Ritorni di fiamma (Io, Charlene e la Maratona)

Correre lunghe distanze è qualcosa che si ama o si odia. Io non l’ho ancora capito, per questo continuo.

Lo scorso fine settimana Burian ha ricoperto di neve mezza Italia e fatto abbassare le temperature un po’ dappertutto, con situazioni di maltempo generalizzato che sono state un po’ croce e delizia di tanti runners che non hanno comunque rinunciato alla loro corsa giornaliera. Anche nel nord Sardegna la situazione meteorologica non è stata delle migliori, e domenica 25, al mattino, il Golfo dell’Asinara era nella tormenta, con un temporale fortissimo iniziato durante la notte e proseguito fino a metà giornata. Quando la sveglia è suonata per il lungo domenicale che avevo in programma ho controllato le previsioni per il pomeriggio ed ho quindi deciso che sarebbe stato opportuno ritardare a dopo pranzo l’uscita, sebbene preferisca correre le lunghe distanze al mattino. Ma a mali estremi (si fa per dire, eh), estremi rimedi. Il pomeriggio, nonostante la temperatura si sia abbassata molto, regala un cielo quasi sereno e con molti punti di sole e correre con questo clima è piacevolissimo. Faccio una quindicina di minuti di riscaldamento e poi comincio con la corsa vera e propria. Mi sento bene, la strada è solo mia e il paesaggio intorno è bello da guardare. Corro per una decina di chilometri senza pensare a niente, ho nelle cuffiette la playlist dei cartoni animati e mi ritrovo ogni tanto a canticchiare. È ciò che nella mia idea di corsa va sotto la voce: divertimento. Guardo l’orologio, sto tenendo un buon ritmo e inizio a fare qualche calcolo. Se andassi avanti per altri sei o sette chilometri, considerando poi il ritorno avrei messo sulle gambe un bel lungo e potrei farmi un’idea su quelle che sono effettivamente le mie condizioni di forma. Il 2017 lo avevo chiuso con un bilancio più che positivo e diverse Mezze Maratone concluse con un tempo che, proiettato sulla distanza della Maratona, faceva ben sperare sulla possibilità di migliorare quanto ottenuto a Los Angeles, e magari scendere sotto le tre ore e dieci minuti, che sono nella mia mente il nuovo obiettivo da raggiungere nella distanza Regina. Ma ovviamente una cosa sono i calcoli ed una è correre una gara con tutti i suoi imprevisti. Anche nell’unica gara sulla Mezza Maratona corsa quest’anno (ad Oristano il 18 febbraio scorso) ho ottenuto un tempo che è compatibile con il mio obiettivo sulla Maratona, per cui in quest’ultima settimana mi è balenata l’idea di tentare questo lunghissimo e vedere se sia possibile pensare di iscrivermi ad una Maratona primaverile. Il 18 marzo ci sarà l’ottava edizione della Maratona Internazionale di Cagliari e potrebbe essere un buon banco di prova, sebbene quando corsi la Mezza abbinata, due anni fa, l’organizzazione fu abbastanza carente e rimanemmo praticamente senza ristori. Sperando che le lamentele dei runners siano servite, potrei dare una seconda possibilità alla gara cagliaritana, anche perché è l’unica Maratona della Sardegna.
Ad ogni modo, mi dico, ci penserò più avanti. Per ora sono sulla litoranea e guardo la mia ombra proiettata di lato dal sole che inizia a scendere sull’orizzonte. Sono arrivato al giro di boa, diciassette chilometri e mezzo, e mi sposto sull’altro lato della strada andando incontro al tramonto. Se tengo questo passo riesco a rientrare prima del buio, o all’imbrunire. Forse avrei dovuto pensarci prima di arrivare tanto lontano da casa, ma ormai son qui e non mi resta che correre. Sto mantenendo il ritmo impostato all’inizio e non sono particolarmente stanco. Il cielo inizia a rannuvolarsi un po’ ed in alcuni tratti cadono delle gocce che mi fanno preoccupare un po’, non ho portato la giacca antipioggia e sono già fradicio per la corsa, non vorrei beccare un temporale e bagnarmi fino alle ossa. Ma Burian mi grazia e arrivo intorno al ventinovesimo chilometro senza problemi. Il cielo si schiarisce e sono ora nel tratto che più conosco, dove corro spesso e in cui potrei misurare ad occhio le distanze senza sbagliare di un metro. Suona sull’orologio il trentaduesimo chilometro, proprio nel momento in cui inizia il tratto ondulato che porta verso il rettilineo con salita finale verso Balai Lontano. Guardo la salita nella penombra dell’imbrunire, mi sembra infinita e ripidissima. Rallento vistosamente e inizio a pensare che forse non sono pronto per una Maratona. Intorno a metà della salita una voce, la sua voce, mi dice che sto correndo seduto, di tirar su la schiena e di guardare avanti, che ormai è finita. Mi mancava averla accanto in questi lunghi domenicali. Per mesi ho corso lunghe distanze in completa solitudine e Charlene (non la conosci? È la mia tabella di allenamento che mi ha accompagnato nella preparazione delle Maratone di Roma, Oslo e Los Angeles e a cui ho dato una personalità – sono un po’ scemo, lo so) non si era mai palesata. Forse ha aspettato per vedere quanto potessi cavarmela da solo, o che decidessi di partecipare nuovamente ad una gara sulla distanza della Maratona, chi lo sa. Al termine della salita ritrovo nuove energie, raddrizzo definitivamente la schiena e riprendo il passo che avevo tenuto per quasi trenta chilometri prima di rallentare fino all’arrivo di Charlene. Faccio in progressione gli ultimi due chilometri, premo stop sull’orologio e guardo il tempo che ho impiegato. C’è scritto che posso pensarci, alle tre ore e dieci, e che forse è arrivato il momento giusto.

– Non lo so mica se voglio correrla davvero, Charlene.
– Certo che vuoi, altrimenti non sarei qui.

[CONTINUA…]

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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