Charlene, i pancakes e i traguardi tagliati sorridendo

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La domenica mattina le persone sane di mente che magari hanno anche fatto tardi il sabato sera (tardi ma non troppo, la gioventù è un ricordo lontano ormai) restano a dormire una mezz’ora o un’ora in più, godendosi il giorno di riposo. I runner invece, che come ben sappiamo tanto sani di mente non sono, puntano la sveglia ad orari improponibili per andare a correre qualche gara, qualsiasi siano le condizioni meteo. Ed è quello che capita anche a casa mia, domenica 5 Novembre 2017, quando alle 6.30 la sveglia suona per ricordarmi che mi sono iscritto alla Ozieri Half Marathon, che si corre nella cittadina logudorese e che mi vedrà alla partenza per la terza volta di fila. Faccio colazione con pancakes e marmellata (pancakes preparati seguendo la ricetta di Iaia, come ormai tradizione prima di una gara), una tazza di caffè e un succo di frutta. La partenza è prevista tra quasi quattro ore, abbondo un po’ con tutto altrimenti rischio di non avere abbastanza energie durante la corsa (forse è una scusa perché i pancakes sono buoni?), preparo le cose da portare e ogni tanto do un’occhiata fuori dalla finestra. È ancora buio ma il rumore della pioggia che cade non lascia tanto spazio all’immaginazione. Le previsioni dicono che la finestra temporale in cui dovrebbe svolgersi la gara in teoria sarà libera dalle nuvole, ma per quanto è carico ora il cielo non ci giurerei. Ho appuntamento a pochi chilometri da Ozieri con i miei amici Michele e Filippo, che oggi faranno la staffetta (ormai li ho traviati completamente, stiamo organizzando trasferte su trasferte). Come avevano detto le previsioni meteo, ad Ozieri per il momento non piove, siamo in largo anticipo rispetto all’orario in cui ci si deve presentare a ritirare i pettorali e ci fermiamo quindi per fare una seconda colazione. Incontriamo diversi altri runner, scambiamo due parole e ci avviamo verso il quartiere fieristico dove si trovano la direzione gara e l’arrivo. Anche qui salutiamo un po’ di vecchie conoscenze (se ne trovano sempre alle gare, di vecchie conoscenze) e ci mettiamo in coda per salire sulla navetta che ci porterà alla partenza. Il cielo è plumbeo e minaccia pioggia, ora. Poco prima dello sparo della partenza si rispetta un minuto di silenzio per ricordare Fabio, mancato troppo prematuramente e a cui è dedicata questa corsa. Io sono a pochi metri dalla linea dello start, ma non ho ancora ben chiara quella che sarà la mia tattica di gara. Nelle ultime gare, quando ho corso con qualcun altro, ho sempre ottenuto un bel risultato e migliorato il mio tempo personale sulla distanza, ma oggi sono solo e non so davvero per bene come fare. Quella di Ozieri è una gara molto particolare, poiché per i primi nove chilometri si affronta un tratto in discesa con un dislivello davvero importante e si può quindi spingere un po’ più di quanto si farebbe normalmente ad inizio gara, ma dal decimo chilometro al diciannovesimo ci sono una serie di saliscendi discreti che in un attimo ti potrebbero far vanificare i secondi guadagnati durante la prima metà di gara. L’unica cosa di cui sono certo quindi è che non devo tirare troppo all’inizio, anche se il tratto in discesa invita a correre ed a far andare le gambe, perché poi pagherei nella seconda metà di gara. Poco prima del termine del minuto di silenzio inizia a piovere. E’ una pioggia leggera e che non sarebbe per nulla fastidiosa, se continuasse così. Partiamo: curva a sinistra, destra, sinistra, sinistra e poi via verso la strada provinciale che fa da circonvallazione alla cittadina. Come capita spesso, già dopo i primi cinque o seicento metri si iniziano a formare dei gruppetti di atleti che stanno andando pressappoco allo stesso passo, ed io mi ritrovo in uno di questi con una decina di altri partecipanti. Chiedo che passo vogliano tenere e che tempo finale vogliano fare. Mi dicono che vorrebbero stare intorno all’ora e ventisei, un tempo che a me andrebbe benissimo e significherebbe un miglioramento di oltre un minuto e mezzo sul percorso. Guardo l’orologio e c’è però qualcosa che non mi torna, stiamo andando decisamente più forti di quanto non servirebbe per stare nella media, e visto che sta anche piovendo con più insistenza, tenere questo passo in discesa potrebbe non essere il massimo. Esprimo la mia perplessità ma non sembra una preoccupazione comune. Tengo il passo degli altri ancora per uno o due chilometri, poi la pioggia diventa davvero troppo insistente per poter contemporaneamente correre, guardare la strada e stare attento a non scivolare, quindi decido di rallentare un po’. Non è un rallentamento estremo, il tanto che mi faccia restare tranquillo e sicuro di non fare movimenti sbagliati e cadere, ma i miei compagni di corsa si allontanano e mi lasciano qualche centinaio di metri. Mancano ancora tanti chilometri e mi spiace che non ci sia nessuno con cui condividere anche solo due parole ogni tanto, ma preferisco avere un po’ più serenità ed energie per affrontare la seconda parte di gara, per cui continuo la mia corsa cercando di restare concentrato e non pensare al tempo (né a quello cronometrico né a quello meteorologico). Una cosa un po’ “noiosa” di questa gara è che purtroppo questa prima parte è quasi tutta fuori città, per cui già normalmente ci sarebbe poco tifo e con la pioggia le persone che magari sarebbero venute a dare un incitamento sono rimaste (anche giustamente) al riparo a casa, ma intorno all’ottavo chilometro c’è una macchina parcheggiata sul lato della strada con i finestrini abbassati e dal sedile posteriore ci sono due bambini che si sporgono ed applaudono. Passo su quel lato ed uno dei due, coi capelli neri e gli occhiali, allunga il braccio e mi regala un cinque che è come un’infusione di forza. La parte in discesa è terminata e mi avvio verso la prima di quattro salite impegnative. Al decimo chilometro c’è il rilevamento del tempo intermedio e il cambio per le staffette. Filippo, che sta aspettando l’arrivo di Michele, mi vede arrivare e viene per fare un po’ di tifo. La pioggia ha smesso di cadere e davanti a me il gruppo di ragazzi con cui ho corso i primi chilometri si è sfaldato. Sto correndo ancora (mi sembra incredibile) con lo stesso passo che avevo durante la discesa e riprendo a poco a poco ciascuno di loro, nonostante sia ormai quasi arrivato ai due terzi di gara e abbia dovuto affrontare due salite abbastanza lunghe anche se non troppo ripide.

Si rientra all’interno del centro abitato e il quartiere di San Nicola ci accoglie con un po’ di tifo dai balconi e finalmente anche dal bordo strada. Credo di averlo scritto in ognuno dei miei racconti, ma non è mai scontato dire che il supporto di chi capisce il tuo sforzo e forse prova anche un po’ di ammirazione per il coraggio di affrontare una gara è una cosa che ripaga ampiamente della fatica che si sta facendo. Una signora ed un signore applaudono e dicono qualcosa, sono lontani e non sento bene ma ringrazio comunque. Carico come non mai affronto il cavalcavia che ci immette verso l’ultimo tratto di gara. Qui mi rendo conto di rallentare, ma è una parte piuttosto ripida e mi dico che ci sta anche rilassarsi un po’, altrimenti non riuscirei a finire bene la corsa. Affronto l’ultima salita impegnativa e guardo l’orologio. È il solito momento in cui faccio il check-up delle mie condizioni, sto molto bene e sono concentrato, posso provare a spingere ancora, tanto più che per il momento sto ampiamente sotto il tempo previsto ad inizio gara. Qualcosa però non quadra, ho passato da poco il cartello del diciottesimo chilometro e l’orologio segna un’ora e nove minuti. Se non ho visto male il cartello (no non l’ho visto male, ricordo il tracciato e sono proprio al diciottesimo) ho solo tre chilometri e cento metri da correre e sono decisamente in anticipo rispetto a quanto previsto. Questa consapevolezza mi fa correre con un misto di serenità e di ansia, perché so bene che sto andando a fare un bel tempo ed abbassare (e di molto) il mio personale, ma temo di avere qualche imprevisto dell’ultimo momento. Sono a meno di due chilometri dal traguardo ora, faccio una curva ed uno dei volontari che indicano la strada mi grida “Ma tu sei quello di RunLovers? Vai, vai!” “Sono io – gli dico – come ti chiami?” “Damiano!” mi risponde, salutandomi agitando il braccio (quanta bella ed incredibile gente ho conosciuto grazie al RunLovers Club non lo saprei proprio dire, ma è davvero tanta – tu sei iscritto, sì?). Le preoccupazioni svaniscono, può andare solo bene ormai e faccio quest’ultimo chilometro cercando di dare il massimo. Supero qualche altro atleta, passo nella corsia di arrivo col mio migliore sorriso ed applaudo ringraziando il pubblico. Taglio il traguardo sgretolando il mio tempo precedente su questo percorso e sulla mezza maratona.

All’arrivo ci sono un ragazzo ed una ragazza che danno le medaglie. Sono più vicino al ragazzo quindi inclino la testa verso di lui, ma la ragazza mi dice che mi deve premiare lei e mi viene in mente che non ho visto per nulla Charlene oggi. Sollevo la testa e mi guardo intorno, anche un po’ dispiaciuto del fatto che la mia visione non ci sia (ogni tanto penso che se uno psicanalista leggesse questi miei racconti probabilmente mi suggerirebbe una visita). Ad ogni modo, Charlene non c’è. Mi sposto verso la zona ristoro, saluto gli altri atleti arrivati (un po’ pochini in realtà, perché stavolta sono tra i primi al traguardo – e quando mi ricapita?), mangio un po’ di frutta (ci sono le banane, evvai!) e poi vado a restituire il chip. Nelle poche centinaia di metri che separano la zona ristoro dalla segreteria lei mi si affianca e mi accompagna. Io non mi giro però forse parlo davvero.

Oh ciao Charlene, lo so che non esisti davvero e che ogni volta che parlo con te sembro uno scemo. Lo sai, non corro mai per andare più forte degli altri e se si può arrivare insieme a qualche amico sono più contento. Oggi ho corso da solo per praticamente tutta la gara, e mi stava pesando davvero molto. Poi, intorno all’ottavo chilometro, c’è stato quel bambino con gli occhiali che mi ha dato il cinque, al cavalcavia i signori fermi con la macchina che applaudivano e poco prima dell’arrivo il ragazzo dell’organizzazione che a me, per un attimo, son sembrati tutti somigliare moltissimo ad una donna bionda coi capelli legati in una coda che non è una coda ma nemmeno una treccia, e nel loro sorriso ho visto quello che ti ho sempre immaginato sul volto. Ecco Charlene, quasi sicuramente non eri tu, ma, nel caso fossi tu, beh, grazie.

Un’ora, venti minuti e quarantadue secondi.

Senza di te, Charlene, non so se sarei mai riuscito.

We are RunLovers. Alla prossima.

 

[CONTINUA…]

 

(Photo credits: Luciano Boiano)

 

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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