Correre a Tokyo

Secondo episodio della trasferta di Cristina in Giappone: e questa volta siamo a Tokyo

Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo una prima tappa a Kyoto, Cristina è arrivata a Tokyo dove ovviamente… ha corso!


東京 (Tokyo): ci è voluto meno di quanto pensassi a raggiungere il Giappone in aereo, ma la differenza di fuso orario si fa sentire tutta, e come ho imparato in svariati viaggi nel corso degli anni, la corsa è un metodo infallibile per rimettermi in sesto. E così, neanche ventiquattr’ore dopo essere atterrata, ho le scarpette ai piedi e sono pronta per un booster di energia!

L’Airbnb dove sono alloggiata è in una piccola stradina secondaria in una tranquilla zona caratterizzata da basse costruzioni in cemento e qualche pista ciclabile. Oltrepasso alcune donne anziane che spazzano i marciapiedi davanti alle loro casette e mi dirigo verso una strada più ampia che sembra essere un’arteria principale del quartiere. Non sono ancora le sette di mattina e c’è già un discreto movimento in giro: il clima è quello di una fresca mattina d’estate che presto lascerà il posto a temperature più calde. I negozi sono ancora chiusi e i marciapiedi sono popolati da gruppi di uomini vestiti tutti uguali: camicia bianca dentro pantaloni neri, cintura in vita e valigetta alla mano, si dirigono verso il proprio posto di lavoro quasi senza parlare tra di loro.

Entro dentro il Shinjuku Chuo Park e mi imbatto in un gruppo di studenti intenti a spazzare le foglie del giardino pubblico. Indossano tutti l’uniforme della scuola e quando passo accanto a loro interrompono l’attività di pulizia e mi salutano con un movimento in giù e in su della testa. Ricambio con un konnichiwa e un sorriso, sicura di aver già visto questi gruppi di studenti in mille e uno cartoni animati.
Incrocio qualche altro runner, tutti giapponesi, sia uomini che donne: mi salutano con un cenno del capo e più che correre, sembra che stiano facendo una corsetta di riscaldamento, dato che hanno un’andatura molto lenta e rilassata e i passi sono piccoli e ravvicinati.

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Oltre a qualche scoiattolo, il parco ospita anche dei templi e dei ponticelli la cui aurea di calma e tranquillità è in netta contrapposizione con i grattacieli di vetri scintillanti che si ergono a partire oltre la fine del parco. Incuriosita, mi dirigo verso questa zona caratterizzata da grandi palazzi di vetro e marciapiedi tirati a lustro: corro immersa nelle ombre a livello della strada e di tanto in tanto mi imbatto in grandi schermi touchscreen e in voci metalliche che impartiscono istruzioni in giapponese e che probabilmente suggeriscono quale lato della strada tenere quando si cammina, come pagare il parcheggio o tenere pulito lo spazio pubblico, chissà. Decisamente inusuale la presenza di cotanta interazione digitale per le strade cittadine.

Faccio dietrofront e corro in senso contrario a quello tenuto dalla maggior parte delle persone per strada: folti gruppi di impiegati e impiegate camminano tranquilli e sicuri verso i loro uffici e i loro incontri di lavoro lasciandosi alle spalle la tranquillità del parco e un quartiere residenziale dove probabilmente torneranno solo a tarda sera. Io invece mi ci ributto a capofitto, pronta per una doccia e una colazione a base di caffè e tamagoyaki (omelette giapponese), e pronta per esplorare questa città e questo paese dove la dimensione umana più raccolta e tranquilla sembra mischiarsi così bene con la spinta verso un futuro più veloce e tecnologico.

Cristina Lussiana


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