L’antidoping funziona?

Il caso di "Icarus", un documentario sul come doparsi e farla franca che è diventato inaspettatamente una complessa indagine sul doping di stato

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Serve davvero doparsi? Lo fanno tutti? Lo fanno in molti? Puoi fregare il sistema? A queste domande ha cercato di dare una risposta Bryan Fogel, un regista americano che ha sempre avuto la passione per la bici, praticandola a ottimi livelli anche se amatoriali.
“Icarus” è il suo bellissimo documentario distribuito da Netflix e basato inizialmente su una provocazione: se mi dopo miglioro veramente le mie prestazioni? E c’è modo di ingannare l’antidoping?

Prima e dopo

Per avere un criterio di riferimento, Fogel sceglie di correre la Haute Route, considerata la gara amatoriale di ciclismo più massacrante del pianeta: 7 giorni su e giù per le Alpi. La corre nel 2014 per la prima volta senza essere dopato. L’obiettivo è arrivare fra i primi 100. Si piazza 14esimo. Ora ha un termine di riferimento per capire se il doping può migliorare davvero le sue prestazioni e soprattutto se è possibile “to game the system”, cioè riuscire a ingannare il sistema dell’antidoping.

Inizia quindi a sottoporsi al complesso protocollo del doping, fatto di iniezioni di testosterone, PED e altre cose innominabili. Ma vuole farlo ai massimi livelli e si fa quindi assistere da Grigory Rodchenkov, a quel tempo a capo dell’agenzia antidoping russa. Esatto: per doparsi si fa aiutare da chi dovrebbe scoprire chi si dopa, come se il ladro andasse a rapinare una banca aiutato da un poliziotto.

La controversa figura di Rodchenkov si dipana lungo tutto il documentario, che ha anche la qualità di restituirne un ritratto più complesso di quello che la cronaca fornisce: il massimo scienziato dell’antidoping russo (nonché un’autorità mondiale) è anche una persona che vuole dimostrare quanto il sistema sia corrotto e capisce che il progetto di Fogel può essere il modo giusto per farlo.

Un’amicizia

Grigory Rodchenkov

Rodchenkov si rivela molto presto come una persona molto conviviale e amichevole. È difficile per chi guarda distinguere la sua personalità dai suoi comportamenti criminali, ma poco alla volta si sviluppa una qualche forma di simpatia nei suoi confronti, la stessa che Fogel scopre di avere fino a diventarne amico.

Per giungere alla seconda parte del documentario che è radicalmente diversa dalla prima: in termini cinematografici lo si definirebbe un “twist” della trama che, dal racconto del tentativo di un atleta amatoriale di doparsi e di fregare il sistema, diventa una storia molto molto più grande. Durante le riprese un altro documentario della tv tedesca ARD denuncia lo scandalo che ha Rodchenkov come protagonista. Da questo punto il dottore diventa la figura centrale del racconto di Fogel e questi gli cede intelligentemente la scena intuendo che la storia di Icarus non è più la sua ma quella del russo. Il tema centrale del documentario diventa il sistema dell’antidoping russo, non più ingannato da dottori furbi e da atleti ancora più furbi ma che è invece abilmente e cinicamente orchestrato dalla stato russo, in linea diretta fino a Putin stesso attraverso il suo Ministro dello Sport. Lo scandalo, come noto, esplode sulle pagine del New York Times poco prima delle Olimpiadi di Rio e rivela che gran parte della nazionale russa è dopata. La decisione del comitato olimpico è senza precedenti: negare alla delegazione russa di partecipare ai giochi di Rio (anche se poi vi prenderanno parte 271 atleti su 389, al netto insomma di quelli finiti nel rapporto McLaren che aveva denunciato il doping di stato).

Un gioco molto pericoloso

Fogel aveva iniziato questo documentario pensando che il rischio più grande che correva (a parte quelli, non trascurabili, legati alla sua stessa salute) sarebbe stato di essere sospeso dalle gare perché trovato positivo al doping. Dopo qualche mese invece si trova al centro del più grande scandalo sportivo della storia, fatto di connivenze e macchinazioni, provette sostituite, dottori e funzionari della WADA (World Anti-Doping Agency) ingannati o ingannatori, servizi segreti e morti sospette. Correndo il rischio reale di essere eliminato fisicamente, come il suo amico Grigory Rodchenkov.

Non ti svelerò né se le sue prestazioni sono effettivamente migliorate, né come si è conclusa la vicenda ma mi interessa più fare alcune considerazioni finali.

Quindi?

Il doping esiste, questo è un fatto. Il doping è illegale, sbagliato e pericoloso. E questo lo sai già.
Ciò che dice questo documentario argomentandolo con fatti e riscontri è però un po’ diverso: il doping può funzionare (non essere cioè scoperto) solo quando è elevato a sistema. Solo quando c’è la connivenza di atleti e responsabili sportivi, di dottori ed esperti antidoping, di politici e funzionari ministeriali il trucco può funzionare. L’antidoping sporco, che è un altro modo per chiamare il doping, funziona solo quando tutti lo praticano e quando il meccanismo corrotto è orchestrato ai livelli più alti delle sfere sportive.

In altri termini: non esiste atleta professionista che può individualmente e isolatamente fottere il sistema perché – ed è forse la nota più positiva in tutto il desolante panorama che esce da questo documentario – l’antidoping funziona. Se ti dopi ti beccano. L’unico modo per non farsi beccare è avere la connivenza di dottori e dell’agenzia antidoping, a sua volta “dopata”, in termini di procedure almeno. Il sistema che Grigory Rodchenkov denuncia è infatti sorprendentemente semplice e banale ed è stato implementato per la prima volta durante le Olimpiadi invernali di Sochi: si basa sulla sostituzione delle urine dopate con urine pulite. Con un buco nel muro da cui venivano fatte uscire le prime e entrare le seconde. Uno immagina che sia possibile eludere i controlli antidoping solo calcolando le latenze dei farmaci usati o usando qualche altra stregoneria basata su raffinati calcoli probabilistici o sull’uso di sostanze legali come “schermo” e invece viene fuori che il sistema è una roba da sgangheratissimi Soliti Ignoti.

Doparsi è sbagliato e se ti dopi lo scoprono perché ormai i controlli sono molto efficaci. Si spera, almeno.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L’importante è che siano barefoot.
Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l’accortezza di annunciarlo su twitter.
Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l’altra faccia della stessa medaglia.

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