Sono il campione del mondo

"Ascolta il tuo corpo" diciamo spesso. Ma lo ascoltiamo veramente?

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Martino Pietropoli
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 4 minutiEbbene, lo ammetto: anche io sono stato vittima della sindrome da Test del Moribondo.
Dai, non fare finta di non sapere di cosa sto parlando: quel test che dice che se non corri 10 km in meno di un’ora sei una carcassa da buttare, c’hai presente?

Vabbè, insomma: un bel giorno decido che devo farli non solo in meno di 60 minuti, ma addirittura in meno di 55. 50 pure, se sono proprio ispirato. Allaccio le scarpette, faccio partire il GPS, il sole splende, gli uccellini cantano soavi melodie che in uccellese significano “Vai Martino, spacca tutto” e io procedo, baldanzoso e tronfio. Faccio un giro diverso dal solito, non ricordo perché. Sono carico, motivato, ispiratissimo.

Per farla breve batto il mio record prefissato: non solo scendo sotto i 55 ma mica mi fermo nemmeno ai 50. Quando il GPS mi avverte che ho fatto 10 km leggo in quanti minuti: sono 48. Mi fermo ed è subito:

Stranamente nessuno dei passanti si complimenta con me, anzi, mi guardano come fossi scemo.

Guardo ancora incredulo il GPS per fissare nella memoria quel momento glorioso. Sto lì a guardarlo 5 minuti, forse inconsciamente aspetto che il Comitato Olimpico mi porti la mia meritatissima medaglia d’oro.

Eppure.

Mi sorge qualche dubbio quando, evaporati i fumi dell’esaltazione, ascolto il mio corpo: non ho il fiatone, non sono stanco, non mi fanno male i muscoli. Strano: ho tirato come un pazzo, dovrei essere uno straccio. Invece sono più fresco di prima di iniziare.

Poi mi viene in mente di guardare la mappa del percorso fatto perché una vocina dentro la mia testa mi dice “Sei davvero sicuro che la strada che hai fatto siano 10 km? Mmm. Mmmmmm. MMMMMMMMM“.  Ripercorro visivamente i primi km fatti ed è tutto regolare, fino a un certo punto dopo il quale la mia posizione viene rilevata in un punto preciso e inspiegabilmente dopo 2 secondi tipo 5 km più in là. Nella successiva lettura il GPS rileva nuovamente la posizione corretta e pensa bene di collegare quella precedente (sbagliata e impossibile) con una bella linea retta. Certo, ci sono andato in volo fino a là, il tutto in 1 secondo, forse meno.
Fine della storia triste che mi ha lasciato però con due insegnamenti.

1. Ascolta il tuo corpo

Lo diciamo spesso: per capire se stai tirando troppo o troppo poco, per percepire con precisione tutte le sensazioni che la corsa sa darti devi ascoltare come reagisce il tuo corpo. È una macchina e i dolori che percepisci usandolo sono le spie che ti segnalano qualche malfunzionamento o, più spesso, indicano solo che la “macchina” è sotto stress.
Io non avevo male e non ero affaticato eppure mi ero lasciato sopraffare dalla gioia per aver battuto il mio personal best e soprattutto quel fottuto test del moribondo. Eppure il mio corpo mi stava dicendo “Guarda che stai andando tranquillo eh, secondo me non ci stai sotto i 55, figurati i 48 che ti vanti di aver fatto“.

Per quanto ami correre con la musica o ascoltando i podcast non nascondo che possano essere distrazioni che alterano la percezione del tuo corpo. Non che non ti facciano sentire la fatica (magari, ci spareremmo tutti dei noiosissimi podcast allora) ma piuttosto ne modificano la percezione o ti rendono più distratto. È inevitabile:  sei concentrato su quello che ascolti piuttosto che sul tuo corpo.

Consiglio: ogni 3/4 uscite è meglio lasciare a casa gli auricolari e ascoltare solo il proprio respiro, magari concentrandosi sulla sua frequenza per sentire il cuore battere e percepire davvero la tensione del tuo corpo impegnato nella corsa.

2. Non fidarsi è meglio

Quella non era la prima volta che il GPS mi ingannava: un’altra volta sosteneva che avessi fatto in un’ora qualche migliaio di km. Ma manco col Millennium Falcon, ma magari! Purtroppo anche loro sbagliano per mille motivi ma siamo meno inclini a dargli la colpa: un giudice di gara può sbagliare ma un dispositivo elettronico no, non glielo concediamo. Siamo sicuri di essere noi quelli sbagliati.
Invece anche quello può operare in condizioni che mettono in crisi la sua affidabilità. Niente di male se non che ti restituirà delle letture sbagliate e inutili.

Come capirlo? Se ti dà valori troppo eccessivi in un senso o nell’altro è giusto diffidarne perché sono proprio i valori anomali quelli su cui non devi fare affidamento.

Ti senti veramente?

Sei davvero in grado di percepire con precisione il tuo corpo? Non è una cosa così semplice come sembri eppure quando ci riesci capirai facilmente che è fondamentale saperlo fare, specie nelle gare di endurance in cui non puoi permetterti di trascurare alcun segnale preoccupante.

Se l’avessi ascoltato meglio quel giorno avrei capito da solo che qualcosa non tornava nei conti. Se mi fossi fidato meno della tecnologia e avessi solo corso con le sensazioni che lui mi dava forse avrei battuto il test del moribondo di 20 minuti. O magari avrei capito prima dove dovevo spingere di più e fino a che limite.

Ascoltati, senza distrarti. Non è facile ma ogni tanto è necessario correre senza distrazioni. Solo per conoscersi meglio, alla fine.

Photo credits Jared Erondu

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3 COMMENTS

  1. Certo, la valutazione soggettiva delle proprie condizioni a fine corsa è imprescindibile e del resto credo che il gps abbia giocato scherzi strani un po’ a tutti; a meno di non essere in pista (e soprattutto in percorsi “personalizzati”) consiglio di misurare la distanza preventivamente con una bici munita di contachilometri e poi, in seguito, farsi una corsetta di prova come termine di paragone; se il percorso non è troppo frastagliato (molte curve e angoli stretti) va bene anche google Earth che fornisce un metodo per misurare le distanze.

  2. però a volte è bello farsi anche ingannare, aumenta l’autostima. non fraintendere: l’inganno deve essere verosimile. sono un paio di settimane che sto migliorando i miei personali, ma non voglio approfondire troppo sulla veridicità dei risultati perché vedo che mi sto caricando positivamente per la prossima gara.

  3. Piacevole ed istruttivo articolo come sempre.
    Grazie Martino per prenderti i “meriti” degli errori che tutti bene o male commettiamo facendoci sorridere delle nostre debolezze.

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