L’allenamento che odio di più è quello più utile (dannazione!)

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Sandro Siviero (detto BIG): vive, lavora, scrive e corre in una località sconosciuta a tutti, localizzata dall'intelligence in una non meglio definita area nelle terre di Mordor. Big è una sorta di entità grigia che tutto vede e tutto controlla. Essere mitologico, ai collaboratori di RunLovers è concesso vederlo solo in occasione delle festività nazionali della Papuasia e solo in fermo immagine. Cioè mentre corre.
 Qua dentro è quello che decide chi vive e chi muore e, per questo, noi lo amiamo di un amore disinteressato e spontaneo.

Tempo di lettura: 2 minutiLo dico subito, così mettiamo le cose in chiaro dalla prima riga: questo è un post che ha a che fare con qualunque sport, non solamente con il triathlon. Ma questa settimana ci sarà l’Ironman di Cervia (di cui parleremo molto) e – credo – non c’è momento migliore per discuterne insieme.

Vale per ogni allenamento, sia chiaro, quindi calalo nella tua disciplina. Io te ne parlo in correlazione al nuoto perché l’ho sperimentato soprattutto lì.

Partiamo dall’inizio

Come molti runner, io e l’acqua non siamo mai andati molto d’accordo. Anzi, a essere sincero, fino a circa due anni fa l’unico stile che conoscevo era “roccia”. Ossia andavo a fondo come una pietra. Stop.

Un po’ alla volta, con tanta pazienza e con l’aiuto di un coach, ho iniziato a nuotare. Magari non bene ma ho iniziato. All’inizio ero devastato dopo una vasca, poi dopo due, poi dopo quattro e ora il grado di devastazione dipende dall’allenamento che sto facendo.

Tutto questo per spiegarti lo scenario; ora veniamo al dunque.

Ci sono dei momenti particolari nei nostri allenamenti – soprattutto quando siamo seguiti da un coach o quando abbiamo la volontà di portarli a termine nonostante tutto – in cui non capisci più molto bene chi sei, da dove vieni, cosa stai facendo e cosa ci fai lì. Quei momenti in cui, alla fine, l’unica forza che hai la usi per sollevare un dito (il medio) nei confronti di chi te l’ha fatto fare.

A cosa servono quegli allenamenti?

Oltre che sul piano atletico, ci aiutano a spingerci mentalmente oltre, ad affrontare la fatica e a gestire le difficoltà che incontreremo in gara. Ti pare poco? Per me è tutto.

Perché è in quel momento di crisi che impariamo a gestire lo stress (e la conseguente voglia di mollare) che può presentarcisi davanti. La tonnara del nuoto, il muro del trentacinquesimo chilometro, la salita che sembra non finire mai.

Non a caso è proprio lo stress che ci porta a fare scelte infelici quando gareggiamo. E, come puoi immaginare, le scelte infelici possono costare tempo, fatica e spesso portano verso la strada del ritiro.

Allenare la fatica, significa quindi anche allenare la mente a gestire lo stress e il panico dovuti alle difficoltà che incontreremo. Per superarle.

C’è solo una precauzione

Bisogna saper dosare anche questi allenamenti e, soprattutto, sapersi fermare al momento giusto. Come sai, allenarsi continuamente “fino alla morte” ha effetti deleteri sulla nostra preparazione.

Oltre che farci detestare quello che stiamo facendo.

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