Di quella volta che io e Charlene decidemmo di correre la maratona di Roma

Questa è la mia tabella. Ce ne sono tante come lei, ma questa è la mia. La mia tabella è la mia migliore amica, è la mia vita. Io debbo dominarla come domino la mia vita. Senza di me la mia tabella non è niente; senza la mia tabella io sono niente.

Una delle cose che prima o poi passano per la testa di chi ogni giorno va a fare un po’ di chilometri è la possibilità di tagliare il traguardo di una maratona. Credo sia fisiologico pensarci, anche se si corrono solo quattro o cinque chilometri per volta due o tre volte alla settimana. La linea del traguardo della maratona, il poter completare quei 42.195 metri, rappresenta una sorta di Nirvana del corridore. Così, nell’evoluzione naturale dei pensieri, una mattina di metà dicembre ho pensato anche io che fosse giunto il momento di correre per così tanti chilometri, e ho iniziato a chiedere ad amici che avevano già preparato o stavano preparando la distanza maggiori informazioni su come fare per poterla innanzitutto chiudere. E magari chiuderla anche in un tempo non troppo distante da quello che le ambizioni personali farebbero immaginare.

Così ho preparato, adattandola ai miei tempi sulle gare fatte (quasi esclusivamente mezze maratone, non corro quasi mai gare più brevi, sono troppo veloci per me), una tabella di quindici settimane per poter andare a Roma il 10 aprile a correre la ventiduesima maratona della Capitale. Per uno che corre ogni giorno, a volte anche due volte in una sola giornata, e che corre come un “cane sciolto”, senza imposizioni di tempi, chilometri e tipologie di allenamento, sottostare alla volontà di una tabella non è affatto semplice, soprattutto nei primi giorni. La cosa che maggiormente mi lasciava dubbi, oltre alle giornate di riposo, erano le uscite lunghe da fare a passo più lento di quello solito, per le quali provavo un grande timore.

E, se correndo molto più lento del normale, mi rompo? E se le ginocchia e la postura iniziano a risentirne? E se mi annoio?

Tutte queste domande mi hanno quasi angosciato per il tempo che mancava da quando avevo studiato la tabella all’inizio della preparazione vera e propria. Ma non avrei saputo come sarebbero andate le cose andate bene finché non avessi deciso di affrontarle.

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È la prima settimana di gennaio, e dagli ultimi giorni di dicembre sto seguendo la mia prima tabella. I primi giorni sono stati terribili. Sono passato, dal correre due volte al giorno per 22/23 km totali a un passo casuale, al correre una sola volta al giorno per poco più della metà di quanto facessi pochi giorni prima. Ma la cosa che mi ha provato più di tutte è stato il primo giorno di riposo. Non facevo una pausa dalla corsa da oltre un anno. Quindici mesi, per la precisione. Sembra una cosa stupida, ma ricordo nettamente che quel primo giorno di riposo mi sembrò di fare una delle cose più stupide mai fatte in vita mia. Ma ho resistito e ho riposato, anche se forzatamente. La stessa sensazione mi ha accompagnato un paio di giorni dopo, al secondo giorno di stop per “recuperare”. Si dice che il riposo sia esso stesso allenamento, ed è una cosa di cui anche io sono sempre stato convinto. Ma quei primi giorni forzati mi pesarono davvero molto.

È la prima settimana di gennaio, dicevo, e il giorno dell’epifania è il primo giorno in cui devo fare delle ripetute. Non ho mai fatto delle ripetute “serie” prima d’ora. Certo, ho spesso fatto degli allenamenti intervallati, ma mai fatto delle ripetute vere e proprie. Mi dicono tutti che, dopo la prova di oggi, cambierò idea sulla tabella. Parto per l’allenamento, sono previsti dieci minuti di riscaldamento e poi 13 ripetute da 300 metri seguite da 4 minuti di recupero attivo. Teoricamente dovrei fare le ripetute circa 30-35 secondi più veloci del mio tempo medio. Significa che dovrei correre a 3’45”, che per me è una velocità piuttosto elevata. Mi è capitato in passato di arrivare a fare qualche km a questa media, ma di solito ero aiutato da tratti in discesa o li ho fatti in gare brevi in cui arrivavo senza un polmone al traguardo.

Faccio i dieci minuti di riscaldamento, l’orologio scandisce il conto alla rovescia per i primi 300 metri di ripetute. SBAM! 3’25”! Inizio il recupero attivo con un sorriso da ebete sulle labbra, sono contentissimo per lo scatto da ghepardo, ma penso anche che devo cercare di tenere i tempi previsti dalla tabella. Alla seconda delle tredici ripetute butto l’occhio sull’orologio dopo un paio di secondi di corsa, 3’30”, devo rallentare un po’. La termino a 3’38”, sempre troppo più basso del tempo minimo, ma meglio di prima. Per le successive presto ancora più attenzione, e nelle ultime tengo senza problemi la media prestabilita. Finisco i km previsti, faccio un po’ di esercizi per sciogliere i muscoli e faccio la pazzia di provare il “km più veloce”.

La strada che torna verso casa è un rettilineo di circa 900 metri, poi una curva a gomito e altri 200 metri di leggera discesa. Anche se nell’ultimo tratto la discesa potrebbe falsare il risultato, penso che comunque c’è la curva che pareggia le cose. Me ne convinco abbastanza e parto.

Corro a perdifiato, poggio a terra solo le punte dei piedi e per qualche istante mi sento Usain Bolt. Fermo il cronometro sui 3’05”, non avevo mai corso così veloce in vita mia per un km filato. Il sorriso ebete diventa una paresi, faccio un bel po’ di stretching per evitare di avere i polpacci duri come la roccia al risveglio e inizio a pensare che forse Charlene, il nome che ho dato alla mia tabella, sappia il fatto suo.

Per un mese e mezzo la seguo come una bibbia, nonostante alcune imposizioni mi paiano davvero strane e poco sensate. Mancano un paio di giorni al 14 febbraio, una data segnata nel calendario di tanti RunLovers. Non perché sia la festa degli innamorati, o non solo. È una domenica di gare. Di Mezze Maratone in particolare. Ce ne sono un po’ in tutta Italia.

A Verona si corre la celebre Mezza Maratona di Giulietta e Romeo, ma io avevo promesso a un amico di correre ad Oristano la Mezza Maratona del Giudicato, che per me è quasi una gara di casa, come tante altre che si fanno nell’Isola.

Purtroppo però verso la fine di gennaio ho preso una brutta botta all’anca destra e ho dovuto rallentare il passo nella preparazione, e nell’ultima settimana seguire Charlene mi è costato un po’ di fatica. In programma avevo molti allenamenti a passo lento, con un bel po’ di chilometri da fare e solo un giorno, ad inizio settimana, con ripetute lunghe a passo medio. Sembra un paradosso, ma accelerando sentivo meno il fastidio all’anca, per cui dover andare piano è stato sia psicologicamente che fisicamente provante. Quindi, per la gara di domenica, non sono granché fiducioso. Non che mi interessi fare chissà che tempo, sia chiaro, ma stare troppo lontano dai miei soliti mi spiacerebbe un po’.

Lo starter spara, la folla di corridori parte e già dai primi cinquecento metri il gruppetto di testa lascia una bella distanza tra sé e il resto dei partecipanti. Io seguo a debita distanza per i primi minuti i primi insieme ad un altro po’ di ragazzi, ma già intorno al sesto o settimo chilometro quelli più forti mi lasciano dietro, e quelli più lenti mi lasciano davanti. Insomma, sto correndo da solo. Una cosa che non mi piace per nulla, in una gara così lunga. Preferisco avere qualcuno con cui parlare, scambiare due battute e darci una mano per la corsa. Raggiungo un paio di ragazzi davanti a me, che mi dicono che non ne hanno già più (siamo al quattordicesimo chilometro circa) e che mi lasceranno tra poco. Stiamo andando a 4’16”-17″, è la media che avevo preventivato di tenere per non forzare troppo ed arrivare pressappoco in un’ora e mezzo. I ragazzi con me rallentano un po’, saliamo a 4’25”, ma non mi importa più di tanto. Penso alla mia anca e ai due mesi che mancano a Roma, non voglio rischiare un infortunio. Mancano cinque chilometri, cerco di dare un po’ di carica incitando i miei compagni di corsa ma, ad appena due chilometri dal traguardo, rallentano di botto. Accelero un po’ e riprendo il passo che avevo preventivato fino ai due terzi di gara, negli ultimi 6-700 metri forzo un pochino e chiudo in 1h30’03”. Mi tocco la gamba con la mano, provo a fare un po’ di movimenti rotatori e tutto sembra andare bene. Guardo nuovamente l’orologio, penso che forse avrei potuto fare meglio, poi mi dico che è andata benissimo e che è stato meglio non strafare.

Charlene, zitta zitta, se la ride di nascosto.

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14 COMMENTS

  1. Ho letto tutto d’un fiato il suo racconto con la testa china mentre camminavo per andare i. ufficio. Mi ha trasmesso una passione per la corsa e una naturalezza nell’affrontare il tutto come se fosse avesse sempre corso sin da bambino. Io ho cinquant’anni e ho scoperto la corsa da circa 2 anni. Mi dispiace non averla praticata prima. Grazie a questi atleti e alle loro motivazioni la corsa ê uno degli sport più belli. Nicola Dellino

  2. Questo racconto come tutti qurlli di Pietro mi ha affascinato ed emozionato. Persone determinate come lui sia nello sport ma soppratutto nella vita ne conosco veramente poche. Fiero di conoscerlo da quando eravamo in prima elementare sei anni di vita circa. GRANDE UOMO E GRANDE ESEMPIO DI VITA che ci ricorda che con la determinazione si può tutto o quasi. IN BOCCA AL LUPO PER ROMA

  3. Mi ritrovo molto nel racconto…spettacolare! In bocca al lupo per Roma. Io sono bloccato per un infortunio e non potrò più farla. Moralmente a pezzi

  4. È difficile rendere partecipi chi legge, tu ci riesci sempre alla grande. Non vedo l’ora di correre, nel tuo racconto, la tua prima maratona.

  5. Non sempre si riesce a coinvolgere chi legge, tu ci riesci sempre alla grande. Non vedo l’ora di correre, nel tuo racconto, la tua prima maratona.

  6. Gran racconto Pietro, e non vedo l’ora di leggerti dopo la tua prima maratona!!!! In bocca al lupo!!! Claudio Fragassi…

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