Andai nei boschi per vivere in profondità. Il racconto di Sandro.

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Quando Federica ci ha proposto di fare le interviste anche all’interno di Runlovers, l’idea ci è subito piaciuta. Perché Runlovers non è un’entità evanescente fatta di bit ma è costituito innanzitutto da persone. E poi perché a volte è bello aprire le porte di casa per far entrare tutti i nostri amici, per raccontarci, per conoscerci meglio.


 

È alto 1.92, ha la barba da hipster e sì, è proprio lui, chi ci mostra il running heart di oggi. È Sandro, detto Big. Mi è venuto in mente per caso, di raccontare di lui, perché in una rubrica che parla della grande corsa, delle grandi imprese, del cuore che mettiamo nella quotidianità della nostra vita, nelle scelte piccole e in quelle importanti, non poteva mancare l’uomo, grande in tutti i sensi, la cui mente ci ha permesso di incontrarci, donandoci un luogo capace di cullare il meraviglioso sogno che tutti noi abbiamo di fare la nostra personale, unica, mitica e indimenticabile corsa.

Una grande impresa lui l’ha fatta e la rifà, giorno dopo giorno, avendo cura di far crescere e prosperare quel luogo che ci è tanto caro, che è Runlovers.

Se gli chiedi come è nato questo prezioso figlio, ti risponde con un sorriso e il racconto di due amici che hanno condiviso un’idea, ci hanno creduto e hanno realizzato un sogno. Racconta di lui e Martino, intenti a parlare, creare, azzardare, racconta di un rischio che ha deciso di correre, uno dei più belli della sua vita.

Com’è nato Runlovers?

Nel 2011 correva Sandro, correva tanto, talmente tanto che ha subito una frattura da stress. “Ero fermo porca miseria, ma mi ero talmente innamorato della corsa che cercavo nel web un sito che ne parlasse per come la intendevo la io, per come la sentivo. Ma non l’ho trovato. Quindi l’ho creato.

Il sito ha subito spiccato il volo, dice lui che ha funzionato il fatto che parlasse dell’aspetto meditativo della corsa, dell’aspetto sociale, che non si soffermasse solo sugli aspetti tecnici e prestazionali. E noi ci crediamo, anche se mi sento di sottolineare che, “in un mondo in cui le persone non hanno più tanta voglia di fare fatica, se ci fosse l’ascensore per salire sull’ Everest ci sarebbe la fila”, come ci ricorda lui.

Lui l’ascensore non l’aveva, e dal 2011 ad oggi ha messo tutto se stesso e anche di più, piedi, cuore e cervello instancabilmente a sgambettare, ché le montagne sono dure da scalare, ma quando arrivi in cima e guardi avanti il mondo che ti si dona e indietro la strada percorsa, allora puoi davvero respirare, allora sei vivo e da quell’altezza raggiunta puoi imparare persino un nuovo senso, che metta ali ai piedi e ti regali nuove musiche da suonare.

La motivazione

“Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.

Mi ha fatto venire in mente questo pensiero di Thoreau, perché lui crede nelle persone appassionate, “sei morto quando non hai un obiettivo”, dice. Ha fatto due lavori per sei anni, ha lavorato fino alle due, alle tre di notte, a volte fino a mattina, ridotto a parlare con l’uomo del camioncino “onto” che si piazzava sotto il suo ufficio e faceva i panini di mezzanotte (!!!), giusto per avere un contatto con un essere umano dopo ore davanti allo schermo. Ma cosa l’ha tenuto là inchiodato, cosa ha sostenuto la sua motivazione, cosa l’ha tenuto sveglio?

Lui risponde che gli piaceva ciò che faceva e che più gli piaceva, più desiderava fare di più. Poi sta un po’ in silenzio e aggiunge un altro pezzo di verità, forse quello più prezioso: “vedevo che le persone stavano meglio, che provavano a correre e capivano che davvero poteva cambiare la loro vita, che il gruppo cresceva e dava la possibilità di incontrare persone simili a sé, di condividere e sentirsi meno soli, che per certi versi stava nascendo una grande famiglia e questo mi riempiva di gratitudine”.

Il sogno “regalato”

Sostiene la sua fatica la volontà di lasciare un segno, di rendere il mondo un po’ migliore. Lui ci crede davvero, che anche le piccole cose abbiano un grande valore e mi vien da pensare che è per questo che coltiva un animo mite, che dice che cerca di non litigare mai, perché ha imparato che non c’è cosa più preziosa della serenità. “Gli zombie vivono senza lasciare traccia, senza seguire un sogno, io sto seguendo un sogno, il mio, ed è nella felicità di questo sogno che trovo l’energia, è lì che vivo. Ligabue diceva REGALAMI IL TUO SOGNO e io ho pensato che era il caso di ascoltarle queste quattro parole”. Dobbiamo dirlo, lui l’ha fatto, ci ha regalato RunLovers.

Aver cura del volere

Dice che a 26 anni ha deciso che nella vita non avrebbe più avuto alibi, che avrebbe smesso di dare la colpa a fonti esterne per le cose della sua vita. Che ha pensato che un giorno avrebbe trovato un grande progetto in cui credere e che avrebbe fatto di tutto per sostenere la parte più difficile: continuare ogni giorno a rinnovare l’amore per quel sogno. Mi ha molto colpito ciò che ha detto, perché Volere è Potere non so fino a che punto sia vero, ma so per certo che spesso dimentichiamo che è su quel Volere che dobbiamo lavorare, che è di quello che dobbiamo avere cura, è quella la pianta da annaffiare ogni giorno nell’attesa che dia i frutti che attendiamo.

È questa la mia caparbietà”, mi ha detto, “quella dei vecchi contadini che si svegliavano di notte per andare ad arare i campi e non si ponevano il problema della voglia di fare o non fare, semplicemente andavano dove dovevano. Io voglio vivere così, dove posso andare oltre il sogno di ieri, verso un sogno nuovo, verso nuove risoluzioni, nuovi panorami”. Dovremmo ricordare queste parole, perché risolvere, sciogliere nodi, creare, ci permette di cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi e a volte ci salva.

L’amore per la strada

È alto alto, questo Big, ma si commuove quando racconta del giro dell’Italia fatto con Martino, del calore degli abbracci, della presenza amorevole delle persone che sono andate ad incontrarli e dice che l’affetto che gli abbiamo dimostrato è uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto.

Immaginate un uomo che nel 2011 si è messo a bordo della sua macchina su una strada buia; i fari hanno illuminato tratto dopo tratto la direzione che doveva prendere e lui, che ci vede anche poco senza occhiali (!!!), ha continuato a guidare. Certo avrà avuto paura dell’oscurità cui andava incontro, certo ogni tanto si sarà dovuto fermare. Ne avrà dovute cercare di bussole o cartine e si sarà dovuto documentare su come riparare i guasti al motore. Si sarà di certo fermato sul ciglio della strada, intento a pensare a superare il terrore di non potercela fare. Ma quello che ha fatto la differenza, il motivo per cui non si è mai fermato, è che lui quella strada l’ha da subito amata.

Se ami trovi il modo, la passione può sempre tenere viva la speranza”. Ecco la saggezza di chi ha usato le proprie mani per fare, di chi non si è risparmiato e con coraggio ha continuato a guidare.
E per oggi è questo il mio augurio per noi: quello di avere il coraggio di prendere qualsiasi strada buia abbiamo davanti, perché non provarci è il peccato peggiore, perché il rammarico ci farà sfuggire il senso più profondo del nostro essere qua. Non si sa mai dove quella strada ci porterà e noi, con questo grande running heart, non possiamo lasciarcela scappare. Noi dobbiamo correre e provare ad attraversare, il mondo, la vita, persino il mare.

GRAZIE SANDRO, DA TUTTI NOI.
DA NOI, CHE SIAMO RUNLOVERS.

 

 

Tutte le foto presenti nel post sono scattate da Daniele Molineris.

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Runner e Specializzanda in Psicologia Clinica, Federica è Referente Territoriale, Consigliere Esterno per Giovani Psicologi Lombardia. Si occupa di disturbi alimentari ed è appassionata di motivazione.

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