Io, Charlene e Mazinga Z

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È una domenica mattina di metà ottobre (il 22, per la precisione) e sono quasi le 9.30 ad Assemini, un paese del sud della Sardegna famoso per le sue ceramiche, dove si sta per correre la decima edizione della Mezza Maratona della Ceramica. A quest’ora, qualche mese fa, avevo immaginato che mi sarei trovato alla partenza della Maratona di Venezia, pronto ad iniziare quel viaggio incredibile che è correre per quarantaduemilacentonovantacinque metri. Non sempre però le cose vanno come avevamo immaginato, ed invece dei ponti veneziani dovrò accontentarmi di correre nella pianura del basso campidano. Detta così sembrerebbe una rinuncia davvero pesante, ma la Mezza di Assemini, molto ben organizzata e con un percorso veloce e privo di tratti spezzagambe, è in realtà una delle gare più ambite del panorama podistico isolano, dove si punta a fare un buon tempo se non addirittura il proprio personal best. È capitato anche a me quando, due anni fa, per la prima volta corsi qui la Mezza Maratona sotto l’ora e trenta. All’epoca quel tempo (1h29’34”) mi sembrò l’incredibile raggiungimento di quello che fino a quel momento consideravo un mio limite. Sono passati due anni e andare sotto l’ora e trenta in una Mezza Maratona, ora, è quasi un allenamento. Ho spostato il mio limite un po’ più avanti, e quasi non mi sono accorto. Ho lavorato sodo per riuscirci, è certo, ma ho sempre tenuto in mente ben chiara una cosa: è solo una gara di corsa. Charlene ed i suoi allenamenti sono stati fondamentali in questo. Non ricordo bene se ho letto qualcosa di simile da qualche parte (probabilissimo), ma mi piace pensare che abbiamo tutti limiti che ci sembrano irraggiungibili, finché non li superiamo e li spostiamo nel passato. Ho ancora per fortuna tantissimi limiti (non solo per quel che riguarda la corsa, ovviamente), che nella maggior parte dei casi vedo come sfide con me stesso, come risultati da raggiungere. Oggi non è però la giornata per tentare le imprese, anche perché le ore di sonno alle spalle sono poche (la sveglia è suonata alle 4.45) e soprattutto perché mi sono accordato con il mio amico Alessandro per correre con lui almeno la prima metà o ancora meglio i due terzi della gara, cercando di tenere un passo che lo possa portare (lui sì) a fare il tempo. Siamo quindi qui, nel solito affollamento sulla linea di partenza, ad attendere il conto alla rovescia e lo sparo dello starter. Poco prima di iniziare il riscaldamento ho potuto salutare un po’ di amiche ed amici del RunLovers Club su Facebook (cosa vuol dire che non sei iscritto?), è sempre un grande piacere incontrarsi in queste belle occasioni. Oltre che sulla distanza della Mezza Maratona si corre anche per i diecimilacinquecento metri (sono venuto qui con il mio collega/manager Michele che punta proprio a fare il personale su questa distanza oggi), per cui gli atleti più veloci hanno tutti cercato di posizionarsi tra le prime file per evitare il traffico (che poi, tre o quattro secondi a schivare la gente davanti non ti cambiano la vita, no?) di inizio gara. BANG!, partiamo. Il percorso di Assemini quest’anno prevede due giri con poche curve e quasi nessuna salita, toccando un paio di zone del centro cittadino con il pavimento lastricato. Fino a poco prima della partenza è caduta qualche leggerissima goccia di pioggia, per cui in questi tratti bisogna prestare un po’ di attenzione in più per evitare di cadere. Per fortuna dopo appena qualche chilometro si è alzato un vento leggero che ha contribuito ad asciugare un po’ la strada. Facciamo i primi cinque o sei chilometri relativamente tranquilli, cerco di mantenere il passo previsto e chiedo ogni tanto ad Alessandro se per lui è sostenibile. È una cosa che dico sempre ma che non fa male ripetere di certo: correre con qualcuno è sicuramente la cosa migliore che si possa fare in una gara. Oltre che con Ale, in questo primo tratto corriamo con Giuseppe e Massimo di IsolaRun, ragazzi che incontro spesso alle gare e con cui abbiamo ormai sviluppato un bel rapporto. Tra l’altro sono davvero forti e correre accanto a loro è anche una cosa utilissima per i consigli sempre buoni che sanno dare su come gestire il proprio corpo e di conseguenza la gara. Anche Giuseppe e Massimo sono qui per fare una corsa senza pensieri, se non quello di correre in compagnia e fare un buon allenamento per le prossime gare (si legga: Maratona). Sono decisamente più veloci di noi di base e stanno impostando la gara in negative split, per cui a breve il nostro poker tornerà ad essere una doppia coppia. Ad ogni modo, per questa prima parte di gara, chiacchieriamo e corriamo tutti insieme, in riga come degli scolari, coi passi che battono il terreno all’unisono. Intorno al settimo o ottavo chilometro da uno dei punti musica sparsi sul percorso arrivano le note della sigla di Mazinga Z. Come se fosse un segnale segreto, Alessandro fa uno scatto in avanti (chiameremo quest’accelerazione picco Mazinga in futuro – se siete degli organizzatori di gare, mettetela nell’ultimo chilometro che dà una grinta pazzesca) e mi lascia indietro qualche metro. Lo raggiungo e gli dico di calmarsi, che altrimenti andando a questo passo tra trecento metri le nostre lingue raschieranno sull’asfalto. Torniamo sul ritmo prestabilito e riprendiamo a correre affiancati. Giuseppe e Massimo intanto si sono staccati e vanno in progressione verso il loro tempo di allenamento.

Passiamo al primo giro in 44’03”, perfettamente in linea con il tempo che Alessandro vorrebbe raggiungere. C’è soltanto da fare un altro giro a questo ritmo, ora (facile come bere un bicchiere d’acqua, no?). Il tratto appena dopo la zona del traguardo è in leggerissima discesa, poi si affronta una doppia curva a sinistra ed un lungo rettilineo di circa un chilometro e mezzo al termine del quale c’è l’unico giro di boa di questo percorso. Manteniamo il passo e ci spostiamo sul lato destro della strada, scambiandoci il cinque e l’incitamento con gli atleti che arrivano dal lato opposto (questa parte mi piace sempre tantissimo, è un po’ il mio picco Mazinga) ed accelerando un po’. Siamo quasi ai due terzi di gara ora e stando a quanto dice l’orologio, siamo ben al di sotto del tempo che Alessandro insegue. In questo tratto davanti e dietro di noi abbiamo una cinquantina di metri liberi da altri concorrenti. Io forse riesco a riprendere il ragazzo in rosso davanti, parlo un po’ con Ale, mi rassicura che riuscirà a tenere il ritmo e mi convinco ad accelerare (Ale farà il suo personale oggi, migliorando di oltre un minuto il tempo di solo tre settimane fa ad Alghero). Raggiungo il ragazzo in rosso nel tratto pavimentato in cui si fa un po’ di zig zag tra le case, provo ad incitarlo ma sta già dando il massimo e non riesce a correre con me. Guardo l’orologio, mancano quattro chilometri scarsi e se accelero ancora e riesco a tenere un buon passo magari riesco a stare sotto l’ora e ventisei (non riesco a fare un calcolo preciso in questo momento, il poco zucchero ancora in circolo sta nutrendo le mie fibre muscolari). Vedo davanti a me Giuseppe, a un centinaio di metri, affiancato ad altri tre o quattro runners. Il suo obiettivo era proprio l’ora e ventisei, quindi forse ce la faccio davvero. Le gambe e soprattutto i polmoni mi stanno dando retta, provo a spremere ancora un po’ il mio corpo e li raggiungo. Giuseppe, che è perfettamente in linea con il tempo preventivato, sembra una macchina che ripete senza sbavature un movimento in modo talmente perfetto da sembrare finto. Chiedo se qualcuno vuole provare a tirare un altro po’, c’è anche Angelo (anche lui come Alessandro fa parte dell’Alghero Marathon ed abbiamo potuto correre insieme varie volte nelle scorse settimane) e provo ad andare via con lui, ma riusciamo a fare insieme solo qualche centinaia di metri, è già al limite e non riesce a dare di più. Mancano meno di tre chilometri e mi ritrovo da solo. Ho corso tutta la gara in compagnia e mi secca un po’ fare questi ultimi chilometri in solitaria, anche perché quando sei solo non hai riferimenti se non il tuo stesso corpo. Il check-up automatico delle mie risorse mi dice che ne ho ancora, e nonostante la solitudine al bip dell’orologio vedo che ho fatto anche questo ventesimo chilometro in progressione. Mancano poco più di mille metri, ormai è finita. C’è un ragazzo davanti a me e lo punto. Non mi interessa ovviamente arrivare prima di lui, ma avere un riferimento in queste situazioni aiuta davvero moltissimo. Accelero ancora e taglio questi cinquanta o sessanta metri di distacco poco per volta. A meno di duecento metri dall’arrivo attraversa la parte in lastricato del giardino in cui si trova il traguardo un gruppetto di persone, il ragazzo davanti a me per scansare la gente rallenta un po’ e quasi lo raggiungo, ma ormai è praticamente arrivato al traguardo. A trenta metri dal gonfiabile guardo l’orologio. Ero venuto qui assonnato e senza ambizioni, e mi ritrovo a migliorare il mio tempo personale sulla Mezza Maratona. Taglio il traguardo con un sorriso a trentadue denti e per un attimo, in mezzo alla folla, mi sembra di vederla. Non sono a Venezia e non c’è nessuno che mi mette al collo la medaglia (non c’è proprio la medaglia purtroppo – non scherziamo ragazzi, il prossimo anno fate una medaglia per i finisher), ma quella ragazza là in fondo, dietro le transenne, mi sembra proprio lei. Mi distraggo un secondo, saluto alcuni amici e faccio qualche foto, e la perdo di vista.

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Prendo un attimo di respiro e la cerco ancora, eccola. Sollevo il braccio e la saluto. Lei risponde al sorriso e mi mostra il pollice sollevato.
Ci vediamo presto, Mazinga – mi dice – e poi sparisce tra la folla (un pochino la odio, quando fa così).
Ciao Charlene, alla prossima.

 

Photo Credits: Michele Pazzola, Arnaldo Aru

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

4 COMMENTI

  1. Grazie per queste belle parole.
    Mi fa piacere, come ti ho detto, averti in qualche modo aiutato o supportato.
    La corsa condivisa è quella che piace a noi.

    Ti abbraccio come in foto :)

    Giuseppe

  2. Ciao, come sempre mi piace leggere le tue parole…
    Ad Assemini ci sarei dovuta essere pure io, ma a causa di un incidente avuto andando all’Urbain trail a Cagliari, sono bloccata da 20 gg…
    Avrei dovuto partecipare con le mie care amiche e cugine “tarta”… ma grazie al tuo racconto ho immaginato la mia gara …naturalmente di un solo giro, come si conviene ad una “tarta” DOC :-) … Buone corse … e continua a scrivere :-)

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