Hai scelto lo sport peggiore del mondo

Corri? Hai scelto lo sport più frustrante del mondo. E hai fatto benissimo.

Se dovessimo fare una statistica, la corsa è uno degli sport in cui le possibilità di vincere sono più basse. È uno sport di massa, le competizioni in cui si pratica sono mediamente oceaniche, le medaglie dei vincitori finiscono al collo di una percentuale dei partecipanti che sta dietro una virgola e molti zeri. Se vuoi scegliere uno sport che ti frustri e ti getti nello sconforto più totale, con la corsa hai scelto proprio bene. Se volevi davvero vincere qualcosa era meglio che ti concentrassi su sport di nicchia: non perché siano meno importanti ma perché li praticano meno persone e allora la statistica in quel caso ti avrebbe aiutato, e anche molto.
Invece hai scelto la corsa.

Ovviamente hai fatto benissimo.

Sport minori e sport maggiori?

Innanzitutto tolgo un sassolino dalla scarpa: la smettiamo con questa distinzione fra sport minori e maggiori? Possiamo parlare di sport e basta? Non trovi anche tu insopportabile che chi vince una medaglia d’oro di carabina o taekwondo sia elogiato con tutta quella sufficienza, con un malcelato “Sai che ci vuole”. Come se la concentrazione e il controllo che ti impongono discipline del genere – oltre che la preparazione fisica – non fossero già sufficienti a definirle come sport a tutti gli effetti. Sono forse sport minori per numero di appassionati e praticanti ma non di certo per difficoltà. Tributiamo loro l’importanza e l’onore che meritano.

Se vincono tutti nessuno vince

Un altro argomento che ha inquinato la percezione dello sport negli ultimi decenni è quello che definisco “minimizzazione del vincitore”. Credo si possa considerare una degenerazione del decoubertiano “l’importante è partecipare” che da tentativo riuscito di rendere lo sport – qualsiasi sport – sempre più di massa, si è annacquato a tal punto da svuotare di significato l’impresa del vincitore. Se tutti valgono per il fatto di partecipare a una competizione, allora vincerla è meno importante. Se tutti hanno una medaglia allora quanto vale quella conquistata dai primi tre? Non sto dicendo che debba essere abolita la medaglia di partecipazione ma forse dovrebbe essere un po’ smitizzata: ha un significato personale che non è paragonabile a quello di vincere. Le competizioni sono spietate perché sono una forma civilizzata di battaglia: dalle gare emerge il più forte e delle guerre storiche si ricordano i generali e i soldati più valorosi, non tutti quelli che vi parteciparono. Perché nelle battaglie e nelle gare l’individuo più forte emerge sino a diventare un simbolo.

C’è poi un altro argomento insidioso nascosto dietro la logica del “vincono tutti quelli che partecipano”: quello dell’unicità e irripetibilità del singolo. Che è verissima: in termini sociali, individuali, genetici e fisici tutti siano unici. La cattiva notizia è che quest’unicità non si traduce nell’essere il migliore fra tutti. Siamo solo diversi. Ci hanno detto che ci basterà esprimere la nostra individualità e creatività (o la nostra prestanza fisica, nel caso specifico) per eccellere? Ci hanno detto male. O abbiamo capito male. Per la stragrande maggioranza di noi il sogno di eccellere non si tradurrà mai in realtà. Per mille motivi: perché siamo 7 miliardi di persone, perché a credere che noi siamo i migliori del mondo lo pensavano solo mamma e papà e non la realtà e perché statisticamente non possiamo essere tutti, contemporaneamente i migliori del mondo. Non tutti possiamo vincere.

E qui circolarmente torniamo all’inizio.

Hai scelto lo sport peggiore che potessi scegliere

Ne hai scelto uno individuale in cui per eccellere puoi solo affidarti a te stesso. Ne hai scelto uno di massa. Ne hai scelto pure uno maledettamente faticoso. Sei pazzo, dillo.

Ponendomi questa domanda mi chiedevo anche, a ruota, perché la corsa non fosse la fabbrica più grande del mondo di frustrati: gare a cui partecipano 50.000 persone (CINQUANTAMILA PERSONE!) che vincono in poche decine, considerando tutte le categorie possibili. Avresti più possibilità di vincere un concorso pubblico. Eppure guardali questi pazzi runner ogni maledetta domenica: tesi e sorridenti sulla linea della partenza. Ma chi ve lo fa fare? Pazzi!

No, c’è molta sanità mentale in quello che stanno facendo. Il runner è una specie di kamikaze dello sport: sa di essere destinato al fallimento eppure è felice comunque. Perché? Perchè evidentemente non lo fa per essere più veloce di tutti gli altri ma di uno solo: di se stesso.

Correre quella maledetta domenica è come mettere il punto a una frase che c’ha messo mesi a scrivere: quella scritta con allenamenti, con rinunce, con la dieta, con le sveglie alle 5 del mattino. Quella delle corse con gli amici, quella dell’influenza che lo blocca a letto una settimana, quella delle cose che non vanno per il verso giusto. Correre è un lunghissimo romanzo che scrivi tu. E mettendo quel punto quella domenica non vinci niente e vinci tutto: hai accettato che non sarai mai il più forte del mondo ma di certo lo sei del te stesso di ieri o di 3 anni fa, quando passavi il tempo a guardare la tv e mangiare.

L’importante è partecipare e vincere: su te stesso.

(Photo by Shane Rounce on Unsplash)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

3 COMMENTI

  1. Presumo che “takeundo” stia per “taekwondo”. Non per fare il professorino di turno, ma se facciamo un discorso (che condivido pienamente) di pari dignità per tutti gli sport, almeno cominciamo a scriverli bene :) e il taekwondo, molto prima che uno sport, è un’arte marziale antica e nobile.
    Secondariamente, non mi sembra di vedere tutto questo fenomeno di svalorizzazione del vincitore a tutto vantaggio di una mitizzazione del partecipante, o almeno non in modo così ovunque consolidato, non diventato così dogmatico come mi sembra di aver capito leggendo. Sono d’accordo sul concetto, il vincitore va esaltato, premiato, tramandato ai posteri. E’ colui che sicuramente ha fatto meglio degli altri in assoluto ed è diseducativo insegnare che possano vincere tutti. Semplicemente non vedo l’idea di un vincitore svalutato, così largamente uniformata. E comunque aggiungerei che trovo ancora più profondamente scorretto e diseducativo il motto “vincere è l’unica cosa che conta”, per citare una frase famosa. Infatti nella parte finale emerge ciò che deve essere fondamentale e chiaro per chiunque: lo sport è prima di tutto incontro, condivisione, dando semplicemente il meglio di se stessi nel rispetto degli avversari e delle regole uguali per tutti.

  2. Ho sempre elogiato il vincitore, ma sta di fatto che persone come me che praticano sport e non vinceranno mai, dividono la vita anche tra famiglia, lavoro e possibilità..

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