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Federica Sartini
Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

Tempo di lettura: 3 minutiIn questi giorni riflettevo sul concetto di indipendenza, partendo da un libro consigliato da una persona che stimo molto. Questo libro è “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.

Indipendenza significa “capacità di sussistere e di operare in base a principi di assoluta autonomia”. Un delirio, ho pensato. Un impossibile. È un nome derivato da dipendenza a cui è stato aggiunto In; fa quasi sorridere… si può essere non dipendenti o in dipendenza da qualcosa. Il confine sembra sottile. Ho pensato che uno degli spazi indipendenti più preziosi a cui possiamo ambire è certamente quello in cui poter esercitare le nostre facoltà, i nostri talenti. E perché no, che questo posto sia libero da oggetti, telefoni, aggeggi vari e persone indesiderate, da cui di solito siamo propensi a dipendere, proprio perché ci aspettiamo che ci faranno del male. La mente umana è strana, lo so.
E in questo spazio libero e liberato, ho immaginato sull’onda del libro, proprio come fosse una stanza vuota da tutto ciò che non serve, la mia corsa mattutina. Una stanza lunga una strada, che arriva fino a dove mi portano le mie gambe e ancora oltre, nella mente fervida della donna che mi abita e cerca tutti i tesori che il mondo ha in serbo per me, i misteri da svelare, gli enigmi da decifrare.

Io e nient’altro.

Ora, il problema, ho pensato, è che a volte le lotte le facciamo prima di tutto con noi stessi e non è tanto facile svuotare anche la mente, che la mente diventi essa stessa spazio libero liberato e c’è il rischio di ritrovarsi vittime di strani meccanismi di schiavitù in cui è proprio lei ad ingabbiarci. Un segno potrebbe per esempio essere la frustrazione per non essere riusciti a raggiungere un obiettivo posto, anziché godersi semplicemente la corsa, magari dopo una giornata di lavoro, dopo aver litigato con chissà chi, o dopo aver ricordato qualcosa di spiacevole. Dopo aver sognato qualcosa che non c’è.

Forse dovremmo ragionare sul fatto che stare da soli con noi stessi è una cosa preziosa e noi abbiamo la corsa che ci consente di farlo e allora, forse, potremmo davvero prenderlo questo momento e crearlo, costruirlo, pensarlo e meditarlo, fino a farne un immenso tesoro.
Che quel momento possa essere liberato dall’imperativo DEVO: devo essere più veloce, devo essere un runner di quel tipo, devo essere vestito con quel brand o quell’altro, devo comprare quelle scarpe che andrò più veloce (ma quando mai!), devo rinunciare a un bicchiere del mio vino preferito per correre un chilometro in più. Nel bilancio totale della vita, forse quei metri in più non valgono il pensiero importante che quel sorso vi ispirerebbe, metaforicamente parlando, e anche non.

Forse possiamo sostituire quella parola con una più dolce, che sappia un po’ più di carezze: posso, anzi, se vorrò, potrò. È che poi toccherà capire cosa vogliamo davvero e mi sembra, infine, che porsi nello spazio del DEVO serva a volte proprio a evitare di trovarsi invece in un luogo diverso, più faticoso, ma molto più avventuroso: lo spazio delle domande rivolte alla nostra vita.

Avete presente quando stiamo guidando e dobbiamo andare in un posto, magari abbiamo anche fretta e, ahimè, ci ritroviamo in coda; ecco, siamo lì, è così, ma possiamo ancora scegliere cosa farne di quel tempo. Sarà un tempo incastrati?

Possiamo innervosirci perché ci metteremo un tempo maggiore di quello previsto, perché forse quando arriveremo dovremo dare spiegazioni a qualcuno che si innervosirà a sua volta per qualcosa verso cui non abbiamo alcuna responsabilità, anzi, verso cui non abbiamo alcun potere.

Possiamo abbatterci, sì, oppure possiamo utilizzare quel tempo per ascoltare la nostra canzone preferita, per pensare, raccogliere quel pensiero che avevamo dimenticato chissà dove e meditarlo e vedere se può essere utile, se ci può portare da qualche parte, che magari avevamo proprio bisogno di un po’ di tempo e invece di incazzarci potremmo ringraziare l’universo per avercelo donato, tra un luogo da cui siamo partiti e uno in cui dobbiamo andare, forse c’è da esplorare.

Non vi pare familiare, non vi pare che ci sia qualcosa di similare nelle corse che facciamo?

Il running heart va esercitato quando meno ce lo aspettiamo, a volte persino fermi in coda, con lo sguardo fuori dal finestrino, verso il mondo che ancora non conosciamo, pensando che forse saremo fortunati e nuovi misteri saranno svelati. Che il mondo è lì apposta per farsi scoprire, ma ci vuole coraggio e la pazienza di fermarsi e mettere a lato i rancori. Ad essere arrabbiati siam tutti buoni, ma la vera sfida è aprire gli occhi e guardare oltre, oltre le code e i finestrini e anche oltre tutte le nostre corse. Dove andiamo è scritto attorno a noi, in attesa persino quel luogo.

Ecco l’augurio che faccio a tutti noi oggi, che possiamo trovare in ogni coda della vita proprio l’occasione di guardare ciò che davvero conta. Che possa essere l’occasione finalmente per trovare.

 

 

Photo by chungking on DepositPhotos.com

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1 COMMENT

  1. Bellissimo articolo. L’ho letto prima di iniziare a lavorare, mi ha fatto rilassare e riflettere… come se fossi uscito a correre

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