L’effetto Shalane Flanagan

La vittoria della Flanagan a New York è stata costruita in molti anni e con un metodo che farà scuola

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L’ultima volta che un’americana ha vinto la New York City Marathon Shalane Flanagan non era ancora nata. Oggi di anni ne ha 36 e da quando Miki Gorman la vinse in 2 ore e 43 minuti ne sono passati 40.

Per vincerla lei ci ha messo 2 ore 26 minuti, un tempo comunque spaziale e di soli 3 minuti (tanti? Pochi? Chissene) più lento del record di Margaret Okayo di 2 ore, 22 minuti e 31 secondi, stabilito nel 2003.

Non stupisce quindi che la notizia della sua vittoria sia stata così tanto celebrata da oscurare quella degli uomini. E finalmente, aggiungiamo.

Lentamente, per essere la più veloce di New York

Come ogni successo ricercato, voluto e agognato, anche questo della Flanagan non è arrivato improvvisamente. Shalane ha infatti iniziato a prendere la rincorsa per tagliare quel traguardo domenica 5 novembre 2017 molti anni fa. Esattamente nel 2009, quando iniziò ad allenarsi a Portland, nel mitico Bowerman Track Club. Come racconta il New York Times, al tempo era l’unica donna ad allenarsi insieme a una squadra di fondisti uomini. L’allenatore capo era Jerry Schumacher e assieme decisero di costruire un team di sole donne. Al tempo gli USA non erano in grado di esprimere una sola fondista di livello mondiale. Da queste macerie la Flanagan e Schumacher cominciarono a costruire il portentoso edificio che ha portato le 11 “training partners” che in questi anni si sono allenate con lei a qualificarsi per le Olimpiadi. Tutte e 11.

Detto in altri termini: un tasso di successo del 100%, perché qualificarsi per le Olimpiadi è già di per sé un successo (che si è poi tradotto in molti casi in medaglie e piazzamenti importanti). O detto in altri termini: allenarsi con Shalane porta bene. O almeno serve, eccome.

Il metodo Flanagan

L’allenamento è l’espressione fisica di un lavoro di gruppo che si sviluppa molto più sottotraccia e in maniera meno evidente. Il carattere sportivo che Shalane ha saputo costruire e rivelare nelle sue compagne di allenamento è infatti il risultato non solo dello sforzo fisico ma anche dei rapporti che ha saputo creare con loro. Lo spirito di squadra che viene descritto aleggiare nel team della Flanagan è un misto di umanità e competizione estrema. Lei ha sempre dimostrato di saper intuire il talento delle atlete che ha scelto di avere in squadra ma, da head del team, non le ha mai dirette come un generale inflessibile. Più che far correre quei cavalli di razza ha sempre corso con loro, sfruttando il loro tiro per mettersi a sua volta in competizione. È una strategia in cui entrambe le parti beneficiano, perché lei è spinta a competere sempre con atlete di altissimo livello e loro traggono beneficio da un clima amichevolmente molto competitivo.

L’importante, sembra alla fine, è che sia dichiarato che lo spirito agonistico non c’entra niente con la sopraffazione di una rispetto alle altre: tutte ricavano benefici dalla squadra.

Una certa idea di femminismo

L’idea di femminismo che la Flanagan ha sempre perseguito è descritta efficacemente da Lindsay Crouse

“Lei non parla solo dell’importanza di valorizzare le donne; lei lo fa. E loro vincono”.

È un po’ la differenza che c’è fra il dire e il fare: la Flanagan non annuncia di voler perseguire un risultato vagamente localizzato nel futuro. Lo individua e assieme al suo gruppo lavora incessantemente per ottenerlo.

Limando. Soffrendo. Sfidando le sue stesse amiche di allenamento e ormai di vita. Per anni e mesi e per migliaia di km. Fino a una domenica mattina di novembre a New York, quando quella bandiera americana alzata al cielo valeva 40 anni di New York City Marathon e valeva per tutte le atlete che si sono allenate con lei e per tutte le donne che fanno. Un gesto che lei stessa ha commentato con poche, significative parole:

Il lavoro di una vita intera per questo solo momento.
Ne valeva la pena.
Sii implacabile.

Poche parole, molti fatti.

(Photo credits: Shalane Flanagan’s Instagram)

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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