giorno ogni volta che vedo un runner ho una sensazione strana, cupa, è come una cura Ludovico che mi provoca crampi allo stomaco il desiderio di distogliere lo sguardo.
    La corsa è un’azione primordiale, la usavano i nostri nonni preistorici per cacciare, scappare, trovare riparo, ed è per questo che corro, perché quando lo faccio mi sento al sicuro, i nostri istinti ce li portiamo dentro da milioni di anni e non basta una gara sbagliata per assopire la voglia di infilarsi due scarpe, e vedere fin dove ti portano. E’ durato tre giorni il mio mal di correre, poi, grazie anche a questo stupendo articolo, ho provato a vedere fin dove arrivavo, perché, prendendo la licenza da una famosissima battuta cinematografica leggermente modificata per l’occasione: “ non c’è più vincente di un perdente quando si sente vincente”.

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