Lo spinoso “Affare Schwazer”

Alex Schwazer ritorna in nazionale dopo 4 anni di squalifica per doping. Ecco cosa ne pensiamo noi. E tu? Qual è la tua opinione?

È notizia della settimana scorsa che Alex Schwazer – marciatore italiano, medaglia d’oro nei 50 Km di marcia a Pechino 2008 e poi, alla vigilia di Londra 2012, squalificato per 4 anni per doping – alle Olimpiadi di Rio vestirà la maglia azzurra nella marcia grazie alla sua vittoria ai Campionati di Roma di domenica 8 maggio. Vittoria guadagnata sul percorso di gara, grazie al suo allenamento, alle sue gambe e – sicuramente – senza l’ausilio di alcuna sostanza proibita.

Le regole parlano chiaro: se un atleta ha scontato la squalifica, ha tutti i diritti di tornare a gareggiare e sarà messo sullo stesso piano di tutti gli altri. Com’è giusto che sia, aggiungo io, perché sappiamo tutti che si può sbagliare e, dopo aver pagato, si può tornare alla ricerca della vittoria.

C’è però un gigantesco “ma” e nasce dal Patto Etico, firmato nel 2013 da tutti gli atleti della nazionale in cui si dice che chiunque venga squalificato per doping per più di due anni non potrà più indossare la maglia della Nazionale Italiana. Chiaramente, non essendo il patto retroattivo, non coinvolge Schwazer che quindi potrà tornare a vestire l’azzurro.

Si apre quindi una questione morale sul ritorno del marciatore altoatesino. È giusto che torni? Ma soprattutto è giusto che ritorni a calcare i campi gara con la maglia della nazionale?

Nell’ultima settimana in molti hanno espresso la loro opinione, alcuni nomi noti e altri no, dividendosi in due fronti: pro-Schwazer e no-Schwazer ma sempre e solo sul tema del suo rientro in nazionale. Perché, sul fatto che lui possa tornare a gareggiare non ci sono dubbi: le regole sono chiare ed è giusto che lui torni a marciare e dimostri che, anche dopo un errore, si può tornare forti.

Il rientro in nazionale

La possibilità di vestire nuovamente la maglia della nazionale dà a Schwazer l’opportunità di partecipare alle competizioni più importanti (Mondiali, Europei, Olimpiadi) ma sopratutto lo fa diventare il rappresentante dell’Italia – e quindi anche nostro – e, non ultimo, lo rende un “esempio” per moltissimi atleti, soprattutto i più giovani.

E qual è il messaggio che il suo ritorno lancia?

Qui ci sono due linee di pensiero, ben delineate. La prima dice che “è giusto dare l’esempio che, se si sbaglia, si può redimersi”; la seconda dice che “l’esempio che si dà è che puoi doparti, se ti beccano ti fai la squalifica, e poi puoi tornare come niente fosse successo”. Come non bastasse c’è il fatto che Schwazer viene messo su un livello diverso rispetto agli altri atleti che devono sottostare al Patto Etico e questo è, indubbiamente, ingiusto.

Personalmente sono convinto che Schwazer non sia un esempio da seguire per nessuno e che la maglia azzurra vada onorata per quello che rappresenta: tutti noi e l’esempio che si dà agli atleti e alle nuove generazioni. Il “risultato” non è l’unica cosa che conta e non giustifica l’aggrapparsi a regole che non sono retroattive.

Io credo che Alex Schwazer, se avesse voluto dare veramente un esempio e diventare un eroe dello sport pulito, avrebbe fatto meglio a dire “no, grazie” alla maglia italiana, concentrandosi invece su altre gare e sul diffondere verso i più piccoli il concetto di quanto il doping sia sbagliato. Come il cattivo dei fumetti che diventa buono e conquista il tuo cuore.
Invece, andando a Rio, ha dimostrato che conta solo vincere; poco importa il fatto di ricevere un trattamento diverso rispetto ai compagni di squadra.

Detto ciò, sono altrettanto convinto che non sia giusto ci siano gogne mediatiche nei confronti di nessuno: è facile sedersi sul divano a esprimere giudizi acidi sui social media. Certo è che, se sei un atleta e ti sei fatto il culo per anni in attesa delle Olimpiadi senza usare sostanze illecite che fungono da scorciatoia verso il risultato, ci sta che il trattamento differente ti provochi molto, molto, molto fastidio.

Infastidisce anche me che sono un “atleta qualunque”. Lungi però da me il fatto di demonizzare in qualunque modo il comportamento di Schwazer, solo perché ha fatto scelte differenti da quelle che avrei fatto io.

Questo articolo, chiaramente, non vuole essere un’accusa nei confronti di nessuno ma soltanto uno spunto di discussione su cui mi piacerebbe avere anche la tua opinione, con pacatezza e rispetto verso a tutti. Perché lo sport è anche questo.

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21 COMMENTS

  1. Ciao Sandro,
    ho letto con estrema attenzione l’articolo, che riporta in maniera esaustiva i termini della questione, perennemente in bilico fra gli aspetti legali e quelli etici.
    Concordo pienamente con le tue conclusioni, penso che una scelta di Schwazer verso la promozione del no al doping, soprattutto verso gli amatori e le categorie giovanili, sarebbe stato decisamente preferibile.
    Concordo anche sul fatto che non si può però dare addosso a Schwazer per il suo rientro agonistico, pienamente rispettoso delle regole vigenti (sinceramente darei addosso a queste ultime…).
    Purtroppo la trasformazione dello sport in show business, con le Olimpiadi in prima fila, non può che fare emergere sempre più queste contraddizioni (pensiamo alle medaglie olimpiche revocabili fino a 8 anni dopo le gare per garantirsi da eventuale doping non rilevabile al momento della gara…).
    Questo è ciò che passa oggi il convento… e se penso all’affaire Meldonium, mi viene il malumore!
    Grazie per la possibilità offerta di riflettere su temi come questo, sono utili anche per capire quanto la passione per lo sport sia una bella opportunità per estendere la sua valenza etica anche a tutti gli ambiti della nostra vita!
    Ciao
    Andrea Pillai

  2. secondo me, fermo restando che nella vita tutti possiamo sbagliare per poi redimerci, la maglia della nazionale non l’avrebbe dovuta accettare, spiegando ai giovani a chiare lettere che il doping è una strada sbagliata e che mai va presa. Con questo gesto avrebbe sicuramente dato un segnale forte a tutto il sistema sport in generale. In questo modo, però, si ha l’impressione che con una ”sanatoria all’italiana”, come sempre in questo paese, almeno per chi ne ha la possibilità, tutto si sistema. Personale opinione di uno che crede nella dignità, nell’orgoglio e nei valori buoni dello sport.

  3. Io la penso così, perché chi riceve una squalifica per DOPING di 6 mesi può indossare la maglia azzurra, mentre chi superi i 2 anni no? Sempre DOPING è! Quindi per me la storia del Patto Etico non sussiste.
    Per quanto riguarda la storia della maglia si/maglia no, mi sembra che noi abbiamo vinto un mondiale di calcio con un giocatore appena rientrato da una squalifica per scommesse, un certo Paolo Rossi nel 1982, non mi sembra che ci sia gente che si strappi i capelli; ciò per dire che, se gareggio a livello agonistico, De Coubertin lo si nomina sempre dopo, mai prima di un evento di questa portata.
    Quindi dopo tutto questo giro di parole il mio pensiero è il seguente:
    Ha sbagliato ed ha pagato, si è allenato duramente, ha (stra) vinto l’unica gara alla quale ha partecipato e si è meritato la maglia azzurra (che sicuramente onorerà al meglio) e, se dovesse vincere esulterei come ho fatto altre volte, ma, se dovesse sbagliare di nuovo, addio per sempre, anche da Porta a porta devono bandirlo?
    Grazie e complimenti per tutto.

    • Concordo pienamente il tuo pensiero! 1 giorno 1 mese 1 anno o 2 anni dovrebbero ricevere lo stesso trattamento perche il doping non può essere condonato fino a 1 anno 11 mesi e 29 giorni, o lo è o non lo è! Ha sbagliato ha pagato duramente professionalmente e personalmente. Ha scelto di continuare ad allenarsi scegliendo mi pare come allenatore proprio la persona che lo aveva denunciato. Ha scontato tutta la sua pena senza alcuno sconto, la norma (magari anche discutibile) gli consente di tornare ad indossare la maglia della Nazionale è giusto che se lui se la sente lo faccia. Qualcuno avrebbe fatto una scelta diversa? Non lo discuto, come ogni scelta personale andrebbe rispettata, per me Alex ha fatto la scelta giusta.
      Grazie per l’opportunità offerta di poter esprimere la mia mia.

    • Ciao Michele,
      mi accodo volentieri al tuo intervento per riportare quanto un grande uomo di sport come Enzo Bearzot ebbe a dire proprio sulla convocazione di Paolo Rossi per il Mundial ’82.
      In sintesi, disse che, pur essendo convinto della sua piena innocenza, se si fosse trattato della selezione per un’Olimpiade, con quella squalifica, anche regolarmente scontata, non lo avrebbe comunque convocato, ma poiché il Mundial era una competizione per professionisti tali considerazioni decadevano.
      Mi sembrano sinceramente considerazioni di grande equilibrio, considerata soprattutto la fonte al di sopra di ogni sospetto in tema di etica sportiva, che scontano solo, rispetto a quando furono pronunciate, l’avvenuta trasformazione delle Olimpiadi nel baraccone mediatico attuale (detto con tutto il rispetto per i tanti atleti partecipanti che rendono realmente onore allo spirito olimpico!)

  4. Articolo ben scritto, equilibrato, ma dissento con la conclusione. Se è in regola deve poter andare e non vedo nessun problema etico, tantomeno vedo un trattamento differente. E’ un atleta ora seguito da uno dei più grandi pilastri dell’antidoping Italiano e Mondiale, che oltre a non usare ovviamente nessun tipo di sostanza dopante ha rinunciato anche a qualunque tipo di integratore lecito.
    Il doping è una macchia, ma non è indelebile perchè, come è giusto che sia, si deve credere nella redenzione e nel recupero prima della persona e poi dell’atleta.
    Il problema vero (per gli altri atleti) è che va forte, molto forte, e che è molto probabile che vinca una medaglia, e sarebbe meritatissima per il percorso fatto secondo me, ma ci sarà da ridere se succede…

  5. Il problema oltre che etico credo sia anche sportivo e fisiologico, perchè per quanto sia vero che la colpa dell’essersi dopato viene scontata con l’astensione dalle gare per un certo periodo, gli effetti positivi di quelle droghe sul fisico permangono ancora e quindi anche dopo la squalifica l’atleta dopato scende “in pista” con un “mezzo” modificato illegalmente. In pratica.. per semrpe dopo che ti sei dopato otterrai vantaggio da quella scelta illegale e quindi la partecipazione alle gare è sempre un pò “falsata”.

  6. Condivido in pieno il pensiero di Big.
    A quanto pare, per chi ha deciso sul rientro in nazionale, sembra che l’etica abbia una data di inizio e magari anche una di scadenza. Le regole, una volta scritte (e su questo si potrebbe aprire un dibattito infinito in cui entra di diritto anche il lato economico della faccenda), vanno rispettate e, seppur ritenendo poco “opportuno” il rientro in nazionale, lo si deve accettare.
    Quel che molto dispiace è per i suoi compagni di marcia e per i loro risultati che stanno passando sotto silenzio. Si parla solo di Schwazer, del rientro e del suo risultato: invece, questo dovrebbe passare mediaticamente in secondo piano e si dovrebbe dare maggior risalto a chi le regole del doping le ha sempre rispettate pur avendo risultati inferiori. Personalmente vieterei di parlare del caso Schwazer, lo metterei nel dimenticatoio, qualunque siano e saranno i risultati.
    Purtroppo questi rimangono ragionamenti da sportivi della domenica, da chi arriva nel “gruppone”, da chi lotta per trovare un’ora e non tutti i giorni per allenarsi e raggiungere i propri ori olimpici nelle corse locali settimanali. A certi livelli queste considerazioni non hanno più valore; nel momento in cui i soldi fanno la loro comparsa, tutti i ragionamenti cambiano ed anche l’etica può essere “aggiustata” (ribadisco purtroppo).

  7. Lui si è drogato, da solo, con tutto rispetto come un pirla qualsiasi non so come facesse a credere di non essere scoperto. Ci sono nazioni, Russia e Cina per sempio, che con il doping di stato col cavolo che li prendi. Nuotatrici che frenano per non fare i tempi dei maschi, Tour de France fatto a 55 km di media, non so se il mio motorino arriverebbe a Parigi, inutile nascondersi certe prestazioni non sono possibili per l’essere umano pulito, alla faccia dell’esempio per i giovani. C’è poi un discorso politico certi atleti, certi sport non si toccano comunque ci sono troppi soldi in ballo. Anche in Italia tanto accanimento da parte della Federazione perchè era un marciatore l’ultimo degli sport dell’atletica forse il più povero.
    Se non si decidono a voler veramente eliminare il doping, ma non so se gli conviene a livello economico politico, penso che sia inutile discutere se è bene o male la maglia a Schwazer serve solo a far distogliere lo squardo dalla situazione reale.

  8. Ero abbastanza d’accordo con te poi ho letto le dichiarazioni di Donati che é il suo allenatore ed un pilastro della lotta al doping.
    Donati sosteneva non solo che ormai l’atleta é pulito ma che possa essere anche un esempio positivo. Ad esempio citava i tempi di Shwarzer sostenendo che da dopato facesse peggio di quanto fa ora. In altre parole sostiene che sia la dimostrazione che un buon allenamento sia più efficace del doping.

    Queste dichiarazioni hanno fatto si he io non riesca ad avere una posizione netta in merito.

    Leggo con interesse le vostre idee in merito.

    Ciao Guido

  9. Cioè, spiegami meglio, Sandro Siviero, tu dici che bisogna evitare le gogne mediatiche e poi dai il tuo giudizio, stigmatizzando il suo comportamento che tu avresti evitato rinunciando alla maglia azzurra ( poi lo voglio veramente vedere se tu lo avessi fatto al suo posto…) non sul tuo diario personale ma su una pagina web seguita da migliaia di persone .
    Come è bello scrivere di altri, giudicare il prossimo seduti dal’ alto della propria saccenza !

    • Ciao Peppe. Probabilmente hai frainteso e, sicuramente, non mi conosci. Io ho espresso la mia opinione concentrando la discussione sui fatti e sul messaggio che, secondo me, viene lanciato, non sulla persona. Un’opinione che vuole essere soprattutto uno spunto di discussione senza polemiche (che io non ho fatto). Un’opinione che è lontana anni luce dall’essere gogna mediatica in cui si demonizza qualcuno.

  10. Bell’articolo, ma non sono d’accordo sulle conclusioni, in primo perchè, quando c’è la possibilità, è giusto dare una seconda possibilità e poi perchè come si è visto in più casi il doping è molto più avanti dei controlli che vengono eseguiti, quindi atleti che oggi si professano puliti e vengono considerati paladini della lotta al doping magari tra qualche anno si scoprono dopati come altri (se non ricordo male è stato anche il caso di Ben Johnson e Carl Lewis risultati alla fine entrambi dopati).
    Aggiungo l’ultima riflessione, mi sembra alquanto discutibile il patto etico, perchè se un atleta ha fatto uso di sostanze proibite non è certo la pena che gli viene inflitta che fa la differenza.
    grazie, renzo

  11. Grazie BIG per gli spunti. Io trovo (brevemente) che non si possa rispondere in modo manicheo: Sì può tornare in nazionale – no non potrà mai più; ma dipend un po’ da tempi e modi. Sicuramente sarebbe stato magari addirittura un buon esempio se avesse scelto, pentito, di tornare all’atletica diventando magari proprio un esempio-testimonial dello sport pulito. Magari dopo qualche tempo di “buon lavoro” e di “buon esempio” lo si sarebbe potuto riportare volentieri. Anche perché come giustamente ricordavi l’atleta è un esempio è soprattutto lo sport, di cui egli è parte e attore, ha una funzione altamente educativa.
    Ciao, continuate così

  12. Trovo che la penalizzazione sia stata troppo lieve. Chi fa uso di doping e viene beccato va punito severamente. Lo sport deve essere pulito. Non si deve permettere ad un atleta (!) che ha deliberatamente fatto uso di sostanze dopanti (non e’ stato fregato, non si e’ sbagliato… ha proprio scelto) di poter tornare a gareggiare ad alti livelli, fatelo correre nelle corse amatoriali perché la corsa non la si nega a nessuno.

  13. chissà.. magari se il patto etico fra gli atleti della nazionale fosse stato precedente alla squalifica Schwazer non si sarebbe mai dopato, temendo di perdere per sempre la maglia della nazionale. magari è difficile pensarlo, ma non si può nemmeno dimostrare il contrario.
    rispondendo a chi dice che l’etica non può avere una data di inizio e di scadenza… non sono del tutto d’accordo. ci sono momenti in cui si prende collettivamente coscienza di un problema, e si definiscono delle regole, accettate da tutti. queste regole, anche se etiche, prima non c’erano, forse perchè prima il problema non era così sentito, o non se ne era ancora presa sufficientemente coscienza per condannarlo collettivamente in maniera formale.
    in breve, anche se si tratta di un patto etico, non mi pare giusto che lo si debba applicare anche a chi ha sbagliato prima che fosse messo in essere e firmato da tutti.

    • Forse non sono stato chiaro in quello che ho scritto. Secondo me l’etica nello sport consiste anche nel “non doparsi” e l’obbligo di non doparsi per gli atleti non è nato nel 2013, ma molto prima. Il fatto che sia stato ribadito un obbligo aggiungendo delle restrizioni attraverso la firma del documento, secondo me, non implica che prima si potesse fare tutto. A mio parere (ma è solo un parere da uno che non è dentro al meccanismo atletica) il patto non è una legge che non può e non deve essere retroattiva! Con il patto non sono entrate a far parte dell’elenco delle sostanze proibite nuovi farmaci, che fino al giorno prima potevi prendere e dal giorno dopo no. Il patto lo interpreterei come “dare più forza” a degli obblighi già esistenti.

  14. ciao,
    sono pienamente daccordo con te, come sul fatto che le prestazioni degli atleti della squadra italiana siano state offuscate da tutte le polemiche e dalla figura di questa singola persona.
    per me NO DOPING in assoluto. la maglia della nazionale non avrebbe dovuto accettarla per coscienza individuale.
    e comunque non sono mai da osannare i successi di coloro che in qualche modo, qualunque modo, violano le regole.

  15. Cerco di farla breve, il doping esiste da sempre e ci sono regole per farlo rispettare. Atleta beccato,atleta squalificato. Periodo di fermo finito ed atleta rientrato alle gare. Per me nulla di strano se gestirà la maglia azzurra,, nel campionato vinto con era in palio la qualificazione,ed ha diritto ad andare a Rio a lottare,finalmente da atleta pulito,per tentare di vincere una medaglia. Certo l esempio dato in passato lascia il segno, ma vuoi mettere che successo se vincesse da pulito? La pulizia vince sul doping,e allora si che diventerebbe un bell esempio di come si può gareggiare vincendo da atleti puliti. Mi incazzo di più, quando ci sono gli amatori e i podisti della domenica che per le gare regionali o per fare figura nel gruppo,si bombano prendendo l inverosimile. O come il cialtrone che ha usato l auto per fare un pezzo del Passatore,bullandosi del tempo nei social network,questa gente è più pessima dei professionisti dopati.

  16. Scrivo la mia avendo appena saputo che un ennesimo controllo avrebbe (il condizionale è voluto) colto Schwazer di nuovo positivo: non entro nel merito, mi limito a dire che vedremo.
    Invece ritengo, più in generale, l’affare doping – e non il problema doping, attenzione – una mera questione di convenienza, sotto ogni aspetto.
    Mi spiego: viviamo in una società anzi in un mondo nel quale corruzione, appropriazione indebita, furto, truffa (e taglio corto) fanno parte delle notizie quotidiane, del modus vivendi e del modus operandi della grande maggioranza delle persone che agiscono ed operano in tutti i campi professionali e non nei quali esista una qualsiasi forma di interesse; ruba lo stato, rubano le aziende private, ruba il singolo, le associazioni, le cosiddette Onlus, la chiesa, ha senso chiederci e domandarci ma soprattutto scandalizzarci perché questo avviene anche nello sport? Sappiamo tutti quanti e quali interessi girano intorno allo sport professionistico, anche per una disciplina povera come la marcia, entrano in gioco anche gli aspetti psicologici e caratteriali dell’atleta (a parte, ripeto, gli interessi puramente economici, assolutamente non secondari) se è vero come è vero che per un “Mister Condominio” i bodybuilders spendono 4/5000 euro – se va bene – in steroidi anabolizzanti, testosterone ed insulina e che per far bella figura al giro della circonvallazione cittadina molti ciclisti amatori ricorrono all’aiuto chimico più spesso che no.
    E allora c’ è un errore di base, se il marcio sta alla base: certo la scuola, l’educazione, l’insegnamento dei valori ma è tutto inutile se poi l’ambiente che ci circonda spinge ed incita ad ogni tipo di pratica illecita pur di arrivare: se non emergi e poi di seguito se non vinci non puoi permetterti quel telefonino, quell’orologio, quell’auto e più in generale quello stile di vita che tutti i giorni su tv e giornali ci viene presentato come il minimo indispensabile per essere considerato uno “arrivato”, uno “figo” e non un coglione fallito; gli stessi giornali (sportivi soprattutto) che coprono le porcherie che avvengono (e che loro conoscono molto bene) ogni giorno durante, prima e dopo le competizioni perché il sistema, il meccanismo non possono e non devono essere intaccati.
    Per gli atleti (professionisti) si tratta una pura questione di pari opportunità: se avere o meno le stesse condizioni e possibilità dell’altro che fa uso e quindi poter ambire alla gloria, alla fama e ai soldi oppure restate nelle retrovie e limitarsi ad una posizione di gregario.
    Vorrei poter scrivere molte altre cose ma sinceramente non so poi quali eventuali conseguenze – anche legali – si materializzerebbero se dicessi tutto quello che so (e lo so per certo) e del resto non potrei neppure provare le mie affermazioni ma una cosa la dico: la legalizzazione del doping è l’unica via di uscita, colui che è il più forte resterà tale a parità di vantaggi e quanto al discorso salute, beh, è un problema di scelte personali, anche chi corre in moto sa di rischiare la vita ogni giorno. Buona giornata.

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