Di quella volta che io e Charlene corremmo la Oslo Marathon

La tensione, la gioia, la fatica, la sofferenza, i sorrisi di una maratona. Tutti qui. Raccontati per farla correre anche a te con la mente e con il cuore.

Sono passate da poco le 8.00 del mattino di sabato 17 Settembre 2016 ed io ed A. stiamo attraversando Karl Johans Gate ad Oslo, in direzione del Rådhuset, il palazzo del municipio da cui tra poco più di un’ora, allo sparo dello starter, inizierà la 33° Maratona della Capitale Norvegese. È una tipica mattina scandinava, con poche nuvole, il sole basso all’orizzonte e una temperatura sui 9-10 gradi che è gradevolissima per una corsa. Io ho il pettorale 40339 e sono vestito da evidenziatore: maglia gialla, pantaloncino arancione su cosciale nero, scarpe blu. Per fortuna tanti altri hanno un abbigliamento simile al mio, ed alcuni hanno fatto accostamenti decisamente più audaci.

La partecipazione è incredibile, oltre alla Maratona si correrà anche sulla distanza della Mezza Maratona, e sono quindi presenti circa 15000 persone. Inutile dire che tutte le operazioni di incanalamento e sistemazione si sono svolte senza problemi, l’organizzazione è stata impeccabile fino ad ora. Io sono entrato nel gruppo M1, con quelli che dovrebbero completare la gara tra le tre ore e le tre ore e quindici, ed ho davanti qualche centinaio di altri partecipanti delle griglie precedenti la mia. Ci siamo quasi, mancano pochi minuti e lo starter darà il via.

Il conto alla rovescia di una Maratona suona sempre in maniera diversa rispetto a quello delle altre gare a cui ho partecipato, soprattutto se lo fanno in una lingua che, a un italiano, può sembrare strana come il norvegese. Sembra quasi che il tempo scorra più lento, un po’ come quando nei film fanno andare al rallentatore alcuni fotogrammi per dare più enfasi alle immagini. Io mi guardo intorno, controllo le scarpe e le calze, sistemo ancora una volta i pantaloncini e il marsupio con i gel. Sembra che tutto sia a posto e mi rilasso (per quanto sia possibile) un po’. Ecco, ci siamo. BANG!

Partiamo pianissimo, la strada è piuttosto stretta per il numero di persone che si accalcano ed è quasi impossibile correre seriamente. Stiamo più andando a un passo da jogging che da maratona, e forse è un bene visto che ci sono alcuni tratti di asfalto sconnessi e con la ressa c’è il rischio di mettere un piede in fallo. Lo prendo come un nuovo riscaldamento, visto che quello fatto è stato quasi vanificato, e non mi lascio prendere dalla smania di accelerare subito per entrare nella media prevista. In questi primi chilometri, in cui i vari passi si vanno a delineare e man mano che si supera qualcuno nella folla (o si viene superati) ci si raggruppa automaticamente con gli altri che terranno pressappoco il nostro stesso passo, ripenso a quest’ultima settimana passata in questa terra per me sempre più incredibile.

Quando nel novembre di due anni fa a Jessheim, a poco più di quaranta chilometri da qui (forse 42,195, sarebbe una gran bella coincidenza!), corsi la mia prima mezza maratona e primissima gara di corsa a piedi in assoluto, mi ripromisi che prima o poi, se avessi continuato con questa follia della corsa su lunga distanza, sarei tornato in Norvegia per correre la maratona di Oslo. Per cui, quando ho ricevuto in regalo dagli amici l’iscrizione alla gara, ne sono stato più che felice. Non solo per la corsa in sé, ma anche, e forse soprattutto, perché sarei potuto tornare in questo Paese meraviglioso.

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Cerco di fare il mio passo e trovare il ritmo giusto ripensando a tanti episodi vissuti qui, alla magia estrema dell’Aurora boreale che ho visto ad Ås, il paesino in cui ho vissuto, a quella mancata per il cielo nuvoloso nella notte di Tromsø alcuni giorni fa, alla volpe rossa temeraria che ha trascorso accanto a noi in po’ del suo tempo, al coro che ieri sera ha cantato una serie di canzoni folk sulla strada. Un carico di emozioni che in questi primi chilometri mi aiuta a districarmi in mezzo agli altri løper e che mi fa dimenticare la fatica.

Sono perfettamente in media ora, anzi sto andando decisamente meglio rispetto al previsto. Poco dopo il rifornimento del quinto chilometro mi supera una ragazza e mi lascia qualche metro. Ha i capelli biondi raccolti in una coda chiusa (è una specie di treccia forse, non sono molto esperto di nomi di acconciature), un completo colorato quasi più fluo del mio e delle scarpe rosse. La punto per capire se reggerà questo passo fino alla fine, e sembra abbastanza tranquilla da poterlo sostenere. Decido che sarà il mio punto di riferimento, e che non mi dovrò allontanare troppo da lei.

Superiamo più o meno con lo stesso passo il ponte di Aker Brygge e ritorniamo verso la parte antica della città. Vedo A. sul lato sinistro della strada, riesco a darle il cinque e me ne vado di nuovo al centro della corsia col sorriso di un bambino. Fino al decimo chilometro la ragazza con la coda mi sta una decina o una ventina di metri davanti, poi al rifornimento si attarda per bere e ci affianchiamo e iniziamo a correre insieme, in silenzio. Entriamo in un tratto di sterrato, è una strada da cantiere con ghiaia, terribile da correre. Per due chilometri corriamo su questo inferno instabile, ma incredibilmente non perdiamo il passo. Torniamo sull’asfalto e passiamo sopra un ponte, io sollevo il pollice per dire che va tutto bene e chiedere se è così anche per lei, che ricambia. Mi dice qualche parola in norvegese, qualcosa tipo “Hà!r L#NG k@n d Z*Te”, ma ovviamente io non capisco nulla, le faccio un sorriso tiratissimo e le chiedo scusa in inglese, facendole probabilmente anche un po’ di pena (cerca di capirmi amica, stiamo correndo come dannati, non sono norvegese, non posso parlarti in italiano che altrimenti la faccia come la mia la faresti tu e un po’ di fiatone e una pronuncia indicibile mi sono concessi, su). “What’s your time?” “Qual è il tuo tempo?” – mi chiede. “Within three hours and a quarter” “Sotto le tre ore e un quarto” – le rispondo io. Lei fa un cenno di approvazione con la testa e riprende a correre concentrata. Ha un’eleganza nella corsa che sembra quasi non stia nemmeno facendo fatica. Guardo i suoi piedi poggiare sull’asfalto per quel decimo di secondo necessario a spingerla nuovamente in avanti, le braccia dondolare in sincronia con le gambe, la schiena dritta e protesa in avanti, il respiro che va all’unisono con i movimenti del corpo. Non ha un filo di sudore addosso, mentre io sono quasi fradicio nonostante non faccia sicuramente caldo. Guardo anche gli altri compagni di corsa che ci stanno vicini, solo un paio hanno un’espressione serena, molti sono più sudati di me e alcuni sembra che stiano per mollare (già ora, mancano ancora due terzi di gara!). Un uomo sui cinquant’anni stantuffa. Un ragazzino (quanti anni avrà? Diciotto? Diciannove? Sembra un bambino) ciondola la testa come uno di quei giochini con la molla. Lei invece va tranquilla, come se fosse la cosa più normale del mondo spingere a questa andatura e non apparire nemmeno stanchi. La invidio un po’ in questi primi chilometri insieme, ma continuiamo ad andare affiancati nonostante io non sia sicuramente comparabile a lei per il piano stilistico.

Abbiamo corso per questo primo tratto di gara in una parte di città nuova, nata per recuperare gli spazi in decadimento del porto, e tutte le persone che ci hanno guardati passare ci hanno incitato come se stessimo andando a vincere la medaglia d’oro ai giochi olimpici. Passiamo di fronte all’Operahuset, e dal mare ci investe un vento leggero che mi ricorda gli allenamenti fatti nelle scorse settimane sul lungomare di casa, i tanti tramonti a cui sono andato incontro durante la preparazione e le volte in cui ho avuto la fortuna di fermarmi per godermi il rumore delle onde. Qui la gente è diventata una folla, e passiamo all’interno della parte storica della città come se fossimo degli eroi. Abbiamo corso tutto questo primo terzo di gara quasi completamente in piano, e ci stiamo dirigendo verso il parco con l’orto botanico e il museo Munch che si trova su una delle poche parti “alte” della città. Ci sono da fare una trentina di metri di dislivello positivo in un chilometro e mezzo circa. Non è una salita terribile, ma sulle gambe si inizia a sentire. Ci sono ancora molti chilometri da fare, per cui è bene dosare le energie e cercare di non sprecare il fiato.

Prendo il primo dei gel in programma, lo mando giù piano in un paio di assaggi e al rifornimento bevo. Mi rincuoro per il fatto che molti dei miei compagni di corsa hanno fatto altrettanto, per cui forse la mia tattica di gara non è sbagliata. Superiamo la collinetta e riprendiamo la strada verso il Rådhuset per completare il primo dei due giri da ventunomilanovantasette metri. Oslo non è tanto estesa da permettere un percorso completo sul territorio cittadino, e uscire fuori dalla città ci avrebbe portati a correre in mezzo alle foreste che circondano la capitale norvegese. Il passaggio su Karl Johans Gate verso il palazzo reale è il tratto più rischioso (se si esclude quell’inferno di sterrato), con la pavimentazione in lastroni e delle specie di sampietrini sconnessi su cui bisogna prestare particolare attenzione. Passiamo la mezza con largo anticipo rispetto a quanto previsto da Charlene e penso che forse sto sprecando preziose energie. Però non sento particolarmente la stanchezza, sono abbastanza lucido e soprattutto sapere e sentire che la temperatura è quella ideale per correre mi conforta molto.

Continuo ad andare, tenendo d’occhio ogni tanto l’orologio. Al ristoro del venticinquesimo chilometro alcuni dei ragazzi che corrono nel gruppetto in cui mi trovo si attardano al rifornimento. Ci sono solo bicchieri da cui bere, niente bottigliette, con acqua, bibite e sali. Io so che se mi fermassi avrei difficoltà a ripartire, per cui cerco di bere come posso con i bicchieri, anche se è parecchio complicato, e fidarmi del gel. Ne ho preso un altro appena dopo la mezza e ne ho in programma un terzo prima del rifornimento dei trenta chilometri. La ragazza che correva con me si è fermata per bere i sali, mi ha fatto un cenno come per dirmi di continuare, ma ancora non mi ha raggiunto. Mi giro un paio di volte ma non la vedo arrivare, e temo si sia fermata. Verso il ventottesimo chilometro è di nuovo al mio fianco, qualunque sia il passo che stavamo tenendo fino a che si è fermata, ha dovuto correre un po’ più forte per riprendermi. Ora anche lei sembra provata, e la maglia si è scurita per il sudore. Sollevo il pollice e faccio con la testa un cenno di approvazione e ammirazione, e lei sorride di rimando. Ci raggiunge anche un altro ragazzo con i capelli rossi e un accenno di barba, alto forse un metro e novanta, e anche lui fa cenno come per dire che ce l’ha fatta a tornare nel gruppo. Mi piace sempre molto questa cosa che nelle gare si riesca a socializzare senza dire granché. Siamo forse una decina o una dozzina di persone che corrono, ciascuna con i propri pensieri, eppure sembriamo un unico organismo. Prendo l’acqua al trentesimo chilometro, stiamo di nuovo passando dentro la città e nuovamente di fronte a noi c’è il teatro dell’Opera. Entriamo di nuovo nello sterrato, inizio ad accusarlo e rallento un po’ il passo, anche se sono sempre dentro la media prevista. Tra pochi chilometri dovremo affrontare la parte più difficile della corsa, quella salita di trenta metri che a pochi chilometri dalla fine so che sarà difficile da correre che nemmeno scalare l’Everest. Giriamo intorno ad un palazzo e i ragazzi che fanno l’intrattenimento musicale stanno terminando di suonare un pezzo in norvegese, non capisco una parola ma il ritmo dà una carica incredibile (che bella cosa la musica!) e ci troviamo quasi senza accorgercene ad accelerare poco prima della salita. Uno dei ragazzi che ci sta qualche metro davanti si gira e dice qualcosa in norvegese. Un paio di altri rispondono, la ragazza vicino a me e il ragazzo con la barbetta ridono, e borbottano qualcosa. Io non capisco nulla, vedo soltanto che il ragazzo che ha parlato per primo cambia passo e con un altro che lo segue ci staccano di cinque, dieci, venti metri. Insomma, tentano la fuga. Io non ho nemmeno la forza di pensarci, a questo punto, beati loro. Rallentiamo sulla salita, la sto sentendo moltissimo, cerco di non perdere troppo, pochi secondi per chilometro, ma è un rallentare percepibile che ci permette di non fermarci e continuare a correre. Passiamo il museo Munch, è quasi fatta.

In cima alla salita quasi mi blocco. Sento i muscoli tirare come non mi era mai capitato, prima alla gamba destra, poi anche la sinistra. I miei quadricipiti hanno smesso di sentire gli impulsi nervosi che il mio cervello vorrebbe inviare e si sono messi in sciopero. In altre parole: ho i crampi. Sono ancora nella media, e se pure rallentassi di un po’ dovrei restarci, quindi paziento e rallento. Dico alla ragazza di andare, ma mi fa cenno che va bene così. Appena inizia la discesa butto giù le braccia e provo a riprendere il ritmo che avevamo prima, ma la ragazza che mi sta un paio di metri avanti si gira e mi dice “Breath, breath” “Respira, respira”. Ha ragione. Riprendo fiato e sistemo un po’ la postura. Il ragazzo con la barba appena accennata solleva la mano e la agita, accelerando. Mancano circa quattro chilometri ora. Si gira e dice qualcosa in norvegese. Nuovamente non capisco. La ragazza gli risponde. Forse un incitamento reciproco, o chissà che.

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Continuiamo, la discesa è meno marcata della salita e aiuta tantissimo anche dal punto di vista psicologico, e poi c’è tutta questa gente intorno che ci applaude e fa il tifo. Bellissimo. Vedo il cartello dei trentanove chilometri a qualche centinaio di metri, la ragazza con la coda che forse è una treccia si gira e grida qualcosa in norvegese, e poi verso di me “Push now, push now” “Accelera, accelera”. Questi norvegesi sono pazzi, io non lo so se ce la faccio. Cominciano tutti ad allungare il passo, e allora provo anche io. Bevo al volo, mi bagno la testa e la faccia e cerco di bilanciare al meglio il corpo con le braccia.

Entriamo in Karl Johans Gate, c’è la salita da fare e i miei quadricipiti smettono del tutto di funzionare. Mi fermo su una transenna cercando di stirare al meglio le gambe, mi viene da piangere, per il dolore e la frustrazione. Due bambini mi dicono qualcosa in norvegese, leggono il mio nome dal pettorale, lo storpiano un po’ ma mi danno una carica insperata e decido che devo assolutamente ripartire. Sento una mano sulla spalla. È la ragazza con la coda, mi ha aspettato. Probabilmente sto piangendo. Mi dice che la finiamo insieme, di non mollare. Il cartello dei quaranta chilometri ci sfuma alle spalle. Si gira in questi ultimi chilometri insieme non so quante volte, “don’t stop, push, push” “non fermarti, accelera, accelera”, mi dice. Ecco, ci siamo. Mancano meno di due chilometri, è incredibile ma sto per terminarla. Oltre il tempo previsto, ma chi se ne importa. Ripenso ai tanti che in questi mesi mi sono stati accanto e mi hanno sostenuto durante gli allenamenti, che mi hanno dato consigli e qualche pacca sulle spalle quando necessario.

Ripenso a Cristina di Run and the City e al suo augurio, lo scorso Natale, di poter tornare in Norvegia per correre una maratona (ci siamo Cri, è quasi fatta). Mi tornano in mente i tanti compagni di corsa con cui ho avuto la fortuna di condividere un po’ dei milletrecento chilometri di preparazione per questa corsa di oggi. Penso a Michele, il mio “collega-manager” che “mi concede sempre l’onore di fare gli scarichi con lui”, a Chiara e Mauro, Gigi, Davide, Serena, Gianni ed Antonello e al loro sogno della Maratona di Roma da correre il prossimo Aprile. Penso a Sandro, Martino e Iaia. A tutte le persone che ho conosciuto grazie a RunLovers. Ad Anne e al suo esempio incredibile di sportività, a Elisabetta, a Micol e Giacomo, al loro supporto e ai consigli sempre utili che mi hanno dato, ai messaggi vocali di Yurima che danno sempre una carica immensa.

Penso a tutti ragazzi del RunLovers club (sei iscritto, sì?) e ai loro tanti post di supporto. Penso alla mia famiglia che ormai, quando capita di rientrare nei fine settimana, non chiede più SE devo andare a correre, ma QUANTO devo correre. Penso alle cene trovate pronte a tavola, alle colazioni preparate dalla sera prima per quando la sveglia dei lunghissimi mi buttava giù dal letto col buio, agli appuntamenti spostati e alle vacanze programmate per poter andare a correre. Penso anche alla ragazza che mi sta di fianco e che con me ha corso una buona parte di questi ultimi quarantaduemilacentonovantacinque metri, gli ultimi chilometri di una gara che dura da diversi mesi. E penso ad A., alle volte che mi ha accompagnato in bici per i lunghi, alla pazienza infinita di stare accanto a uno che quando non sta correndo parla di posti dove vorrebbe correre, e al fatto che starà aspettando al traguardo come tante altre volte, pronta a chiedermi se è andata bene e come sto, e magari, no anzi sicuramente, a piangere un po’ con me per la felicità.

La mia compagna di corsa ha la faccia tirata, sta soffrendo un po’ anche lei la salita di qualche chilometro fa che ci ha tagliato le gambe e questo tentativo di accelerazione folle degli ultimi chilometri, ma stiamo per arrivare e continuiamo a correre in silenzio (sbuffando come dei treni a vapore in realtà), lanciandoci ogni tanto uno sguardo di approvazione e supporto. Passiamo di fronte al Palazzo Reale, dove ad inizio mese Re Harald ha tenuto un discorso coraggiosissimo e a mio parere bellissimo su quanto sia la diversità a rendere forte la Norvegia. Ce lo lasciamo alle spalle e continuiamo sorridendo e battendo il cinque a qualche bambino, una sensazione bellissima. Manca un chilometro scarso ormai. Superiamo l’ultima curva e passiamo di fronte al Dubliner, uno dei più famosi pub di Oslo.

Ora è tutto rettilineo fino al traguardo. Ai nostri lati c’è una folla immensa che ci incita come se fossimo i primi della corsa, è una cosa che carica all’inverosimile. Si vede il traguardo vicino al Rådhuset, ci siamo ormai. Guardo il mio lato destro e sollevo il pollice verso la mia compagna di corsa, fa sì sì con la testa e sorride che sembra una bambina che apre i regali a Natale, stiamo per tagliare il traguardo e anche se non lo stiamo facendo nel tempo sperato siamo felicissimi. I centonovantacinque metri finali per un maratoneta sono come una passerella da fare senza più pensare ai minuti per chilometro, ai dolori muscolari e a come si sarebbe potuta gestire diversamente la gara. Sono una passerella soprattutto per la gente che ci ha supportato e ci sta aspettando facendo il tifo per noi. Ecco, i centonovantacinque metri finali della maratona sono una passerella per la gente che ci ama, e che amiamo. Non mi sembra nemmeno di correrli, in realtà, perché ormai mi sono distaccato da tutto e non vedo nemmeno il traguardo. Sto volando con i pugni chiusi ed agito le braccia, questo lo posso percepire, e forse sto piangendo. La gente sbaglia un po’ la pronuncia del mio nome chiamandomi, non li conosco eppure mi stanno aiutando tantissimo. Intorno il mondo sta andando al rallentatore, i volti delle persone sono sfocati e cerco di individuare A. nella folla, forse l’ho vista ma non sono sicuro, sì, mi sembra lei. Il bip del sensore suona e registra il tempo e mi dice che è fatta. Ho terminato la Maratona di Oslo, la mia “seconda capitale”.

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Scoprirò solo dopo che forse c’è un errore nella distanza e quasi sicuramente abbiamo corso cinque o seicento metri in più. Ma non importa, è fatta. Un ragazzino biondo con gli occhi color ghiaccio mi mette al collo la medaglia e mi fa i complimenti. Cerco la mia compagna di corsa, vorrei presentarla ad A., fare con lei una foto e magari fermarci a fare due chiacchiere e andare insieme a festeggiare, se non fosse stato per lei non so se sarei riuscito a terminare la corsa o a terminarla col sorriso. Mi giro più volte ma non la vedo, poi mi sembra di riconoscere il completo in mezzo alla folla, oltre le transenne. È lei, cerco di avvicinarmi ma si gira e mi saluta con la mano destra, facendomi cenno di fermarmi e non raggiungerla. La guardo in silenzio, non ha la medaglia al collo, non capisco perché sia andata via e mi guardi sollevando due dita, chiedendomi in silenzio di non cercare di raggiungerla.

Lei sorride, indossa il suo cappellino bianco, si gira e sparisce tra la folla.

Solo ora mi accorgo che esiste solo per me e che non potrebbe mai venire a conoscere A.. Resto fermo e guardo la sua figura sfumare nel pubblico, con la medaglia tra le dita e più di qualche lacrima che scende.

Addio Charlene, e grazie di tutto.

[FINE]

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14 COMMENTS

  1. Pietro scrivi benissimo, trasmetti ogni emozione, la fatica, la disperazione e la gioia.
    E la commozione finale.
    Grazie per questo racconto, sono onorato di “conoscerti” e di conoscerti, sul serio, tra non molto :)

  2. Complimenti davvero. Hai trasmesso le tue emozioni ma sopratutto la voglia di.continuarr negli allenamenti per la mia prima mezzamaratona. Manca quasi un mese e spero di emozionarmi.come te. Grande

  3. Complimenti hai trasmesso bellissime emozioni e sopratutto mi hai dato la forza per continuare negli allenamenti per la mia prima mezza maratona. Manca ormai quasi un mese e spero di vivere anche io tali emozioni

  4. per me che correrò (spero) la mia prima maratona tra due mesi è stato proprio un racconto da brividi…
    spero di riuscire a vivermi con questa intensità la mia prossimissima avventura e di riuscire a trasmettere un simile entusiasmo e una simile passione a chi mi sta intorno.
    grazie pietro!

  5. wow, davvero bellissima, complimenti!! leggerla dà (da?) molta carica ed energia! bravo!
    da rileggere come motivazione prima della (speriamo!) mia prima maratona!

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