Il mio Running Heart Lilla

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Un disturbo alimentare non è solo il cibo che mangiamo o non mangiamo, non è solo quel corpo che apprezziamo o disprezziamo. Un disturbo alimentare è, soprattutto, quel dolore ci distrugge dentro, quel dolore che solo l’ascolto sincero, che scava a fondo nelle ferite dell’anima, può aiutare a guarire. In fondo, per continuare il racconto della Vita, non si può far altro che guardare Oltre, andare Oltre: ricominciare sempre, nonostante tutto, da lì, dalle nostre ferite, da dove ogni volta la Vita si è interrotta.
(Da “Oltre. Scoprirsi fragili: confessioni sul (mio) disturbo alimentare”, Sandra Zodiaco)

Oggi è la Giornata del Fiocchetto Lilla. Nella notte del 15 Marzo 2011 si spegne una ragazza che soffriva di bulimia, Giulia Tavilla. Da allora Stefano, suo padre, fondatore dell’Associazione Mi Nutro di Vita, ha iniziato una battaglia per far sì che le persone potessero conoscere queste patologie ed evitare di cadere vittime del silenzio. Il fiocchetto lilla è diventato simbolo di questa lotta e il 15 Marzo è diventata Giornata Nazionale.
A volte dal dolore nascono incredibili imprese e persone come Stefano sono da ringraziare, per la determinazione e la forza con cui portano avanti questa lotta che diventa una missione; ma è proprio perché altre famiglie non debbano soffrire che Stefano ha dedicato la sua vita a questo ed è per questo che oggi My Running Heart si tinge di Lilla.

Iniziamo con un po’ di dati: in Italia si stima che siano più di 3 milioni le persone affette da Disturbi dell’Alimentazione di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Le ricerche epidemiologiche ci dicono che, dal punto di vista demografico, questi disturbi sono in aumento anche nella popolazione maschile. La fascia di età in cui l’esordio si manifesta più spesso è quella tra i 15 e i 19 anni.
L’anoressia è la terza più comune “malattia cronica” fra i giovani; pazienti con anoressia fra i 15 ed i 24 anni hanno un rischio di mortalità 10 volte superiore a quello dei coetanei.

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Patologie dell’amore

Possiamo dire che i Disturbi dell’Alimentazione sono patologie dell’amore, se non altro perché siamo esseri fatti di amore, fatti dall’amore stesso di chi ci ha creato. È vero, subentrano così tante variabili nella nostra vita che quasi non è possibile isolarle, ma forse un tentativo dobbiamo farlo, perlomeno per provare a capire cosa accade in questo mondo per cui la sofferenza è in così incredibile aumento. Certamente qualcosa non funziona e abbiamo una responsabilità nel sistemare le cose.

Il cibo non è una questione di nutrimento, per noi esseri umani è molto di più. Ha a che fare con l’amore, veicola messaggi, è un linguaggio e anche se la nostra epoca vorrebbe ridurre il cibo alle calorie di cui è composto, la diffusione di patologie che riguardano proprio la sfera del cibo ci mostra che questo discorso non funziona.

Se attraverso il latte materno e le cure dei nostri genitori noi conquistiamo la possibilità di stare nel mondo, il rifiuto del cibo o l’eccesso che tipo di protesta rappresentano?

L’aspetto social(e)

I Disturbi dell’Alimentazione sono un’epidemia sociale e un sintomo sociale ed è anche così che dobbiamo leggerli, come un sintomo che ci parla di un disagio e domanda qualcosa.
Mi verrebbe da dire che forse, come esseri umani, stiamo domandando di non essere misurati, nel vero senso della parola. Pesati, avvolti nel metro da sarta per misurare le circonferenze di cui siamo fatti, misurati attraverso le misure del corpo. Forse chiediamo di essere guardati in un modo diverso. Non come pezzi di carne da macello, in pasto allo sguardo voyeuristico degli altri.

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Corpi messi sui social, prima e dopo i trattamenti dimagranti, corpi con le teste mozzate, corpi inanimati. Ma dove finisce nel pattume dello schermo l’anima che ci vive dentro? Il corpo “social” è finto e terribile.

Non c’è forse nel corpo di ognuno di noi l’intera vita che abbiamo vissuto?
Invecchiare ci fa paura, ingrassare ci fa paura, mangiare ci fa paura, perché siamo così spaventati? Perché siamo costantemente alla ricerca di un modo di apparire diverso, verso un ideale di perfezione che non esiste e che viene raggiunto a costo della vita?

Tutto è bloccato, paralizzato, ucciso.

Siamo bombardati

Non siamo qui a dare colpe, ai genitori, ai nonni, alla società o a che ne so io. Ma un fatto è un fatto. Siamo bombardati.
Siamo bombardati da una società del “dover essere”. Alla moda, belli, bravi, magri, in carriera…

E chi ce la fa a reggere questi ritmi per una vita intera? Allora il cibo, quello che dovremmo dimenticare, il nemico, si trasforma proprio nel nostro alleato consolatorio, lì pronto a coccolarci. Cibo droga in cui nascondiamo i dispiaceri, le sofferenze, ciò che non va nella nostra vita. È un anestetico che, per un po’, ci permette di non soffrire.

Analizziamo il mondo, governato dai social, dall’industria che ci vuole accaniti consumatori, dai media che veicolano modelli impossibili, che diffondono il mito dell’immagine perfetta perfettamente magra. Dobbiamo consumare, divorare, appunto e gettare via, per poter nuovamente comprare, pieni di oggetti che in realtà non ci servono, ma che semplicemente appagano bisogni che non siamo più capaci di appagare in altri modi.
Ma il bisogno di amore non si placa con un telefonino nuovo e nemmeno con 10 chili in meno. E le ragazze che si ammalano di Disturbi dell’Alimentazione sono lì a dirci proprio questo. Che hanno fame d’amore, come diceva moltissimi anni fa Fabiola De Clercq.

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Lasciate che accada. A Fabio e al suo cuore.

Il vero “peso” che abbiamo

Mi viene in mente Lucia, una mia cara amica, che ricorda i momenti della sua vita in base al peso che aveva.
Io sono abbastanza convita che il peso che cerchiamo di avere nella nostra vita sia ben altro e abbia a che fare con il nostro valore come persone, abbia a che fare con ciò che facciamo, con le persone che amiamo e il bene che portiamo.

Io sono nel mio 40esimo anno di vita e l’unico peso che sento e non sopporto più è quello della limitazione della mia libertà. Penso che i dictat sociali siano una delle peggiori forme di schiavitù a cui una donna sia mai stata sottoposta.

Siamo fatti per il movimento

Ci muoviamo verso la tendenza a migliorarci – è una spinta profonda e insita – ma la direzione è davvero nelle nostre mani?
È di questo che dobbiamo riappropriarci, per non trovarci a sprecare energie a “costruire un sedere sodo” invece che a costruire un progetto che davvero ci renderà felici, qualunque esso sia. Che sia avere una famiglia, fare dei figli, laurearsi o fare un certo lavoro, andare in un certo posto, imparare lingue nuove, viaggiare.

Il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo e questa società sembra volersene appropriare, tenendoci occupati a fare cose che non ci interessano, vendendoci oggetti che non ci servono e facendoci richieste a cui abbiamo il diritto di dire di no.

Di questi tempi l’ego la fa da padrone, gli hashtag che spopolano sono in quell’ordine di idee: volere è potere, se vuoi puoi, power, empowerment. Penso che lo sviluppo della forza non derivi dallo sviluppo dei muscoli, che rafforzarsi non significhi mettersi a dieta e impazzire per avere un corpo che rispetti certi canoni, chiudersi in palestra per fare corsi che ci annoiano, stipati in sale attrezzi che sanno di chiuso e plastica, a meno che non abbiamo questa grande passione.

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Siamo fatti per il movimento, ma per un movimento che consenta anche alla mente di muoversi, appunto, di evolvere. Io sono di parte, corro, amo farlo e allora lo sport mi aiuta, non nella misura in cui migliora il mio corpo a livello estetico, ma nella misura in cui migliora la mia vita. Se migliora anche il sedere è solo una conseguenza naturale!

Certamente non è il motivo per cui esco a correre.

Stefano fa qualcosa che mi riempie il cuore e mi fa pensare a quanto una vita umana possa cambiare il mondo. Ogni giorno rompe il muro del silenzio che si crea torno a queste patologie e ogni giorno regala al mondo la verità. La verità che di disturbi alimentari si può morire, che bloccano la vita, paralizzano l’esistenza e la incastrano in un grande dolore.

Così mi sento di dirvi questo oggi: trovate qualcuno a cui dire la verità, anche quella brutta e scomoda, quella che rimane appoggiata sul cuore e abbiamo paura di guardare.
Perché dire la verità ci libera.
Ci consente di mettere un punto da cui ripartire, ci pacifica. E decisamente meritiamo di vivere questa vita in pace, di scrollare dalle spalle le altrui pretese e riprendere a camminare …o correre, chissà. Perché l’unica pretesa che è giusto avere è nostra, ci appartiene. Ed è quella di essere felici.

Che il Running Heart di tutti noi oggi sia allegro e leggero. E Lilla per ricordare e non smettere mai di lottare.

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Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

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