Io, Charlene ed i fenicotteri

Carlo è un competitivo. Si porta dietro questa cosa dai tempi del calcio giocato, quello sport in cui si gioca in squadra e si gioca per vincere, ed a cui forse si dà troppo spazio mediatico (ma è un mio personalissimo parere, puoi dissentire eh). Me lo disse la prima volta che ci parlammo, prima di una delle tante gare a cui ci siamo incontrati. Ci siamo conosciuti alla Chia Laguna del 2016, lui faceva il pacer dell’ora e trenta e diede a me e Raffaele una carica incredibile per chiudere la gara nel tempo che speravamo. Quando ci è possibile corriamo insieme in gara, e lo scorso maggio, alla Maratonina dei Fenici a Pula, mi ha portato a tirar giù il mio tempo personale sulla mezza maratona che avevo ottenuto poco meno di un mese prima. Ci siamo poi visti ad altre gare, ma avevamo sempre tempi diversi in testa e abbiamo quindi corso con altri amici. Stamattina invece abbiamo pressappoco lo stesso obiettivo, e decidiamo di fare la gara insieme. È domenica 3 dicembre 2017 e siamo sulla linea di partenza della decima edizione della Cagliari Respira, una delle Mezze Maratone più partecipate dell’Isola, che quest’anno conta circa milleduecento atleti per la Mezza e qualche altro centinaio per la staffetta 8+13 (per la quale ho convinto anche Michele e Filippo, che ormai sono un team affiatatissimo), più non so quanti per la sei chilometri non competitiva che parte poco dietro di noi. Per quel che mi riguarda venire qui a Cagliari per poter correre la gara è quasi una scusa per poter vedere tanti altri amici che non incontravo da tempo e conoscere nuovi RunLovers (sei iscritto al Club su Facebook, vero?), per cui nonostante ovviamente abbia un tempo in testa, non riuscire ad ottenerlo non mi cambierebbe proprio nulla.

Quest’anno la corsa mi ha dato soddisfazioni incredibili, e questa gara (ultima o penultima dell’anno, devo ancora decidere se partecipare alla Mezza di Olbia tra due settimane) la vedo come una passerella per ringraziare Charlene della compagnia che mi ha tenuto in questi dodici mesi, e valutare se sia il caso di apportare qualche modifica ai piani di allenamento che vorrei seguire in futuro. Ma torniamo alla gara che sta per iniziare: per qualche strano caso del destino mi piazzano in prima fila nelle griglie, qualche settimana fa ho ottenuto un buon tempo e sono stato considerato per questa corsa un Elite Runner (io, ma ci pensate?) e quindi sono a meno di un metro dalla linea di partenza. Carlo è nella griglia dietro, per cui lo aspetterò in ogni caso. Partiamo e ci ritroviamo subito, ci mettiamo affiancati ed iniziamo la nostra corsa. Il percorso della Cagliari Respira è un percorso piuttosto tecnico, veloce ma non velocissimo: si parte da una zona alberata in una delle vie principali di Cagliari, viale Diaz, per poi arrivare al centro economico della città, la bella via Roma di fronte al porto. Da qui c’è una salita impegnativa che poco prima del terzo chilometro fa arrivare in piazza Yenne e poi una serie di curve e tratti di lastricato per tornare indietro verso il lungomare del Poetto, dove c’è la nuova pista ciclabile cagliaritana che è uno spettacolo e consente di correre al massimo. Da qui si va verso lo stagno, percorrendo un tratto di sterrato, e si ritorna in città dove, dopo una serie di zig-zag, si arriva allo stadio di atletica, percorrendone tre quarti d’anello e arrivando a tagliare il traguardo. È un percorso davvero bello e oggi per fortuna è una giornata splendida, ci sono circa sette o otto gradi ed il sole nel cielo promette di scaldarci un po’.

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Facciamo questi primi chilometri parlando con gli altri ragazzi e ragazze in gara, scherzo con Roberto con cui non riusciamo mai a scattare una foto insieme nonostante ci si incontri praticamente a tutte le gare, valutiamo il passo da tenere e parliamo di quanto siamo stati fortunati col meteo oggi. Poco prima della salita, di fronte a noi, vedo per la prima volta Loris Cappanna ed il suo Atleta Guida Matteo Batani, reduci dal nuovo record italiano in Maratona per non vedenti (Maratona di Torino 2017, cat T11) in tre ore e trentasei secondi, un tempo che è un sogno per molti atleti che hanno la fortuna di vedere la strada, me compreso. Ogni volta che li incontro ad una gara di corsa rivedo il mio concetto di determinazione. Ci salutiamo, scambiamo due parole e ci diamo un incoraggiamento a vicenda. La gara è ancora lunghissima e può succedere di tutto, nonostante per ora sembra che tutto vada per il verso giusto.

Io e Carlo stiamo andando come metronomi sul ritmo che ci eravamo prefissati all’inizio. Carlo è un competitivo (ricordiamolo) e inizia a dirmi che se ho in tasca qualche carta da giocarmi posso farlo senza problemi, di accelerare ed andare e non pensare a lui, perché si porta dietro, da quando giocava a calcio, l’agonismo e la voglia di fare sempre meglio. Io non ci penso nemmeno, sono come al solito pochissimo competitivo e poi sto correndo e facendo fatica esattamente come lui.

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Per tutta la prima metà di gara corriamo perfettamente nella media che ci eravamo prefissati, stiamo andando insieme ad un altro bel gruppetto di atleti ed atlete e ogni tanto si chiacchiera (non troppo però, mi hanno sgridato sul fatto che parli troppo durante la corsa deconcentrando gli altri). Arrivati al Poetto raggiungiamo nuovamente Loris e Matteo. A breve comincerà il tratto di sterrato dello stagno, parliamo un po’ e ci scambiamo informazioni sul ritmo. Stanno andando alla grande e sono in proiezione record (e lo faranno, 1h24’47” al traguardo, fortissimi!). Li superiamo poco prima di entrare nel tratto di sterrato e proseguiamo. Abbiamo appena passato i due terzi di gara e cominciamo ad essere stanchi. Carlo mi dice di andare con sempre più insistenza, che se ne ho è giusto che acceleri e che non gli devo mica rendere un favore. Gli dico che lo so benissimo e che anche se potrei effettivamente avere energie per accelerare, non mi importa di andarmene, mi fa più piacere correre insieme che andar via da solo a cercare un tempo più basso. Ridiamo, scherziamo sul fatto che se fossero tutti matti come me le gare non avrebbero senso e continuiamo ad andare. Il nostro gruppetto si è fatto sparuto ormai, siamo rimasti in quattro o cinque, e dal sedicesimo restiamo solo io e Carlo, con un paio che accelerano e uno che molla quasi, restando dietro di noi. Di fianco a noi, in questo tratto, ci fanno compagnia dei fenicotteri rosa meravigliosi, che dallo stagno di fianco sembrano pensare “ma guarda questi che corrono, chissà da cosa scappano?”. A saperlo, da cosa si scappa mentre si corre. Forse si scappa dalla noia, dalla monotonia delle giornate sempre simili e dal nostro consueto tran tran, o forse si scappa un po’ da noi stessi. A me in realtà piace pensare che più che scappare, mentre corro, quel me stesso lo stia inseguendo, anche se so che sarà davvero difficile raggiungerlo.

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È il diciassettesimo chilometro, e Carlo quel se stesso che insegue non lo vede più. Mi dice di andare, che non vuole rallentarmi e che avrebbe difficoltà a proseguire sapendo che sto andando più piano per lui. A me non cambia nulla, gli dico, ma minaccia di fermarsi se non mi vede andare al mio passo, per cui, con un magone inimmaginabile, accelero un po’. Mi giro a guardarlo diverse volte, mi fa cenno con il pollice che ce la fa e urla che darà il massimo (su questo non ho davvero dubbi) e mi rassegno ad andare da solo. Taglio qualche decina di secondi per chilometro e vado verso il campo di atletica. Ho ripreso e superato un po’ di altri atleti, cercando di incitare più o meno tutti (tutti tranne quello che mi aveva detto che lo stavo deconcentrando!) e quando faccio la curva che immette verso l’ingresso della pista di atletica la festa della Cagliari Respira mi investe di botto. C’è tanta gente che aspetta al traguardo, un tifo bellissimo che fa dimenticare tutta la fatica e fa quasi letteralmente volare sul tartan blu. Corro applaudendo il pubblico e mi sento chiamare dalla folla, è Michele, che ha fatto la parte da otto chilometri della staffetta e mi sta scattando qualche foto in attesa che arrivi Filippo a chiudere la loro staffetta, poi Andrea che ha corso la sei chilometri stamattina, poi Federico, Stefania e Fabio che sono venuti apposta per fare il tifo. È una sensazione fantastica. Taglio il traguardo senza nemmeno guardare il tempo che ho impiegato, mi giro verso l’ingresso dello stadio e cerco Carlo, eccolo! Arriva a braccia alzate, ci abbracciamo e lo rimprovero, è arrivato appena trenta secondi dopo di me, saremmo potuti arrivare insieme e festeggiare ancora di più. Mi dice che non era concentrato e doveva capire dove fosse il se stesso da inseguire. Arrivano anche Loris e Matteo, che tempo hanno fatto! Li saluto, facciamo una foto insieme, sono stati davvero incredibili oggi, ma non avevo molti dubbi che lo sarebbero stati. Con Carlo ci diamo appuntamento per correre insieme alla prossima, andiamo a mangiare al ristoro e scherziamo con gli altri ragazzi che hanno corso con noi, anche con quello che non voleva che parlassi durante la corsa.

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Mi guardo intorno e penso che oggi, nemmeno per un attimo, ho visto Charlene. Provo a cercarla tra la folla ma non la trovo. Forse, visto che sapeva che avrei corso senza alcun obiettivo, non è venuta. Esco dall’area ristoro e vado verso il punto in cui mi aspettano gli amici, e la vedo. È sulla pista di atletica, che corre di fianco a due ragazze con i capelli legati. Una di loro è una mia amica. Stanno per tagliare il traguardo, le vedo che guardano il cielo e hanno gli occhi lucidi per l’emozione. Mi fermo a guardarle e come per magia tutt’intorno lo stadio smette di esistere e fare rumore. Passano sul tappetino dell’arrivo insieme, mano nella mano. Per stavolta gli organizzatori non faranno storie, sono certo. Si chiamano Silvia e Claudia, sono sorelle ed hanno i capelli tenuti legati da un nastro rosso ed uno bianco. Non avevano mai corso una mezza maratona insieme, ma si erano ripromesse di farlo prima o poi, e oggi ci stanno riuscendo. Si abbracciano strette, in un abbraccio che richiama in sé tutto l’amore del mondo. Charlene le guarda sorridendo, poi poggia una mano sulla spalla di Claudia e le dice che è il momento di andare. Claudia abbraccia di nuovo Silvia, piangono un po’ e poi Claudia scompare con Charlene.

Di fianco a me ora, su questi spalti di cemento nuovamente affollati e rumorosi, c’è una ragazza col cappellino bianco che raccoglie i capelli biondi legati insieme in quella che non è una coda ma nemmeno una treccia. Non mi dice una parola ma indica soltanto il cielo. Un fenicottero rosa ci vola sulle teste, ha un nastro bianco legato ad una zampa e sembra che ci guardi.

Forse da lassù pensa che facciamo bene, a correre per inseguire qualcosa.

We are RunLovers.

[CONTINUA…]

(Photo credits: Michele Pazzola, Silvio Figus, Fernando Usai)

 

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