Non sono un runner, corro

Niente etichette questa volta: Andrea dice "Io non sono. Io faccio"

Tempo di lettura: 4 minuti

Questa mattina ho fatto 8 chilometri con 12 allunghi da 45 secondi, domani farò 12 chilometri “comodi”, giovedì un progressivo e venerdì 6 chilometri veloci, solo 6 però che nel pomeriggio vado ad arrampicare.

Corro, ma non mi piace definirmi “runner”. E’ un problema tutto mio quello che ho con le etichette. Nella vita mi hanno detto “sei un project manager”, e io ho sempre risposto “no, per lavoro faccio il project manager”. Mi hanno anche detto “ah, sei un climber”. La risposta è sempre stata “no, mi piace arrampicare”. Ultimamente le variazioni sono state due, conseguenti a una scelta di vita che ha portato me e mia moglie a trasferirci all’estero per un anno e mezzo: “sei istruttore sub” la prima e poi, rientrati in Italia, spesso con aria di indebita solidarietà e malcelata disapprovazione per le scelte precedenti: “così adesso, sei disoccupato” la seconda. 

“Non sono un istruttore, lo faccio per lavoro”.

“Non sono un disoccupato, è che non ho ancora trovato lavoro”.

Non mi piacciono le etichette

Ok, capisco che tutto questo abbia a che fare con la corsa solo tangenzialmente, almeno fino ad ora, ma la mia avversione per l’etichettatura degli individui, anche solo quando si tratti di un modo di esprimersi, è sempre stata totale.
Quasi sempre non vi è nulla di male nel definire se stessi come individui che “sono” qualcosa, anziché persone che “fanno” qualcosa, pur se la fanno spesso, magari spessissimo, con passione e tanta dedizione.

Etichettarsi significa rinunciare in parte a se stessi per identificarsi con usi e costumi, modi di fare e di pensare, che vengono assimilati in deroga al proprio senso critico.
E poi ci vuole anche un bagno di umile modestia: coi miei tempi, col mio chilometraggio, farei comunque fatica a definirmi un “runner”. Però poi, in effetti, chissà…

Dopo un anno e mezzo di stop completo dallo sport (no, la subacquea non è uno sport, credetemi: è una splendida, contemplativa, attività ricreativa), tornato in Italia e temporaneamente parcheggiati, io e mia moglie, dai miei suoceri, ho sentito il bisogno di rimettere in moto il corpo. E, toh, avevo delle Gel Nimbus 16 prese per allenarmi a boxe. Così ho deciso: da domani corro.

L’indomani ho corso: 2 minuti e 19 secondi prima di avere male alle mie povere ginocchia martoriate dallo sci e dal calcetto.
La settimana successiva, alternando corsa e camminata, sono arrivato a 25 minuti di corsa continua. E correre affianco al ruscello, nella bruma invernale, con l’airone sempre lì dietro la curva, che spiegava le ali nel momento in cui mi affacciavo… Fatica, sì, ma che gioia. L’inspiegabile e primordiale gioia della riscoperta: di me stesso, del mio corpo, del mio respiro, di come sia scivolare affianco al paesaggio ai 10 all’ora anziché ai settanta da dietro un volante.

Poi siamo tornati a Padova. Dopo 3 settimane in cui avevo preso un po’ di ritmo e correvo 6 chilometri, eccoci finalmente nella nostra nuova casa e io, che esco in pantaloncini alle 8 del mattino (eccola una delle gioie del non aver ancora trovato lavoro…) a inventarmi un percorso.

Passo nel boschetto affianco alla villona e vedo uno scoiattolo. Risalgo sull’argine e il fiume mi scorre affianco. Incrocio una signora col cane e quello mi azzanna sul sedere. Si chiama Rufus e diventeremo amici, dopo. D’altro canto al nostro primo incontro lui ha suggellato con me un patto di sangue. Non mi sono mai tatuato perché non trovavo nulla che volessi avere sul corpo per l’intera vita. Ora so cosa stavo cercando: l’impronta dei denti di Rufus, un tatuaggio che sbiadirà ma credo non se ne andrà mai via.

E comunque io, che non sono runner ma a questo punto lo ammetto, amo correre e soffro quando mi impongo di riposare e dedicarmi all’hict o alla core stability, trovo i miei percorsi, quelli da 6 da 8, da 10 e da 12 chilometri. Seguo il programma di Sandro per aumentare la velocità (pro principianti), e inizio a vedere le medie che scendono: 5:50, poi 5:40, poi 5:30, fino ai 5:10 sugli 8 chilometri e 5:15 sui 12. 

La sera vado a letto pensando con gioia che l’indomani potrò correre. L’ansia di non avere un lavoro, per me che a 43 anni non mi trovavo in questa situazione da 20, è una sorta di brivido oscuro che non cessa mai di attraversarmi il corpo e la mente. Eppure quando corro mi immergo in me stesso e ne cavo il meglio, idee e propositi, o anche solo energia.

Ascolto il mio respiro, il suono dei passi sullo sterrato, i colpi secchi sull’asfalto, e mi dico “corri bene, sbilanciati un po’ in avanti, stai dritto e corri bene”. E mi pare un mantra che poi, per il resto della giornata, riesco ad applicare all’intera vita, a tutte le attività, al mio essere.
Non so bene cosa volessi dire, ma ormai è tardi e le parole sono troppe, quindi è meglio tagliare qui e inviare in giro un altro po’ di curriculum: da qualche parte ci sarà qualcuno che cerchi un editor, un correttore di bozze, un copywriter o anche solo un aiuto per scaricare casse di frutta.

Cosa sono alla fine?

Però ecco, consapevole che sia tutto un problema mio, non me la sento di definirmi un “runner”. Eppure amo correre. Penso a correre. Penso a migliorare nel correre. Penso a divertirmi nel correre. E tutto questo che faccio e voglio e desidero e penso nella corsa, finisce per essere trasposto anche nelle 23 ore al giorno in cui non corro.

E quindi forse… In effetti magari per una volta potrei dirlo che… Cioè insomma cosa c’è di male se…

No dai, non ancora. E allora facciamo così: per adesso non sono un runner, corro. Poi, dopo la corsa di novembre alla quale mi sono iscritto, e quando e se mai avrò fatto la mia prima “mezza”, allora chissà, potei anche dirlo.

Ma in fondo, cambia qualcosa?

No.

Perché la verità è una sola, qui su Runlovers e in mille altri contesti simili: siamo quello che siamo, ma amiamo la corsa, amiamo correre, per ciò che ci fa e che ci fa fare.

E va bene così.

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Andrea è gentile e cordiale ma, soprattutto, è un grande osservatore. Durante le sue corse non c'è nulla che gli sfugga e - durante le sue notti insonni - si applica moltissimo a catalogare le diverse tipologie di runner che incontra. Siamo riusciti a raggiungere i suoi file nascosti e li pubblichiamo. Non prendetevela con lui: non è cattivo, è che lo disegnano così.

2 COMMENTI

  1. Neanche io amo le etichette e nemmeno io sono un runner… corro. Ma su una cosa non sono d’accordo: la subacquea è a tutti gli effetti uno sport, dipende forse un po’ da come la pratichi perchè c’è differenza tra l’immersione ricreativa a 20 / 30 metri in acque tropicali e l’immersione profonda, tecnica od in grotta. Infatti io corro per allenarmi ad immersioni impegnative ;)

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