RunLovers Playlist: Hip Hop Italiano

L'hip hop nasce in America negli anni '70 ma quando arriva in Italia diventa tutta un'altra cosa. Molto interessante.

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Tempo di lettura: 2 minutiÈ sempre interessante osservare come i generi musicali nascano e si diffondano nel mondo. L’hip hop ad esempio nasce negli anni ’70 negli USA ed è una delle più pure espressioni della cultura dei ghetti neri. La si potrebbe definire spontanea, non solo perché nasce da un’esigenza espressiva ma anche perché spesso è fatta da non musicisti. Si usano dischi, campionatori, strumenti da dj. È una musica fatta con pochi mezzi in cui per la prima volta dopo molti anni ha un’importanza fondamentale la parola: il messaggio che queste canzoni veicolano è infatti fondamentale perché spesso è sociale e politico. La parola è insomma fondamentale e primeggiano quelli che la sanno usare bene: in maniera poetica, tecnica, letteraria, tagliente, creativa. L’importanza culturale dell’hip hop è la sua capacità di essere un’espressione culturale molto creativa e prorompente. Forse poco educata all’inizio ma potente e dirompente, senza dubbio.

Poi l’hip hop viaggia e arriva anche in Italia e qui – come in altri paesi ma oggi parliamo di Italia – l’hip hop si trasforma. Conserva il suo “core”, cioè la sua impronta genetica, ma viene declinato secondo la cultura locale. Parla di Italia, di politica, di degrado, di fumo, di amore o anche di cose futili. L’hip hop può parlare di tutto perché è letteratura popolare. La cosa interessante è che, pur essendone visibili le discendenze americane, viene presto fatto proprio da chi lo fa in italiano. Forse i primi si ispiravano più o meno esplicitamente all’esempio americano ma da qualche parte bisogna pure partire, no? Non ci vuole molto però perché l’hip hop diventi un’espressione tipicamente italiana, con parole e musica originali. Perché la metrica è diversa, perché fare hip hop in inglese è diverso da farlo in italiano. E con le parole viene anche la musica che a volte ha ascendenze italiche e altre è fatta su basi originali fino ad arrivare all’epoca d’oro dell’hip hop italiano, quando si rivela come un movimento capace di autonomia rispetto alle origini d’oltre oceano.

È la metà degli anni ’90 ed esce SxM dei Sangue Misto, dove canta Neffa, un altro pilastro dell’hip hop italiano, capace negli anni successivi delle più ardite sperimentazioni letterarie e di creare un vero e proprio linguaggio fatto di stilemi e modi di dire spesso presi in prestito dallo slang urbano. Infilarlo nelle metriche di una canzone è il difficile e il risultato è creare una nuova forma espressiva: esplicita e dirompente, perfettamente calata nella cultura urbana. Che è poi fatta di scontri sociali ma anche di espressioni più sofisticate e fashion (specie negli ultimi anni) fino a quelle più cazzone di certi gruppi come gli Articolo 31 o i Flaminio Maphia.

Tutto è cultura popolare e l’hip hop è fatto di questo. Con le rime giuste, con le espressioni di estro e maestria nel forgiare le parole e con la volontà di dire cose. Specie nella sua prima fase, poi esauritasi verso la fine degli anni ’90 in un modo che nessuno sa ben spiegarsi, come raccontato nel bellissimo documentario Numero Zero. Fino a oggi: l’hip hop è mainstream e non è più una cultura emarginata e marginale. Chi fa hip hop fa parte della scena della moda e scrive canzoni per le pubblicità di compagnie telefoniche. È un possibile sviluppo di un movimento culturale e va preso come tale. Da qualche parte c’è sicuramente qualche giovane artigiano della parola che sta creando qualcosa di nuovo e sorprendente limando una rima e scegliendo il riff giusto. Perché la necessità di dire cose non muore mai e l’hip hop è un eccellente modo di dirle.

(Photo by Candice Seplow on Unsplash)

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