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Elisabetta Molteni
Nata in sella a una moto da cross, sa smontare una forcella e modificare un carburatore. È premio Nobel in organizzazione della giornata e ottimizzazione del tempo. I ben informati dicono che i suoi orologi hanno 29 ore e che riesce a scrivere anche quando dorme.Divisa tra lavoro, famiglia e vita quotidiana, corre veloce e osserva. Tutto. Parla di: Lifestyle su girls.runlovers.it

Tempo di lettura: 3 minutiPrendi una posizione, non restare indifferente.
Prendi una posizione e fai sentire la tua voce.

Come Tommie e John. E Peter.

È il 16 ottobre 1968, cinquant’anni fa, le dieci di sera ora locale.
Siamo a Città del Messico, la XIX Olimpiade è in corso.
Finale dei 200 metri, Tommie Smith e John Carlos sono due velocisti statunitensi. Arrivano rispettivamente primo e terzo, Smith stabilisce anche il nuovo record del mondo: 19 secondi e 83 centesimi. Il primo a scendere sotto il muro dei 20 secondi.
Tommie e John fanno parte del OPHR, Olympic Project for Human Rights, un’organizzazione creata l’anno prima dal sociologo e attivista Harry Edwards e che si prefigge di combattere ogni forma di razzismo e discriminazione nello sport. Loro hanno scelto di correre, altri atleti del OPHR invece, in virtù di precise disposizioni dell’organizzazione, hanno rinunciato all’Olimpiade come segno di protesta dopo l’uccisione di Martin Luther King, avvenuta il 4 aprile e quello di Robert Kennedy, il 5 giugno.
Ma Tommie “the Jet” e John ci sono, hanno lavorato tanto per arrivare a Città del Messico: sono compagni di squadra, amici, studenti, proprio di Sociologia, nella stessa università, la San José, in California. Sono ragazzi che stanno cercando di riscattarsi: Tommie arriva dal Texas, il padre lavora nelle piantagioni di cotone. John è figlio di un calzolaio, arriva da NYC, quartiere Harlem.
Sono neri in mondo dove i bianchi dominano.
In un anno, il ‘68, difficile. Per tutti.
Sono i vincitori e ciò che faranno cambierà la storia. La loro e quella del mondo.

È il momento della premiazione e nella passerella finale Tommie e John ci arrivano scalzi, e con la coccarda dell’OPHR appuntata sulla divisa federale, una collana di piccole pietre al collo di John, un guanto nero al polso, Tommie a quello destro e John al polso sinistro.
I piedi scalzi a simboleggiare la povertà, le pietre al collo, una per ogni nero privato dei suoi diritti. I guanti neri, simbolo delle Black Panthers, organizzazione che rifiutava le istanze pacifiste e di nonviolenza promosse da MLK in favore di una difesa, anche armata, dei diritti dei neri.

Le bandiere – americana ed australiana – vengono issate, le medaglie messe al collo.
Alle prime note di ‘The Star-Spangled Banner’ Tommie e John si voltano dando le spalle alla bandiera, lo sguardo chino verso il basso, il pugno guantato di nero in alto, verso il cielo.
Peter, il secondo classificato, si volta anche lui, una coccarda OPHR appuntata al petto in segno di solidarietà.
La Storia ce li consegna così, una protesta che cinquant’anni dopo è più attuale che mai.

La loro, di storia, non proseguí bene, almeno all’inizio.
Avery Brundage, a quel tempo Presidente del CIO, fece sospendere Tommie e John, che furono poi espulsi dal Villaggio Olimpico. Tornati in patria dovettero rinunciare alla carriera da velocisti e ricevettero minacce di morte. Tommie Smith proseguí nel football, tre stagioni nei Cincinnati Bengals. In seguito divenne allenatore di atletica. Nel 1978, riabilitato dalla USATF, è entrato nella Hall of Fame e nel 1999 nominato Sportivo del Millennio.
John Carlos giocò qualche stagione di football in Canada, carriera interrotta per infortunio. Oggi è un attivista umanitario.

E Peter Norman? Il giovane australiano, cattolico fervente, fu forse quello a cui andò peggio.
Scegliendo di appoggiare la protesta firmò la sua condanna.
Criticato dai media australiani, venne escluso dalle Olimpiadi di Monaco del 1972 nonostante si fosse qualificato. Non venne invitato nemmeno a presenziare alle Olimpiadi di Sidney del 2000.
Interrotta la carriera sportiva scelse di diventare insegnante. Morì il 3 ottobre del 2006, a 64 anni, per un infarto. Tuttora risulta il miglior velocista australiano di tutti i tempi.

Nel 2005 l’università si San José ha dedicato a Tommie Smith e John Carlos un monumento, posto nel campus. Sul fianco dell’opera è riportata la frase Take a Stand, prendi posizione.

Fonti:
Why? The biography of John Carlos, 2000
Lorenzo Iervolino, Trentacinque secondi ancora, 2017.
Il Saluto, di Matt Norman, documentario

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