101%

Pensa a Bolt, pensa a un velocista, pensa a un nuotatore, pensa a qualsiasi sportivo che compete in una gara più o meno importante. Pensa a quello che sta facendo ora su quella strada, in quella piscina, su quel campo da gioco. Non sta dando il massimo che può dare: a volte sta dando oltre il suo massimo. Forse un solo pensiero riesce a rimbalzare all’interno della sua scatola cranica e non è nemmeno un pensiero: è un numero. È 100%. Quello è il suo limite e non vuole arrivare a dare il 98 o il 99%. La sua gara si gioca sulla sua capacità di dare il 101% e di più.
È nello stato di massima concentrazione di forze fisiche e mentali. Le prime sono tutte impiegate nello sforzo atletico e le seconde sono focalizzate sulla distruzione di quel 100% per dimostrare che tutti gli sforzi fatti fino a quel momento avevano un senso: dimostrare che quel limite si poteva superare, che almeno lui o lei ce la potevano fare.

Il tuo unico avversario

Garry Kasparov non è un runner, almeno che io sappia. Ma ha l’attitudine del runner perché le interminabili e sfiancanti partite di scacchi che ha vinto e che gli hanno permesso di essere il più forte giocatore di scacchi al mondo (e, secondo alcuni, il migliore della storia) erano delle sfide di endurance: mentale soprattutto ma anche fisica, perché stare seduto a un tavolo da gioco per ore e giorni è endurance, non si discute. Non avrà bruciato le calorie che brucia un runner in una maratona ma il suo cervello ne avrà bruciate altrettante, se non di più.
Quando gli chiedi cosa gli ha permesso di essere e restare a lungo il migliore al mondo prima di ritirarsi dalle competizioni non ha esitazioni: “Quando sei il migliore la tentazione di lasciarti andare e di mollare è forte. In fondo cosa devi dimostrare? Sei il migliore. Ma io ho sempre mantenuto la capacità di esserlo perché, quando sono diventato il migliore avevo solo un avversario: me stesso. Quindi giocavo con un solo obiettivo in mente: battere me stesso, migliorarmi sempre, costantemente”.
Puoi leggere le parole di Kasparov come un invito a considerare che solo tu sei l’avversario da battere, e avresti ragione. Oppure puoi leggerle anche in un altro modo: l’unico modo per battere te stesso è dare il 101%. È superare quello che hai saputo fare ieri, perché oggi è un giorno come ieri, ma con qualcosa in più: quello che ci metti tu.

Ora ritorna su quella strada o ai bordi di quella piscina: ci sono atleti che si stanno sfidando, da soli o in squadra, non conta. Non sai chi vincerà, non sai cosa succederà. Nemmeno loro lo sanno. Tu sai e loro sanno che alla fine vincerà solo uno: quello che si è trovato di fronte al muro del 100% e invece che abbassare lo sguardo l’ha tenuto fisso di fronte a sé e ha iniziato a demolire quella barriera, mattone dopo mattone, colpo dopo colpo. Perché il 101% è dopo quel muro, e il vincitore lo sa benissimo. Lo sa anche prima di vedere cosa c’è oltre ma può solo esserne certo demolendolo, e vincendo.

Non conta cosa ti succede, conta come reagisci

Kasparov dice pure un’altra cosa: anche i vincitori hanno difficoltà ma è proprio nella difficoltà che si vede la sostanza del campione. Anche il migliore al mondo fa errori ma è, ancora una volta, la visione che ha che fa la differenza. Un campione ammette di avere fatto errori e accetta che dipendano solo da lui. Non biasima nessuno, anche se, vuoi mai, non dipendono da lui. Magari dipendono da un arbitro, magari da una scorrettezza di un avversario. Il vero campione comincia da quel punto a costruire la sua vittoria perché la vera partita, quella che decide la vittoria o la sconfitta, inizia sempre dopo che hai fatto gol, dopo che hai superato il 41° km, dopo che hai coperto 90 dei 100 metri piani. La vittoria non la vedi all’inizio, è una visione che emerge dalla nebbia quando ti avvicini alla fine della gara. Dopo ogni metro la costruisci e prima di ogni metro stabilisci la strategia: quella che ti permette di mantenere la prestazione che stai avendo o quella che ti permette di recuperare gli errori fatti.

“Sette volte cadi e otto ti rialzi” dice il proverbio giapponese. Non sei sconfitto finché non ti rialzi e quando ti rialzi il tuo avversario ha ancora qualcuno da battere.
Ma nella corsa sei solo e quello che ti trovi di fronte quando ti rialzi dopo un errore sei sempre tu. Sei sempre tu quello che devi battere. Il tuo io di ieri, il tuo io del personal best di sei mesi fa, una tua versione ormai vecchia. Guardalo bene: ha una maglia con un pettorale un po’ strano: c’è scritto 100%.
Può starti davanti per tutta la gara. Puoi superarlo a tratti. Potete stare fianco a fianco per lunghi tratti. Quando sei prossimo al traguardo devi solo lasciarlo alle tue spalle.
Però non dimenticare di ringraziarlo dopo: è anche grazie a lui che hai vinto.

(Photo credits Alexander Lam)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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