Parli della Maratona di New York, parli dell’essere RunLovers

Men, today we die a little (Emil Zatopek) – But Men, today we’re also living so much (ehmmm… Io)
Prima di iniziare a raccontare la Maratona di New York appena conclusa, mi preme ringraziare Sportler e la loro iniziativa congiunta con RunLovers che ha permesso tutto questo.
È domenica 4 Novembre 2018, il vento arriva da ogni lato sul traghetto che sta portando me e molti altri aspiranti Maratoneti verso Staten Island. Ci siamo appena lasciati alle spalle la Statua della Libertà, forse il più importante trai i tanti simboli di questa città e degli Stati Uniti, e tra una ventina di minuti arriveremo al nostro punto di attracco, da cui ci sposteremo poi nell’immenso prato di Fort Wadsworth in cui attendere di essere indirizzati verso Wave e Corral di partenza. Sono nel Corral D della prima Onda, che partirà con i Top Runners, insieme a Lorenzo del RunLovers Team e Laura, conosciuta grazie al RunLovers Club (vabbè dai, non ti chiedo nemmeno se sei iscritto o no!). Fortunatamente, sopra il completo da gara ho indossato una tuta pesante ed un impermeabile plastico usa e getta che mi ha aiutato ad evitare la dispersione del calore corporeo, c’è una bella aria frizzantina che senza una adeguata protezione si farebbe sentire e raffredderebbe troppo il corpo. Ho il pettorale 8540. Mancano pochi minuti, lo storico direttore di gara Peter Ciaccia, cofondatore di New York Road Runners, ha appena annunciato il suo ritiro dal prossimo anno e parte un applauso sentito di ringraziamento, si sente iniziare l’inno Americano e cala un po’ il silenzio (c’è una cantante bravissima) che esplode poi in un boato al termine dell’inno. Lorenzo, Laura ed io ci abbracciamo e ci auguriamo di correre bene e di divertirci.
Il cannone esplode il colpo che dà il via alla gara, si parte!
Le prime due miglia (circa 3,2 chilometri) si corrono sul ponte di Verrazzano, che separa Staten Island da Brooklyn. Si va – volenti o nolenti – ad un ritmo molto tranquillo, per la tanta gente e per la prima metà del ponte in salita che non aiuta nella fase di partenza. Facciamo questo primo tratto tutti insieme, godendoci a pieno l’aria che arriva dal mare e le migliaia di altri Runners che (almeno in questa parte di gara) corrono felici come non mai. Il rumore dei passi che saltellano sovrasta qualsiasi altra cosa, ma è destinato a svanire in breve. Appena arriviamo a Brooklyn infatti, esplode la festa. Centinaia, no anzi, migliaia di persone che gridano, cantano e incitano i partecipanti alla corsa come se fossimo alle olimpiadi, in procinto di vincere l’oro. Lorenzo prova ad accelerare, io e Laura invece continuiamo a correre vicini. Appena abbiamo visto la festa dei newyorkesi infatti, abbiamo lasciato da parte qualsiasi intenzione “bellicosa” e ci siamo ripromessi, prima di tutto, di correre questa gara divertendoci. E di fianco a noi, su entrambi i lati delle strade, il pubblico fa di tutto per aiutarci a vivere questa corsa nel migliore dei modi. Intorno al quarto miglio entriamo in un rettilineo che è come il greto di un fiume le cui rive sono fatte di persone urlanti, cartelli “tap here for power – batti qui per avere forza”, bambini che allungano la manina per dare il cinque (cerco di non mancarne nemmeno uno) e chi più ne ha più ne metta. Gli italiani in gara sono tanti, e sono tanti anche gli italiani che fanno il tifo, ma anche tanti stranieri che amano l’Italia e non perdono occasione per incitarci. Ho il nome sulla canotta e ogni cento metri c’è qualcuno che mi chiama e mi dice che sono il più forte (lo so che lo dicono a tutti, però che forza dà sentirselo dire?), è davvero bellissimo. Sto approfittando dell’aria di festa per fare dei filmati live sulla pagina Instagram di RunLovers, e anche se non riesco a leggere i singoli messaggi per via della corsa, vedo gli incitamenti dei tanti che partecipano alle dirette e, ancora una volta, mi sento un privilegiato per poter fare una cosa che mi piace e riuscire a condividerla almeno in parte. Stiamo correndo da un’ora circa e facciamo la prima di un paio di curve abbastanza semplici distanziate una dall’altra da un paio di chilometri in rettilineo con delle salite/discese poco pesanti se viste singolarmente, ma che iniziano a diventare impegnative dopo averne percorso due o tre. E ne facciamo molte.
Laura mi corre sempre accanto, ha una tecnica di corsa molto bella e va leggera senza alcun problema. Abbiamo un passo, in questo momento, che ci dà una previsione molto ottimistica, ma abbiamo deciso di non preoccuparci più di tanto: se sarà necessario – le dico – rallenteremo. I chilometri corsi sono diventati venti ma urge una sosta pipì forzata (il freddo e l’acqua dei ristori non vanno molto d’accordo con la diuresi!) che ci fa perdere un paio di minuti sulla tabella di marcia ipotetica, ma nulla di che. Il passaggio alla Mezza, sebbene sia sul ponte che collega Brooklyn col Queens che ha una bella pendenza, ci dice che stiamo andando alla grande. Iniziamo a sentire un po’ di affaticamento sulle gambe ma riusciamo ancora a correre senza troppi problemi anche nel tratto in salita, sebbene la discesa che ne segue sia liberatoria e ci conceda un po’ di recupero a braccia larghe. Un altro paio di curve tra i palazzi scintillanti e poi eccolo, il Queensboro Bridge. Iniziamo a correrlo e Laura sente un po’ di fastidio alle gambe, rallentiamo allora e cerchiamo di fare in modo che il passo in salita sia compatibile con la media teorica che stiamo tenendo. Sul tratto in discesa acceleriamo un po’, alla curva di uscita del ponte c’è di nuovo il pubblico che ci accoglie con un boato inimmaginabile, roba da pelle d’oca e commozione con i lacrimoni. Tra le tante persone anche i genitori di Laura che la chiamano e la incitano, le serviva molto e ora adatta meglio la posizione del corpo e riprende a correre come se fosse uscita da un manuale di atletica.
Riprendiamo un ritmo costante per qualche chilometro, ma ad ogni ristoro rallentiamo per bere al meglio, nonostante la temperatura bassa e la giornata fantastica che New York ci sta regalando, la disidratazione è alta e bisogna bere almeno due o tre bicchieri per volta. Ripartiamo verso il ventottesimo chilometro, da allora in poi saranno meno di un terzo del totale i chilometri che mancheranno all’arrivo, e questo ci rincuora un po’. I tratti camminati per bere ci spezzano un po’ le gambe, ed al trentacinquesimo Laura si lascia scappare un “ma non finisce più?”. Lo stavo pensando anche io in realtà, ma cercavo di nascondere la stanchezza – le dico. Ridiamo di gusto e ci diciamo che siamo proprio strani, noi corridori di lunga distanza, a voler affrontare sfide come la Maratona. Ma è un richiamo a cui è difficile dire di no. Fortunatamente, dal lato sinistro della strada, si sente nuovamente chiamare. Lei non ha il nome sulla maglia quindi possono essere soltanto i suoi. Così è infatti. Il loro tifo la carica un po’ e riprendiamo ad andare bene. Siamo al quarantesimo, Central Park è una bolgia in festa e ci trascina verso la fine. Non stiamo più correndo per nostra volontà, in pratica, da questo punto ormai è il pubblico che ha deciso per chi sta affrontando la gara che non esiste più la possibilità di ritirarsi (non che sia una cosa a cui abbiamo minimamente pensato, eh). Mi rendo conto che Charlene non è comparsa per nulla, oggi. La cerco tra la folla festante, sul prato accanto alla strada e sugli spalti, ma non c’è. Poi, come se aspettasse il mio cercarla, sento la sua voce dirmi: sono qui, guarda in basso a sinistra. Inclino la testa e vedo le scarpe bianche di Laura muoversi sull’asfalto, e capisco che oggi Charlene ha preferito correre davvero con me, piuttosto che farmi compagnia solo nella mia testa. Grazie amica mia – le dico mentre continuo a guardare il terreno sotto i nostri piedi. È quasi finita, manca poco meno di un quinto di miglio ed anche stavolta sarà fatta. Stiamo per arrivare al traguardo della quarantottesima edizione della New York City Marathon, ed ai nostri lati c’è un tifo da stadio che sembra quasi sollevarci dal terreno e portarci in volo verso il semi-arco blu che segna la fine di questi quarantaduemilacentonovantacinque metri. Ci godiamo questo tifo, questo volare insieme a tutte queste persone che non conosco, a cui regalo il volto delle persone che amo per farmi forza quando ne ho bisogno. È così che c’è mia sorella che sventola la bandierina coi Quattro Mori sulla 1st Avenue, mia madre e mio padre che applaudono dagli spalti in Central Park, A. che si sporge dalle transenne ad ogni cinque dato ad un bimbo e ad ogni Pietro gridato. Ed è anche questo che mi piace tanto della Maratona: sapere che anche se non sono fisicamente con me, le persone che amo ci sono lo stesso, in qualche modo.
Charlene/Laura ed io tagliamo il traguardo portando l’uno il braccio dell’altra al cielo e ci abbracciamo, siamo di nuovo Maratoneti, Finisher della New York City Marathon 2018, l’evento sportivo più partecipato del mondo e domattina il nostro nome sarà stampato sulla carta del New York Times. Chi l’avrebbe mai pensato, solo qualche anno fa? Mi inchino per farmi mettere la medaglia al collo ed ora anche le mie gambe smettono di rispondere agli stimoli che vorrei inviar loro, sono diventate di legno ed ogni passo che faccio è pesante ed al limite del dolore. C’è un po’ di freddo e dobbiamo camminare parecchio prima di poter recuperare le nostre borse. Finalmente riusciamo a cambiarci e ad uscire da Central Park.
Ovunque è un tripudio di poncho blu con dentro un Maratoneta, ed oggi, a New York, quando passa un Maratoneta tutti – TUTTI – gli fanno i complimenti. È bellissimo.
Saluto Laura e torno verso l’hotel, sono stanco ma effettivamente non tantissimo, e mi balena in mente che a fine Aprile prossimo, con Giorgio e Dario del RunLovers Team, potremmo avere la grande opportunità di partecipare alla Maratona di Amburgo, e il pensiero di poter terminare qui a New York la mia carriera da Maratoneta svanisce subito.
Perché in fondo, da quando conosco Charlene, e cioè da quando corro Maratone, ho capito che correre per quei quarantaduemilacentonovantacinque metri è un po’ lo specchio della nostra vita, coi suoi alti ed i suoi bassi, i momenti di euforia e quelli di sconforto, e se non ci si arrende, se si accettano i cambiamenti e si continua con il proprio scopo, si arriva ad ogni traguardo.
Da quando corro Maratone, la mia vita è migliore, e allora spero di poter continuare ancora a lungo.
– Avevano ragione quelli che dicevano che come la Maratona di New York c’è solo la Maratona di New York, eh Charlene? Che dici, ci vediamo ad Amburgo?
– Perché non prima Pietro? Non ti vorrai allenare da solo, no?
E come sempre, sparisce alla mia vista, lasciandomi camminare da solo sulla 8th Avenue con la medaglia tra le mani.
We Are RunLovers.
[FINE…?]
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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

10 COMMENTI

  1. Grandissimo, letto con piacere.
    Complimenti per le belle parole e le sensazioni che mi ha trasmesso.
    Un abbraccio!

  2. Grande Pietro io mi fermo alla 21😂🏃
    .. Per adesso mi accontento di leggere le tue avventure da maratoneta… 😂

  3. Finalmente sono riuscita a leggerlo, in pausa caffè al lavoro. Peccato che adesso devo tornare al banco prestito e mi viene da piangere perché mi hai commosso… ma mi fai anche pensare che forse dovrei correre una maratona anche io prima o poi… Grazie!

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