Io, me e Ch(i)arlene

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E’ il 30 Aprile 2017, una calda (caldissima) mattina di metà primavera, ed io sto correndo da un’ora circa la sesta edizione della Chia Laguna Half Marathon, una delle gare (del circuito FollowYourPassion) a cui sono più affezionato. Ho appena passato il quindicesimo chilometro, e nella mia testa sono già al traguardo. Perché a Chia è qui che si fa la gara e che si capisce se la si finirà bene e col sorriso oppure con i crampi. Sto percorrendo il tratto in discesa che porta all’ultima delle tre salite del tratto di Tuerredda, ed incrocio una moltitudine di atlete e atleti che invece stanno affrontando la salita in senso opposto. Al ristoro di poche centinaia di metri fa ho bevuto qualche sorso d’acqua, fatto un rapido checkup delle mie condizioni fisiche e ho capito che ho ancora abbastanza energie per poter pensare di fare un tempo migliore rispetto allo scorso anno. Carico di endorfine batto il cinque ed incito i miei compagni di corsa che in senso opposto si trovano ad affrontare il tratto più impegnativo. Tanti ricambiano, alcuni mi guardano come se fossi impazzito, un paio addirittura mi dicono di non urlare troppo per non deconcentrarli (ciascuno ha il suo modo di correre e anche sentire uno che ti incita potrebbe magari essere fastidioso, posso – quasi – capirlo). Quando supero il sedicesimo chilometro quasi non ho più voce. Davanti a me c’è l’ultima ripidissima ed apparentemente infinita salita di questa gara, che terminerà appena dopo il diciottesimo chilometro per trasformarsi in una discesa quasi continua fino al ventesimo e poi in piano fino al traguardo. Correre questo tratto è fatica pura, e se non ci si arriva preparati quasi ci si dimentica che è stata la nostra volontà a farci iscrivere a questa corsa e ci si automaledice in ogni lingua, esistente e non. Supero il cartello del diciottesimo e con gli occhi riesco ad andare oltre il punto di scollinamento e la laguna di Chia mi riflette addosso un bagliore accecante che per un istante non mi permette nemmeno di vedere la strada. In cima alla collina mi giro per guardare ancora una volta Tuerredda, lancio lo sguardo verso il mare verde smeraldo e poi di nuovo verso i fenicotteri lontani che si spostano sulla laguna, e la vista che ho davanti mi ripaga di ogni goccia di sudore spesa finora (molte gocce, fidatevi).

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Amo la mezza maratona di Chia perché è una gara durissima, ma che ti regala emozioni incredibili e i panorami naturali che si vedono sono secondo me uno dei motivi del successo di questa corsa, in cui anche quest’anno ci sono stati tantissimi partecipanti (oltre 3.150, secondo i numeri forniti dall’organizzazione). Corro a perdifiato nel tratto in discesa ripida che arriva fino a quasi il diciannovesimo chilometro, guardo di nuovo l’orologio e faccio dei calcoli grossolani sul tempo che potrei impiegare per coprire queste poche migliaia di metri rimanenti. Anche nella peggiore delle ipotesi (a meno di fermarmi, ovviamente) a questo punto riesco a stare ampiamente sotto il mio tempo standard sulle mezze, e se continuo a questo passo riuscirò anche a migliorare il tempo dello scorso anno. Incrocio ancora alcuni altri runner che vanno verso Tuerredda, ma sono pochi e dal diciannovesimo in poi corro completamente solo. Io, la mia canottierina nera con la scritta RunLovers sul petto e i miei pensieri.

Rivedo mentalmente la giornata di oggi, il ritrovo prima della partenza con gli altri ragazzi del RunLovers Club (se non sei iscritto e non ne hai mai sentito parlare beh, non sai cosa ti perdi!), il riscaldamento e le chiacchiere con gli amici di tante gare Andrea, Agostino e Guido (con cui ho anche corso i primi chilometri fino a che si è staccato per proseguire sul percorso della 10k), i tanti incitamenti scambiati con A., Federico, Michele, Gabriele, Federica e Marco, che quest’anno non erano tra il pubblico a fare il tifo perché sono passati dalla parte di chi corre (una cosa tipo Il lato oscuro della Forza di Star Wars, per intenderci) e i tantissimi altri amici che hanno fatto la dieci o la mezza, le chiacchiere con Giacomo di FollowYourPassion, che ha ospitato me ed A. al resort (potrei stare ore a raccontare la bellezza di questo posto e la gentilezza e professionalità del personale) e la pazienza infinita di Nicola al banco del ritiro pettorali che ieri sera (sabato), quando l’orario aveva già da un pezzo superato quello previsto per la chiusura, si è messo a cercare i nostri chip e le nostre maglie, lasciandoci la possibilità di dormire mezz’ora in più e fare con calma la colazione stamattina. Ripenso a tutti questi avvenimenti e quasi non mi accorgo di essere arrivato in prossimità del cartello del ventesimo chilometro, che vedo a nemmeno duecento metri. La genetica etiope che ciascuno di noi porta nel DNA (come l’australopiteco Lucy insegna, arriviamo tutti da quella parte d’Africa alla fine, non dimentichiamolo) fa scattare le mie gambe ad una velocità che nemmeno pensavo fosse possibile, dopo tutta questa strada. Un ragazzino mi porge la bottiglietta d’acqua, la prendo in corsa ma bevo solo il necessario per bagnarmi le labbra e rinfrescare un po’ la gola, poi con un colpo da Michael Jordan centro (non ho davvero idea di come sia stato possibile, sono una schiappa a pallacanestro) il cesto per la spazzatura sul lato della strada ed aumento ancora l’andatura. Passo il tratto in cui alcuni alberi coprono il paesaggio e danno un po’ di refrigerio regalando qualche macchia d’ombra e sono nuovamente di fronte alla torre di Chia. Ora vedo i gonfiabili della zona partenza e si inizia ad incontrare anche un po’ di pubblico. Una famiglia sta sul ciglio, il bambino più grande sporge la manina per battere il cinque, sono fradicio per il sudore e non vorrei inondarlo, ma chi sono per dire di no ad un bimbo? Quando sbatte il palmo sul mio si sente il ciaff del sudore sul mio palmo, lui ride e mi dà una carica incredibile, ed accelero ancora. Sul lato opposto della strada una donna bionda con un berrettino bianco che racchiude una coda vede questo siparietto, mi saluta e fa il segno del “pollice su” con la mano. Sono indeciso se rispondere o meno, perché non riesco a vedere bene il suo volto e non vorrei fosse la fantasia che mi tira uno dei suoi scherzi. Alla fine sollevo anche io il pollice e ringrazio, consapevole che forse sto ringraziando soltanto un miraggio (poco male, non c’è tantissima gente, magari non si accorge nessuno della cosa), ma anche se fosse in fin dei conti è anche merito di Charlene se sto terminando così bene la corsa, avendo preso in prestito dalla sua tabella per la maratona alcuni allenamenti di queste settimane. La strada adesso è tutta mia, supero il gonfiabile che segnava la zona di raduno della quarta griglia e i miei piedi iniziano a poggiare sopra i coriandoli che i cannoni hanno sparato in aria alla partenza.

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Su entrambi i lati ora c’è il pubblico delle grandi occasioni. Guardo di nuovo l’orologio, non sono certo di aver letto bene perché mancano meno di quattrocento metri e stando a quanto dice dovrei non solo migliorare il mio tempo qui a Chia, ma anche fare un nuovo record personale assoluto sulla mezza maratona (e farlo in una gara come Chia significa essere stati bravi, concedetemi un briciolo di vanità oggi). Accendo la GoPro e riprendo questi ultimi trenta secondi di gara, voglio rivedere questo tratto e il pubblico che incita e la festa incredibile che ho attorno (sembra sia il vincitore della corsa per quanto mi stanno facendo il tifo). Riprendo tutto raccontando la magia di Chia, e il fatto che sbaglia chi dice che non si può fare il proprio record personale qui, e chi se ne frega se perderò due o tre secondi per la chiacchiera (ho parlato e gridato con gli altri compagni di corsa per tutta la gara, non mi cambieranno la vita questi ultimi metri, no?), e arrivo sul traguardo nel migliore dei modi possibili: con le braccia alzate e felicissimo.

Appena una delle hostess mi mette la medaglia al collo penso già al prossimo anno e a quella domenica di fine Aprile 2018 che sembra così lontana ma che è in realtà dietro l’angolo. È quasi scontato dirlo, ma sono certo che anche il prossimo anno tornerò a correre a Chia questa gara che oggi più che mai sento di casa, anche se è molto distante dal luogo in cui solitamente vivo e lavoro.

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Perché alla Chia Laguna Half Marathon, più che in ogni altro posto in cui ho avuto la fortuna di correre in questi tre anni di gare su lunga distanza, ho sempre raggiunto il mio obiettivo: divertirmi.

Per cui, Tuerredda, mantieni la tua asprezza e la tua difficoltà, ed aspettami, perché tornerò a sfidarti. O meglio, torneremo.

Io, me e Ch(i)arlene.

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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