Il disastro dello sport italiano

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Mi sento strano a iniziare parlando di calcio, io che di calcio non capisco niente. Però, dopo l’uscita dal mondiale della nazionale italiana, credo si apra una discussione importante su dove sta andando tutto lo sport italiano.

Basta mettere in fila un po’ di eventi sportivi (pallavolo, basket e, non ultimi, i mondiali di atletica di qualche mese fa) e si capisce che evidentemente qualcosa non funziona qui da noi.

Non voglio parlare di calcio – non ne ho le competenze e i titoli – ma vorrei fare una riflessione un po’ più ampia che riguarda le diverse federazioni e il CONI per cercare di capire cosa non va.

Sono partito da un’analisi economica sui contributi che il CONI attribuisce ogni anno alle diverse federazioni (sono pubblici e li trovi qui) ma, nonostante le cifre siano “importanti” per noi comuni mortali, sono semplicemente una distribuzioni di denaro secondo la logica di diffusione, tesserati, numero di gare partecipate, risultati, visibilità sui media (sì, c’è anche questa voce), solo per citare alcuni parametri. Ecco i primi 10:

FIGC – Giuoco Calcio: € 39.667.064
FIPAV – Pallavolo: € 13.837.779
FIN – Nuoto: € 13.505.626
FIDAL – Atletica Leggera: € 10.997.519
FISI – Sport Invernali: € 9.353.709
FIP – Pallacanestro: € 9.303.456
FIG – Golf: € 9.034.708
FCI – Ciclismo: € 8.859.975
FIJLKAM – Judo – Lotta – Karate – Arti Marz.: € 7.424.019

Chiaramente non sono soldi “devoluti” ma hanno delle voci di spesa precise che, se non voglio causarti un’epistassi, preferisco non dettagliare. E comunque – guardando questi dati come parte di un “grande disegno” – stiamo parlando di cifre normali. Personalmente io non sono d’accordo e non credo dovrebbe esserci una distribuzione di denaro “politica” perché al nostro sport (in genere, salvo alcuni rari casi) mancano soprattutto due cose: cultura e tecnica.

La cultura dello sport, l’approccio, le scuole, le famiglie, la passione

Parto da qui perché è il concetto più importante nonché la causa di tutto. E inizio dalle scuole e dalle famiglie.

Lo sport e la cultura dello sport, purtroppo, vengono messe in secondo piano e demandate ad “altri”. Nella scuola, innanzitutto, perché non c’è alcun programma di formazione specializzata prima che i ragazzini entrino alle scuole medie (nella scuola dell’infanzia e nella primaria l’educazione motoria viene delegata alle maestre e ad attività parascolastiche) e, anche in questo caso, sta nella capacità dell’insegnante di Educazione Fisica formare correttamente gli studenti. Con due ore di insegnamento alla settimana.

Poi c’è la famiglia. E qui si aprono due macrotipologie di genitori diversi: quelli che hanno un campione in casa anche se il bimbo ha 8 anni e quelli che considerano lo sport un passatempo alla stregua della Playstation e quindi da togliere per punizione. Entrambi con una evidente mancanza di equilibrio. I primi che scaricano i loro “sogni” (e quindi pure le frustrazioni) sui figli, i secondi che sottraggono i valori dello sport, quelli veri.

[Mi pare inutile specificarlo ma non si sa mai: ci sono anche genitori bravi che danno il giusto valore alle cose, sia chiaro.]

Il risultato è che pochissimi insegnano il valore dello sport, demandandolo alle società sportive – nel migliore dei casi – oppure viene imparato attraverso la tv – e qui siamo davvero nei guai.

Otteniamo così un popolo di allenatori di calcio, un vivaio di ragazzini in cui tutti si credono Messi, l’ignoranza – nel senso letterale del termine – per tutti gli altri sport. Per non parlare della passione che sta scomparendo, sostituita da altri valori più materiali e apparenti.

Vuoi un esempio che secondo me è un ottimo termometro di questa situazione? La mancanza di valore attribuito alla vittoria e le diseducative medaglie per tutti. Dico diseducative perché si va a mettere sullo stesso piano chi vince e chi arriva ultimo, impartendo due lezioni sbagliate:
– Non importa faticare per vincere, tanto una medaglia la porti a casa comunque;
– Che senso ha faticare per vincere? Verrai comunque messo allo stesso livello di tutti gli altri.

E questa è una lezione che poi si rischia si allarghi dallo sport, arrivando anche agli altri ambiti della vita, creando individui che pretendono senza guadagnarsi. E infatti, che fine hanno fatto i giochi della gioventù? Copio da Wikipedia:

La manifestazione fu disputata per la prima volta nel maggio del 1969 ed interrotta nel 1996. Nel 2007, dopo 11 anni d’interruzione e un anno di test event, sono stati nuovamente ripristinati con lo slogan “Tutti protagonisti, nessuno escluso”. Nel nuovo spirito più partecipativo che competitivo, sono state eliminate le fasi nazionali.

Ecco. Appunto. Secondo me l’inclusione può essere fatta anche con la competizione.

Proprio da qui bisognerebbe partire: insegnare ai bambini cos’è lo sport, che valore ha, cosa insegna. Introdurli agli sport, a molti sport, in modo che trovino quello che gli piace di più e non che giochino a calcio per diventare ricchi o che facciano atletica perché hai il campo vicino a casa. Dobbiamo mettere i ragazzi nelle condizioni di trovare uno sport che amano. Solo così, anziché un dovere, sarà un piacere.

E se non ne trovano nessuno? Pace. Mica tutti devono essere campioni! Si può crescere bene anche senza eccellere nelle attività sportive; basta però carpirne i valori.

La questione “tecnica”

Qui è un po’ più complicato, lo ammetto, ed è soprattutto un problema legato al CONI e alle singole federazioni. Perché, quando la politica e gli interessi hanno maggiore dominanza rispetto ai tecnici competenti, otteniamo delle situazioni di “involuzione”.

Mi spiego meglio perché è un discorso un pochino complicato.

Servono progetti di crescita precisi e credibili per lo sport. Progetti innovativi. Progetti di radicalizzazione nel territorio. Progetti sociali. E tutto questo si ottiene con tecnici preparati, che sappiano mettersi in discussione e aggiornarsi anziché pensare che “se per 40 anni si è fatto così, allora è il modo giusto“.

Serve avere un progetto di sviluppo, che magari possa anche correre il rischio di fallire, ma che non ci faccia rimanere fermi nel disastro di questi ultimi anni, anche ampliando un dialogo costruttivo a livello interfederale. Serve aprire tavole rotonde di confronto costruttivo, e questo credo sia lo sforzo maggiore che ci viene richiesto.

Sia chiaro, parlo innanzitutto di tecnica ma anche la politica è indispensabile: serve a diffondere il progetto, a sostenerlo, a finanziarlo. È uno strumento imprescindibile. In questo modo credo che le cifre all’inizio di questo post sarebbero diverse, molto diverse.

Rimane il fatto che tutto questo può essere gestito solo dal CONI e dalle singole federazioni. Si deve necessariamente partire da lì.

Magari così andremo alle Olimpiadi di Parigi di 2024 o a quelle di Los Angeles nel 2028 con la determinazione di chi ha una cultura dello sport che lo sostiene. Per Tokyo 2020, secondo me, manca troppo poco.

 

Featured image by Peter Glaser

 

 

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Sandro Siviero (detto BIG): vive, lavora, scrive e corre in una località sconosciuta a tutti, localizzata dall'intelligence in una non meglio definita area nelle terre di Mordor. Big è una sorta di entità grigia che tutto vede e tutto controlla. Essere mitologico, ai collaboratori di RunLovers è concesso vederlo solo in occasione delle festività nazionali della Papuasia e solo in fermo immagine. Cioè mentre corre.
 Qua dentro è quello che decide chi vive e chi muore e, per questo, noi lo amiamo di un amore disinteressato e spontaneo.

4 COMMENTI

  1. Analisi perfetta. I miei complimenti!
    Nonostante le soluzioni, ai principali problemi esposti, siano relativamente semplici, sono certo che NON verranno percorse…siamo pur sempre in Italia :D!

  2. Analisi assolutamente condivisibile, Sandro.
    Fermo restando che le questioni di sistema possono essere affrontate e risolte a quel livello, vorrei evidenziare la necessità, da parte dei genitori, di trasmettere la passione per lo sport.
    Ripeschiamo quei momenti epici che ci hanno fatto sognare, piangere, innamorare e condividiamoli con i bambini, i ragazzi… Come possiamo sperare di farli appassionare al sacrificio se non ci mettiamo personalmente in gioco?

  3. Direi che la tua analisi è perfetta, io sono un allenatore di nuoto, e credimi la maggior parte del mio tempo la spendo cercando di creare delle “belle persone” che amino lo sport tutto e i suoi valori, è durissima, tutti ti remano contro. Scuola, famiglie, dirigenti che pensano solo al business,è dura ti ripeto.
    Ma bisogna ripartire da li, ognuno faccia la sua parte e qualcosa verrà.
    Grazie per quello che hai scritto.
    Enrico

  4. Mi piace soprattutto il valore che dai ai genitori
    Primi responsabili della buona educazione dei figli.
    Peccato che non sempre l’ambito sociale aiuti.
    In compenso mi consolo che sia stato positivo lasciare che
    Nostro figlio provasse un sacco di sport, dal judo alla pallacanestro, dal pugilato al ping pong. Forse a 13 anni la costanza non e’ il suo forte ma almeno di spoet a casa parliamo spesso ;)

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