Quanto vale un secondo, Charlene?

Quanto vale il tempo che impieghiamo a fare una corsa come la Maratona?

Tempo di lettura: 6 minuti

– Quanto vale il tempo, Charlene?
– Perché non stai concentrato? Continua a correre.

Il sole riscalda questo angolo di Pianura Padana in cui mi ritrovo a muovere i passi più velocemente di quanto non avessi pensato possibile. C’è un confine tracciato da una linea molto sottile tra la follia e l’incoscienza, ed io in questo momento non riesco davvero a capire a quale categoria possa appartenere, perché forse mi sono sovrastimato e tra poco potrei crollare fisicamente o, cosa ancora peggiore, psicologicamente. Continuo a mettere un piede davanti all’altro, prestando attenzione alla tecnica di corsa ed a come le mie Feisu bianche toccano l’asfalto. Mi sono lasciato alle spalle da una decina di minuti il tratto sterrato che passa all’interno del parco di Villa Levi e sto cercando di capire quale possa essere il mio stato di forma. Non correvo così velocemente da non ricordo quanto, e la Ventitreesima edizione della Maratona di Reggio Emilia non era nei miei piani originari. Tuttavia, sapendo di dover capitare da queste parti col lavoro, ho deciso di iscrivermi ed ho approfittato di un passaggio di Gigi, che ho conosciuto sul RunLovers Club ormai qualche anno fa (guarda, non ti chiedo nemmeno se sei iscritto o no!) e con cui ci vediamo spesso in Sardegna, che sta correndo come me questa gara. Durante i primi chilometri, ormai quasi un’ora fa, uno dei ragazzi che mi correvano accanto mi ha detto che il dislivello inizia ad essere percepibile dall’undicesimo chilometro circa, quando si esce dallo sterrato e si fanno un paio di chilometri in aperta campagna. Fa piuttosto freddo, almeno per me: c’è un grado sotto zero ma per fortuna la giornata è bellissima ed il vento e la nebbia sono scongiurati, però sarebbe stato bello avere più tifo, mentre queste zone fuori città sono proibitive per eventuali spettatori (dove saranno presenti faranno un grande tifo, bravissimi!). Ogni tanto guardo l’orologio anche se non ha suonato per il raggiungimento del chilometro successivo, provando a fare un paio di calcoli veloci.

Sono ad un terzo di gara e sono largamente in anticipo non solo su quanto Charlene aveva previsto con la tabella di allenamento, ma anche sul tempo fatto a Cagliari lo scorso Marzo e che nella mia testa sembra irraggiungibile, soprattutto perché non ho più corso una lunga distanza ad una velocità compatibile con un tentativo di Breaking3. In più punti mi dico che devo ammettere il fatto che per quelle che sono le mie caratteristiche non posso pensare di correre più di due Maratone all’anno, soprattutto a così breve distanza una dall’altra, sebbene a New York un mese fa abbia corso un po’ in zona comfort arrivando con ancora abbastanza energie. Ormai però sono qui e decido che se dovessi avere il minimo sentore di cali energetici, semplicemente, rallenterò il passo senza tentativi di fare l’eroe (anche perché, ribadiamolo, sto soltanto correndo una gara di corsa, abbiamo cose ben più importanti a cui pensare nella vita fuori dal percorso tracciato di una Maratona).

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– Charlene, un secondo, quanto vale un secondo?
– Un secondo non vale nulla, è solo un secondo.
– Ma un secondo a volte ti cambia la vita Charlene.
– Non in una gara di corsa come la Maratona. Un secondo è fortuna, o sfortuna. Corri.

Ora, io non lo so perché, ma quando Charlene mi spiega le cose, io le capisco sempre (quasi-cit.). Alzo la testa e continuo a correre. La campagna intorno ha lasciato spazio a qualche casa, mancano due chilometri alla mezza e mi sento ancora molto bene, sebbene queste salitelle/discesine inizino un po’ a farsi sentire sulle gambe, ma cerco comunque di godermi il panorama e questa giornata incredibile che Reggio Emilia ci sta regalando. So che entro un paio di chilometri, tra il venticinquesimo ed il ventiseiesimo, ci sarà l’unica vera salita di questa gara, dopo la quale mi sono messo come obiettivo quello di essere in grado di decidere come proseguire. Stiamo correndo su un rettilineo lungo almeno un chilometro e mezzo, facciamo una curva a gomito verso destra ed eccola, la salita. È una salita vera, c’è un dislivello abbastanza serio ma soprattutto, una volta arrivati in cima a questa parte ripida di salita, si continua ad andare su anche sul tratto successivo, sebbene a guardarlo sembrerebbe quasi in piano. Mi dico che ho corso in posti decisamente più ripidi e cerco di non perdermi d’animo, riuscendo a mantenere un passo soddisfacente. Terminato il ventottesimo chilometro inizia la discesa. È il momento di fare nuovamente qualche calcolo. Il mio anticipo sul tempo previsto è ancora molto abbondante e le salite che mi sono lasciato alle spalle non hanno influito troppo sulla media finale. Potrei anche permettermi di rallentare un po’, ma continuo a spingere al meglio delle mie possibilità e di quanto il percorso conceda. Mi sono lasciato alle spalle già trenta chilometri e sebbene la Maratona finisca solo nel momento in cui si taglia il traguardo ed è bene non fidarsi mai troppo delle sensazioni che arrivano quando ci si sente molto bene, mi sembra uno spreco non approfittare del tratto pianeggiante che ho di fronte – anzi, in leggera discesa in alcuni tratti. Ogni tanto riprendo qualcuno e molti mi superano, ma l’una e l’altra cosa mi importano pochissimo, per non dire che non mi importano per nulla. Poi, poche centinaia di metri prima del trentacinquesimo chilometro, raggiungo un gruppo con un paio di uomini ed una donna. Ha i capelli biondi raccolti in una coda, una divisa blu e corre molto bene. Me lo chiedo molte volte, se sia veramente reale, perché ormai – sebbene sia consapevole di averla inventata ed averle fornito una personalità – parlo talmente tanto di Charlene come se esistesse che qualche volta credo di incontrarla davvero. Ci affianchiamo e corriamo nel silenzio più totale fino al ristoro del trentacinquesimo chilometro, dove i due uomini si fermano mentre io e la ragazza bionda continuiamo a correre affiancati. Non diciamo una parola e non ci facciamo il minimo gesto fino a che non arriviamo al trentasettesimo chilometro. C’è una breve salita e la sento iniziare a respirare un po’ male e mollare leggermente il passo. “Charlene – le dico, e glielo dico davvero stavolta – stai qui, dai che abbiamo quasi finito.” E le indico con l’indice sinistro la strada accanto a me. Forse non sente o non capisce (o giustamente mi prende per scemo) e mi dice che si chiama Fabiola. Allora glielo ripeto dicendole il suo nome, ma lei mi dice di andare che non sa quanto ne avrà ancora. “C’è il parco tra un po’, tanto lì si rallenta e si riprende fiato, dai che abbiamo finito, metti su la schiena e guarda avanti, dai”. Si riprende un po’, entriamo nel parco e cominciamo a fare i saliscendi sulla strada un po’ dissestata, non il massimo quando sei al trentanovesimo chilometro, ma ormai è davvero finita e conto sul fatto che appena rientrati nel tratto cittadino ci sarà il tifo a darci una grande mano. Corriamo insieme, le chiedo se vada tutto bene e risponde che no, non va per niente bene, ma continua a correre. Usciamo dal parco e il pubblico che la vede inizia a farle un tifo bellissimo, si rimette in posizione e arriviamo alle ultime curve. Mancano meno di quattrocento metri ora, ed io in questi ultimi chilometri mi sono completamente scordato di controllare il tempo. Guardo l’orologio sul mio polso proprio nel momento in cui suona per avvisarmi di avere attraversato il quarantaduesimo chilometro (anche se è un po’ troppo buono perché il cartello è in realtà pochi secondi più avanti). Io e la mia compagna di questi ultimi chilometri ci immettiamo nei centonovantacinque metri finali, tra due ali di pubblico che ci incita come fossimo i vincitori, e tagliamo il traguardo col sorriso sulle labbra, e per quel che mi riguarda frantumando il tempo che avevo fatto a Cagliari qualche mese fa.

C’è un confine molto sottile tra la follia e l’incoscienza ed io per quarantaduemila metri oggi ho pensato di essere un incosciente. Poi, quando ho iniziato a volare su quei centonovantacinque metri finali, ho capito che sono solo un folle. Un folle ottimista che vuole guadagnarsi ogni secondo di vita, ed ogni secondo di corsa.

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– Pietro, quanto vale un secondo?
– Un secondo non vale nulla Charlene, è solo un secondo e la Maratona è soltanto una gara di corsa.

Ma mentre le dico queste parole lei è già scomparsa, lasciandomi a sedere da solo su un gradino del Palazzo Ducale di Reggio Emilia, a piangere un po’ con la medaglia tra le dita.

Grazie Charlene, di tutto. Wir sehen uns in Hamburg.

[FINE]

Photo credits: Atl-Eticamente foto

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

4 COMMENTI

  1. Grandissimo!
    Non sapevo che partecipassi, c’ero anch’io… peccato non averti conosciuto di persona.
    Racconto come al solito spettacolare, è bello “rivedersi” i chilometri fatti anche attraverso lo sguardo di un’altra persona.
    Grandissimo Pietro, prima o poi ci becchiamo.
    Complimenti!
    PS era la mia prima maratona

    • Ciao Paolo! Mi dispiace non esserci visti, io ho deciso all’ultimo perchè ero in zona per lavoro!
      Congratulazioni per la tua prima Regina! Ti sei divertito?

      • Grande Pietro!
        Sì, mi è proprio piaciuta, vissuta con serenità e voglia.
        Gran bella giornata.
        Se passi dalla mezza di Reggio o dalla maratona di Rimini… ci vediamo!
        Un salutone e complimenti per gli articoli.

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