L’argilla del Maratoneta

Se vuoi correre un miglio, corri un miglio. Se vuoi vivere un'altra vita, corri una maratona. (Emil Zátopek)

Se ci fosse una legge di Murphy a riguardo della corsa probabilmente direbbe: il vento soffia sempre nella direzione contraria a quella delle ripetute. Sto correndo i secondi cinquemila metri sui tre previsti dal mio allenamento di oggi e sul lungomare, qualsiasi sia la posizione che io occupi, il vento mi sbatte contro cercando di farmi rallentare il passo. In queste ultime settimane, da quando mi sono iscritto alla Maratona Internazionale di Cagliari, ho cercato di rifinire al meglio le mie condizioni e mettere sulle gambe oltre che chilometri anche un po’ di qualità. È per questo che ora sto combattendo contro il vento che padroneggia sul Golfo dell’Asinara e fa pensare ad ogni passo che bisogna davvero essere matti a voler affrontare una gara di corsa così lunga. Ma non è la prima volta e ormai più o meno so cosa aspettarmi, anche se non si può mai sapere cosa ci si presenterà di fronte durante quei quarantaduemilacentonovantacinque metri. Charlene (la mia tabella di allenamento) s’è fatta viva più di una volta in questi giorni, a volte con dei consigli utili, spesso frutto di confronto e chiacchierate con gli amici del RunLovers Club su Facebook (sei iscritto, sì?), a volte con qualche rimprovero per non riuscire a fare le cose nella maniera prevista (ci sta anche questo, no? Alla fine, mica siamo macchine). Alla terza ripetuta da cinquemila affronto anche un pezzetto di salita. Il cuore quasi mi esce dalla cassa toracica, ma, anche se nel limite più alto, riesco a stare nel tempo previsto. Mi fermo, prendo un respiro profondo (più di uno, per la verità) e al trotto leggero termino la mia corsa. Sono contento e fiducioso, manca poco alla gara e mi sento bene. La preparazione di questa Maratona di Cagliari è andata avanti, negli scorsi mesi, senza nemmeno pensare davvero alla gara, se non il giorno dell’ultimo lunghissimo da trentacinque chilometri tre settimane fa, quando come una rivelazione sulla strada di Damasco, ho messo a fuoco che avrei davvero voluto correrla. Prima di allora avevo corso tutte le altre lunghe distanze di avvicinamento senza badare al tempo da impiegare, senza fare proiezioni e senza essere nemmeno sicuro di volermi iscrivere alla corsa. Tutto quello che verrà quindi sarà ben accetto, sebbene non nascondo che la mia ambizione è di terminarla migliorando il tempo fatto a Los Angeles ormai un anno fa e se fosse possibile mi piacerebbe scendere sotto le tre ore e dieci (ah, è il limite per la mia età per qualificarsi per Boston? Non lo sapevo, davvero, giuro eh!). Metto in pausa e poi spengo il timer dell’orologio, faccio un po’ di stretching e ricontrollo sul calendario degli allenamenti cosa c’è in programma per i prossimi giorni. Ho ancora un lungo ed un medio-lungo da fare (saranno ventisette e diciannove chilometri) e qualche allenamento con ripetute ed allunghi, e poi mi rimetterò in gioco sulle strade di Cagliari.

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I giorni passano veloci ed è in un attimo l’alba di sabato diciassette marzo. Ho fatto uno scarico leggero oggi e mentre leggi queste righe sto sistemando la borsa con le cose da usare in gara. Domani indosserò una canotta celeste con cui ho già corso alcune Mezze Maratone andando discretamente bene, mi sembra possa essere una buona scelta e di buon auspicio. Non so se sia una cosa solo mia o se sia comune a tutti (mi piace pensare sia così per tutti), ma il giorno prima di una gara sono sempre molto indeciso su quale maglia utilizzare e sceglierla mi porta via un bel po’ di tempo. Non sono per nulla scaramantico ma sono decisamente sistematico ed ho sviluppato, nel corso degli anni, tutta una serie di cose da fare, una specie di metodo standardizzato che mi fa arrivare un po’ più sereno allo sparo di partenza sebbene poi in mezzo a tutti gli altri atleti mi senta, per dirla come avrebbe fatto Manzoni e come ripete spesso il mio amico Michele, un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. In fondo è così che ti fa sentire la preparazione di una gara come la maratona: malleabile come l’argilla. Col passare dei giorni sei sempre più pronto per la solidità grazie alla cottura dell’allenamento, ma non sarai mai indistruttibile. E forse è proprio questo che mi piace tanto della Maratona, il suo senso di grandezza e di incompletezza allo stesso tempo che me la fa amare ed odiare (ma più amare), ma che soprattutto mi consente sempre di scavare all’interno di me stesso cercando di tirar fuori la parte migliore dell’atleta e dell’uomo. Quindi stasera preparerò qualche pancake per la colazione, per cena mangerò la solita pizza pre-gara e “domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto per partire”.

– Potevamo prepararci meglio Charlene, vero?
– Certo che potevamo prepararci meglio Pietro, ci si può sempre preparare meglio. Ma anche molto peggio.

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[CONTINUA…]

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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