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Sandro Siviero
Sandro Siviero (detto BIG): vive, lavora, scrive e corre in una località sconosciuta a tutti, localizzata dall'intelligence in una non meglio definita area nelle terre di Mordor. Big è una sorta di entità grigia che tutto vede e tutto controlla. Essere mitologico, ai collaboratori di RunLovers è concesso vederlo solo in occasione delle festività nazionali della Papuasia e solo in fermo immagine. Cioè mentre corre.
 Qua dentro è quello che decide chi vive e chi muore e, per questo, noi lo amiamo di un amore disinteressato e spontaneo.

Tempo di lettura: 2 minutiIn realtà volevo intitolare questo post “take it easy” ma anche “segui l’onda, bbbello” (in onore delle tartarughe di Alla ricerca di Nemo) perché vorrei scrivere qualche riga su come il fare le cose “scialle” renda la vita più bella. E quando scrivo vita, intendo corsa.

Sul fatto che la metafora corsa-vita funzioni, se sei qui, non dovremmo avere dubbi e quindi mi perdonerai se mischierò le due cose facendole diventare solamente una. Forse sono un po’ “confuso” io ma, se penso a quello che mi succede e a come lo risolvo nella vita, sembra calzare a pennello anche nella corsa.

Ci sono infatti quei momenti in cui fatichi a vedere una via d’uscita, in cui ti accanisci, in cui ti scoraggi. E poi ti rendi conto che stavi solamente guardando dalla parte sbagliata. È normale: in fondo a chi non è mai capitato di spingere una porta dove c’era scritto “tirare”? Anche il taoismo, se non sbaglio, dice una cosa analoga e cioè che il contrario del pugno (la difesa) – portato al suo eccesso – è solamente un pugno dalla parte opposta.

Se sei un esperto di filosofie orientali mi perdonerai, lo so.

Capita anche nella corsa che – in qualità di esseri umani – cerchiamo sempre di andare oltre e capita altrettanto spesso di non riuscirci. Non riuscire a migliorare un tempo, non riuscire a trovare la voglia di andare a correre, non riuscire a raggiungere un obiettivo, non riuscire a risolvere un infortunio, non riuscire a [inserisci tu quello che preferisci]. Lì, proprio in quel momento, ci accaniamo. Diventiamo il peggior nemico di noi stessi perché – come una mosca che picchetta su un vetro cercando di attraversarlo – non riusciamo a uscire da un circolo vizioso di insoddisfazione e frustrazione. E, come non bastasse, poi diventiamo sgradevoli anche con gli esseri umani che ci circondano o con cui interagiamo perché scarichiamo su di loro le nostre frustrazioni. Insomma, quello che un po’ tutti, comunemente, chiamiamo invidia.

In questa condizione – per la quale sicuramente gli psicologi hanno un nome preciso che io non conosco – noi non riusciremo mai a ottenere quello che vogliamo. E quindi è necessaria un’inversione di tendenza, un pugno al contrario, un’inversione di marcia del navigatore che, posseduto da un troll dispettoso, ci ha portato fuori strada.

Invertire la tendenza significa necessariamente sovvertire la routine e quindi, detta facile, rallentare un po’. Rallentare per ritrovare il gusto di quello che si fa, anche con un’uscita in meno a settimana, magari sostituita da un po’ di bici o da una nuotata. Oppure rallentare cambiando sport per qualche giorno. Ma anche fermarsi un giorno in più per ritrovare il piacere di uscire a correre “perché mi va” e non “perché devo”.

Personalmente credo che il concetto di “dovere” nella corsa sia utile solo perché ci educa all’autodisciplina ma, per tutto il resto, non serve a granché. In questo, noi amatori siamo molto più fortunati dei professionisti: non abbiamo contratti da rispettare, non abbiamo qualificazioni da ottenere, non abbiamo podi da conquistare. Noi, quando ci alleniamo, siamo liberi. Sarà che, più divento vecchio, più mi rendo conto che la libertà è un lusso, non lo so. Di certo però è una gran bella cosa.

In tutto ciò, la componente mentale ne trarrà un sicuro giovamento e, con lei, anche le prestazioni. Scommettiamo?

Magari continueremo a non arrivare primi, ma vuoi mettere quanto divertimento in più?

 

 

Il cucciolo in copertina è gentilmente offerto da Matthew Henry on Unsplash

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