Il ritiro in gara. Guida – semiseria – per accettazione e superamento

Sara Taiocchi, per gli amici “Capra Orobica“, ci racconta com’è andata la sua Limone Skyrunning Xtreme. Non solo una corsa, ma una vera esperienza di vita.

Anche se la sola parola ritiro metterebbe ribrezzo a qualsiasi runner di ogni livello, forma e peso forse, quando le cose non girano, c’è qualcosa da imparare.

Limone sul Garda. Arrivare alla partenza 7 minuti prima del via è sicuramente un metodo testato per evitare inutili ansie pre-gara. Semplicemente non avrai nemmeno il tempo di guardarti in giro mentre il tuo GPS sta insistentemente cercando il segnale, perché sarà già ora di partire. Metodo consigliatissimo se, la gara in questione, è tappa finale del circuito delle Skyrunning World Series e il livello è, conseguentemente, altino. Ignari di quanto ci aspetta, ci approcceremo alla nostra prova sereni e pienamente positivi.

Grazie al tempismo perfetto della coppia Taiuz-Pomperorobico, questo metodo è stato testato innumerevoli volte e, provvidenzialmente, anche alla partenza dell’edizione 2018 della Limone Skyrunning Xtreme, una garetta di 29k e 2500 m di dislivello positivo, cioè di salita pura e dura a cui corrispondono altrettanti metri di dislivello negativo, capaci di mettere alla prova atleti di livello internazionale (giunti al traguardo con ferite degne delle battaglie nella foresta di Nottingham). E cosa c’è di più bello di mettersi alla prova su un tale tracciato, che si caratterizza da due tostissime e lunghe salite che ti faranno guadagnare +1000 m alla volta, discese tecniche e ripidissime, nonché lunghe, che massacreranno ogni muscolo, persino quelli che non esistono, all’interno delle proprie gambe, in mezzo a una sfilza di atleti professionisti che ti daranno almeno 2-3 ore di margine?

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Per questo motivo, sabato 13 ottobre, non avrei voluto essere in altro posto che non fosse Limone sul Garda! Una cornice a dir poco spettacolare per una gara galattica quanto temibile.

Ore 11:00: si parte!

La voce dello skyrunning, Maurizio Torri, comincia il count-down e, in quel preciso istante, capisci di aver fatto proprio una bella… trovata (!) ad esserti iscritto, ma ormai ci sei dentro e tanto vale concentrarsi e giocarsela.

Primi chilometri cittadini ideati dagli organizzatori per confondere e stordire i partecipanti, caricati dal tifo affettuoso di turisti tedeschi già davanti alla loro “cotovletta e capuzine” con un ghigno misto tra stupore e dissenso per tutti quei matti che non trovano di meglio da fare che correre su per una montagna. Poi, con il profumo delle limonaie (o delle cotolette) ancora addosso, inizia la salita.
È lì dietro a una curva, nascosta e travestita da sentiero tranquillo e invece, i sassi lasciano presagire che non si tratta di un bel tratto nel bosco, ma di un ripido, polveroso e ben presto assolato percorso verticale a picco su un lago meravigliosamente stupendo. Ma i miei bastoncini mi confortano e mi dicono, come in un sogno (e questo la dice lunga sulla mia condizione), che la posso fare e quando comincio a sentire un suono costante e inaspettatamente sguaiato, comincio a credere che forse posso arrivare in cima: deve sicuramente trattarsi di un tappeto per il rilevamento chip sul parziale della prima salita! Quando intravedo, tra le ascelle di chi mi precede, una lunga vuvuzela in plastica due spiazzanti considerazioni diventano chiare nella mia offuscata mente. La prima: non è un tappeto, ma un gioioso bambino che cerca di convincerci a tenere duro. La seconda: non siamo in cima e la cima proprio non si vede. Ad ogni modo, nessuno tentenna e si continua.

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Valli a capire i runners.

E in quel momento che cerco di immaginare i primi, chi ci sarà davanti? Kilian? Magnini? O magari il Dega! Dai, qui in questo tratto non possono aver corso, è assurdo! ERRATA CORRIGE: ho visto il video -.-‘. Correvano, eccome se correvano e ovviamente anche le donne.

Per conquistare l’ambito titolo di finisher, non è però necessario correre proprio tutto il percorso, ciò che conta è stare nei cancelli e io so di potercela fare. Per convincermene pienamente, decido di mangiucchiare metà del mio gel GU “Tutti i Frutti” e riparto decisa. Al ristoro capisco che posso recuperare il Pomper Orobico che mi ha già seminato e comincio a fare il mio passo, spingendo bene sui bastoni negli ultimi tratti in salita e correndo nei tratti collinari per arrivare, finalmente, all’attacco della prima discesa. Ho recuperato 18 posizioni.

Mi butto lungo gli stretti tornanti nel bosco e supero altre persone, arrivo dietro a un ragazzo che, sentendomi arrivare, allunga il passo e insieme guadagniamo dislivello negativo. Lui supera una ragazza, io chiedo timidamente il passo ma lei non molla, ma, su una curva taglio all’interno, passo anch’io. E poi, dopo un altro tornante, su un rettilineo di un bel sentiero di terra, senza radici o sassi, succede quello che non mi sarei mai immaginata in quel momento. La sensazione è che nel mio piede sinistro si sia strappato qualcosa e addirittura sono convinta di averne sentito il rumore, quantomeno internamente, come se ci fosse un interfono che collega la caviglia alle orecchie.

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La sensazione si rende manifesta quando abbasso il calzino e vedo il malleolo triplicato di dimensione e sporgente quanto fosse un altro tallone conficcato poco sopra quello previsto e perpendicolare allo stesso. Sono in un bosco, mi passano davanti sfrecciando tutti quelli che avevo appena ripreso e altri ancora. “Stai bene?”, qualcuno si ferma (che cuore!!!) chiedendo se faccia così male viste le mie inarrestabili lacrime. Piango in maniera così esagerata da far pensare che il dolore sia insopportabile. Invece è solo la consapevolezza, bruciante quanto evidente, del ritiro.

Nel chilometro che mi separa dal checkpoint successivo, ho tempo di pensare e continuare a piangere indisturbata. Ci vorranno 5 ore per smettere, soprattutto per capire che non è poi una grande perdita per la comunità del running se Sara Taiocchi non è giunta al traguardo con un tempo decisamente amatoriale e senza alcun ambizione!

Io che scrivo sempre dappertutto che mi piace correre, che la corsa è stata una conquista, ma soprattutto una maestra di vita, sono in un bosco a piangere tutte le lacrime del mondo per cosa? Una storta. FAILED!

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Non perché ritirata, ma perché in quell’istante in cui avrei dovuto reagire, magari addirittura fare il tifo a chi passava, magari spazzare la mente in fretta per tornare lucida e ragionare così sul da farsi, me ne stavo lì a frignare come una capra qualunque.
Il non mollare non significava né piangere, né ovviamente fare l’eroina e continuare a correre con un “malleolo OGM”. Non mollare significava accettare e lasciar andare, pantarei. Ora che sono qui davanti al mio Mac a sorseggiare tè verde, con l’incenso acceso, avvolta in una coperta pelosa e con il cuore di un monaco tibetano anziano, tutto è così semplicemente chiaro, ma quando invece ero immersa nel moccolo dei miei capricci, in effetti non ho saputo avere la stessa saggia e illuminata intuizione.

Quindi, il mio consiglio è: 1) Iscrivetevi a un corso di meditazione, mindfulness, yoga o ritiro spirituale che più vi rappresenti. Potrà sempre tornare utile. 2) Siate coscienti di quando tirar fuori il mantello per fare gli wonder non servirà a nulla, se non a peggiorare la situazione. 3) Correte, ma ricordatevi prima di tutto che vi piace e quindi sorridete!

Ps – Lo so, avevo detto un consiglio, ma poi me ne sono usciti 3 come i desideri del Genio di Aladin. C’era il 3×1.

Sara Taiocchi
@capraorobica

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