Di quella volta che io e Charlene conquistammo Roma

Amo l’atletica perché è poesia. Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta. (Eugenio Montale)

Tempo di lettura: 9 minuti

È la mattina del 10 Aprile 2016. Sono in piedi davanti alla linea di partenza della ventiduesima Maratona di Roma. È una giornata splendida, poche nuvole rinfrescanti e una temperatura primaverile ideale per correre. Mancano alcuni minuti all’inizio della corsa ed io sto cercando gli ultimi brandelli di concentrazione e ripassando mentalmente il piano di gara. Intorno a me ci sono altre diciassettemila persone, ciascuna con le proprie ambizioni e motivazioni, che aspettano il rumore sordo dello sparo. Alle mie spalle i quasi duemila anni del Colosseo. Io ho il pettorale numero 12782 e mi trovo nella griglia D, che partirà alla terza “onda”.

L’attesa è lunghissima, la prima e la seconda onda hanno ciascuna cinque o sei minuti di anticipo rispetto a noi, e c’è tutto il tempo perché il breve riscaldamento fatto venga quasi vanificato. Sì parte con qualche minuto di ritardo, come prevedibile. Ecco gli handbikers (ho avuto la fortuna di incontrare Alex Zanardi e scambiare due parole, una persona davvero eccezionale), poi prima e seconda onda.

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Ora tocca a noi. Lo speaker scandisce il conto alla rovescia, ci siamo:

3, 2, 1 – BANG!

Si parte. Nonostante sia riuscito a stare vicino alla linea di partenza, in un attimo mi accorgo che c’è davvero tantissima gente. Cerco di superare chi è davanti e va più piano ma è meglio non forzare ora né rischiare di farsi male, se sarà possibile il tempo perso verrà recuperato più avanti. È uno spettacolo fantastico di maglie colorate, scarpe fluo e costumi da gladiatori. Quasi tutti hanno (ancora) un sorriso luminoso stampato sulla faccia. Passiamo il Circo Massimo dopo alcuni chilometri, sono nel mezzo di un gruppo di almeno un paio di centinaia di persone e stiamo andando abbastanza tranquilli su una media di 4’25”-4’30″/Km. Facciamo ancora qualche chilometro tutti insieme, poi man mano iniziano a delinearsi i vari passi che ciascuno cercherà di tenere. Io ho in mente di stare sui 4’30″/Km fino alla mezza, e gradatamente poi cercare di accelerare. Ora che la folla si è diradata posso provare a spingere un po’ di più e vedere se mi riuscirà di prendere i pacers delle 3 ore e 30 minuti, che vorrei tenere il più a lungo possibile, visto che sono partiti con la prima onda, dieci minuti prima di me.

Charlene ha previsto che dovrei terminare la corsa, e che dovrei terminarla entro le tre ore e mezzo, ma in tutte le prove fatte sui lunghi sembra che sia possibile finire sotto le 3h20, che, non lo nascondo, è la mia personale ambizione. Ma la gara è appena iniziata ed è lunga, quindi meglio non farsi previsioni fasulle o sovrastimare le proprie capacità. Sto su un ritmo poco più lento del mio solito sulle mezze, ho preso i gel pre-gara e sembra che il loro apporto energetico si stia facendo sentire (se è solo psicologia o no non saprei). Continuo a correre senza pensare al tempo, scambio qualche parola con il ragazzo che mi sta accanto e cerco di godermi il paesaggio. Passiamo l’Isola Tiberina e un terzo di gara dopo un’ora e tre minuti circa. Perfettamente nei margini di tempo previsti da Charlene, anzi: molto meglio. Ogni passo è un tuffo in un momento storico. Correre a Roma è un’esperienza incredibile. Abbiamo finito il chilometro quindici, sono ancora abbastanza fresco ma so che è bene non abbassare la guardia, quindi prendo l’acqua al ristoro del quindicesimo chilometro, ne bevo qualche piccolo sorso e tengo con me la bottiglia per potermi rinfrescare di nuovo tra qualche minuto. Può sembrare una stupidaggine, ma anche il solo peso della bottiglietta d’acqua può essere determinante in termini di equilibro durante una corsa. Mando giù il gel all’arancia, bevo l’ultimo sorso e lascio la bottiglietta nel mentre che passiamo su via della Conciliazione e di fronte a piazza San Pietro.

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I chilometri ora sono diciotto e il gruppetto si è sfoltito parecchio, posso contare forse una cinquantina di persone raggruppate in cinque-sei metri di distanza. Ci sono un gruppo di ragazzini che danno il cinque, e mi trasmettono una carica incredibile. Li ringrazio e mi avvio al termine del 19esimo chilometro. Al passaggio della mezza maratona il tempo è promettente: un’ora, trentasei minuti e una manciata di secondi. Ciò vuol dire che per stare sotto le tre ore e venti che ho come obiettivo posso correre la mezza maratona rimanente in un’ora e quarantaquattro. Questo calcolo mi rincuora molto, sebbene sappia perfettamente che arriverò a un punto in cui i calcoli saranno l’ultima cosa a cui pensare. Passiamo un ponte intorno alla fine del ventiquattresimo chilometro, sul lato della strada vedo un bar dove ho fatto colazione molte volte in passato, e la fermata dove da ragazzino prendevo l’autobus che mi portava a Tor di Quinto (forse facevo un paio di cambi, non riesco a ricordare bene), quando seguivo il corso per Allievi Marescialli e non avevo ancora le idee ben chiare su cosa avrei voluto fare nella vita. Cerco di ricordare i nomi o i cognomi dei ragazzi che c’erano con me, ma ho un buco nella memoria e riesco a ripescarne solo un paio. Chissà, magari qualcuno di loro sta correndo questa stessa gara oggi.

Al ristoro mi sposto sulla sinistra per prendere l’acqua, e mi infortuno. Un ragazzo davanti a me si ferma di colpo dopo aver preso la bottiglietta, e per evitarlo faccio uno scarto di lato e sbatto con forza il piede sinistro sul marciapiede. Sento un dolore lancinante e temo di essermi fatto seriamente male a qualche articolazione. Ma la punta gialla della scarpa si tinge di rosso, e capisco che mi sono tagliato. Ho più di un dubbio sul fermarmi o meno. Ma tutti quelli che vedo fermi intorno a me stanno seduti, ed io temo di non riuscire a ripartire se dovessi fermarmi. Decido di rallentare, ma di continuare. I primi chilometri sono davvero dolorosi, si è spezzata l’unghia dell’alluce (lo appurerò dopo in hotel) e una parte è entrata fin dentro la carne, provocando l’emorragia e soprattutto il dolore che sento. Dopo qualche chilometro la situazione sembra migliorare, provo ad accelerare ma non è proprio fattibile. Corro cercando di poggiare la parte esterna del piede, stilisticamente faccio un po’ schifo, ma riesco a stare sotto i 4’40”.

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È il chilometro 30, manca poco meno di un terzo di gara. Inizia la parte più difficile ora. Prendo dell’acqua al ristoro  – facendo attenzione a chi ho davanti! – e dal marsupio un altro gel all’arancia, lo mando giù piano e bevo. Tengo la bottiglietta, è un peso che riesco ancora ad accettare e che non sembra sbilanciarmi. Facciamo uno zig-zag di qualche chilometro tra sampietrini e tratti asfaltati e ritorniamo a correre lungo il fiume. L’aria fresca ci sbatte contro come un vento polare, se potessi mi cambierei volentieri la maglia e i calzini, sono fradicio per il sudore. Nel nuovo gruppetto siamo forse trenta, molto meno compatti di prima, ma ogni tanto c’è qualcuno che lancia un’occhiata nelle retrovie e cerca di incitare chi ha rallentato per ricompattare il gruppo. La corsa è uno sport individuale in cui la stanchezza e la volontà sono del singolo, ma spesso le energie arrivano dall’incitamento che si ottiene nel correre in compagnia.

Guardo l’orologio, Charlene mi dice che va bene, che posso farcela a stare sotto le tre ore e venti e che non devo pensare al piede. Ecco di nuovo il ristoro, ho una sete infinita, berrei tutto il fiume che ho al lato, ma apro la bottiglietta e faccio solo un paio di piccoli sorsi e la richiudo tenendola con me. Ho passato i trentacinque chilometri e mezzo. Ogni passo che farò d’ora in avanti sarà un passo in un territorio inesplorato. Dietro di me un terreno in cui so muovermi, di cui conosco i punti forti e quelli deboli, ma davanti, davanti c’è il buio.

Il Tevere alla mia destra scorre incurante di questo fiume umano suo simile che per un giorno va alla stessa velocità della corrente. E io sono parte di questo fiume, una piccola goccia che contribuisce all’ondata di piena. Sento il mio nome arrivare dalla folla di persone ai lati della strada, provo a capire chi sia stato, c’è una ragazzina che non conosco, ma ha letto il mio nome e mi ha incitato. Mi viene quasi da piangere, la saluto con tutte le forze che ho, è un aiuto psicologico davvero importante, raddrizzo un po’ la schiena e tento di migliorare la postura. Al trentaseiesimo chilometro entriamo in piazza Navona, e mi sento come uno dei fratelli Wright il giorno in cui fecero il primo volo della storia (no, dài, i fratelli Wright magari no, però un po’ mi sento davvero come forse poteva sentirsi un pioniere). Mando giù piano l’ultimo gel e bevo di nuovo. Inizio a sentire sulle gambe la strada percorsa, il taglio nel piede e la temperatura che è salita (fa davvero caldo ora), o forse è la testa che inizia a darmi qualche segnale.

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Butto l’occhio sul polso, Charlene dice che ci mancano circa cinque chilometri e mezzo ora e che non è più un sogno proibito terminare la corsa. Mi guardo le gambe, l’avampiede poggiare sopra i sampietrini, l’ondeggiare ritmico delle braccia. Il gel fa il suo dovere, sono fisicamente a posto, sono stanco ma riesco ad andare ancora. Sto correndo come un automa, ma corro. I miei compagni di corsa sono tutti concentrati, da qualche chilometro non parliamo più, ogni respiro è importante e sono sufficienti un pollice sollevato o un sorriso accennato.

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Mancano poco più di quattro chilometri, e nella mia testa la sento parlare. “Girati a destra, ora – mi dice – vai e finisci la corsa, non ho altro da insegnarti”. L’ho sognato ovviamente, ma mi giro lo stesso. E a destra, proprio all’ingresso di via del Corso al chilometro trentotto, c’è A. che mi sorride e si sporge dalla transenna. Riesco in qualche modo a darle il cinque, non ho più scuse ora, devo terminare la gara senza se e senza ma. Giro intorno all’obelisco di piazza del Popolo con una serenità d’animo inattesa. È il trentanovesimo chilometro e mezzo. Ci sono questi ultimi chilometri da fare nel va e vieni cittadino e poi la piccola discesa col rettilineo finale, guardando in fronte il Colosseo che abbiamo lasciato qualche ora fa. La gente ci incoraggia a non mollare, è una sensazione fantastica che aiuta tantissimo a proseguire. All’ultimo ristoro l’acqua è un miracolo che salva la vita. Cerco di moderarmi e sorseggiarla piano, ma un po’ mi va di traverso e tossisco un paio di volte. Penso di fermarmi, ma sono certo che non riuscirei a rimettermi in marcia. Rallento ancora, mi riprendo un po’ e riparto fino al limite massimo che riesco a tenere col piede in queste condizioni. Non so più da dove riesca a prendere le energie, forse dalla folla intorno che fa il tifo e che ti fa venire voglia di dare il massimo, ma in qualche modo ce la faccio. Manca meno di un chilometro e mezzo, dopo la curva di piazza Venezia, sarà possibile vedere il traguardo. Sto correndo con un solo pensiero: quello di arrivare. Guardo i vari atleti che stanno mollando e rallentando e penso che sia davvero un peccato mollare proprio all’ultimo, ma li capisco, siamo tutti fradici e stanchi. Si sente qualcuno dietro dire “dai che è finita, daje”.

È l’ultimo chilometro

Per alcuni è il momento di fare lo scatto finale per provare a migliorare di qualche secondo il proprio tempo. Ci voglio provare anche io, senza badare al sangue sulla scarpa, anche se in effetti questo sarà il mio primo tempo sulla Maratona e non ho nulla da migliorare da questo punto di vista. Piazza Venezia. Facciamo la curva a gomito che porta verso via dei Fori Imperiali. Lo vedo, eccolo. Non so se crederci o meno. Il traguardo è diventato un’entità reale. Sto per terminare la gara, ho il respiro affannato e il passo pesante, e probabilmente sono sgraziato come pochi, ma ci sono.

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Sto maledicendo uno per uno i sampietrini di Roma, i monumenti che raccontano la storia di questa città meravigliosa, il ristoro del venticinquesimo chilometro, Charlene e i mesi di allenamento per arrivare ad oggi. Non riesco a capire perché diavolo mi sia cacciato in questa storia. Mancano forse cinquanta metri al traguardo, con gli altri del gruppetto ci siamo staccati e ciascuno sta terminando da solo la sua maratona. Mancano venti metri e, davanti a me, oltre la linea di arrivo, c’è una ragazza pronta a mettermi al collo la medaglia del finisher. Tra pochi secondi sarò un maratoneta. Ci sono, sto tagliando il traguardo. Poggio il piede sul tappetino e sento suonare il chip di rilevamento del tempo. Mi giro e guardo il timer. Ci ho messo 3ore16minuti56secondi. È un tempo davvero insperato, soprattutto in queste condizioni, non sono sicuro di aver letto bene e provo a riguardare, ma qualcosa deve essermi finito negli occhi e ho iniziato a lacrimare (o forse è solo la felicità). Cerco di riprendermi, controllo l’orologio e il tempo è confermato. Quasi non ci credo, ce l’ho fatta. Ho corso per quarantaduemilacentonovantacinquemetri metri. Sono al settimo cielo. Tutti questi mesi di allenamento, di sacrifici e di corse seguendo la tabella sono stati ripagati: ho avuto rispetto per la maratona, e la maratona ha rispettato me.

L’hostess dell’organizzazione mi mette la medaglia al collo. Ce l’ho fatta, mi sembra incredibile ma ce l’ho fatta davvero. Ho terminato la mia prima Maratona, ed era il mio più grande desiderio. Eppure, adesso che non è passato nemmeno un minuto dal mio arrivo, sento il peso del bronzo della medaglia ciondolare sul petto e un pensiero inizia a scavarmi in testa. Perché, adesso che ho finito di correre e ho smesso di maledire i sampietrini, i monumenti di Roma, il rifornimento del venticinquesimo chilometro e Charlene, mi accorgo che ho solo corso una maratona. E non vedo l’ora di poterlo rifare, perché forse non sono ancora un maratoneta, e lo voglio diventare. Charlene è scomparsa qualche chilometro fa, vorrei cercarla per poterla ringraziare, per dirle che è merito suo, della sua severità e della perseveranza che mi ha inculcato se ce l’ho fatta, ma la sua presenza, man mano che realizzo di aver completato la corsa, inizia a svanire come il ricordo di un sogno appena svegli. Immagino di sentirla parlare, ancora una volta, ma non riesco a capire per bene cosa dica, c’è una confusione assordante, o forse ho terminato gli zuccheri e la lucidità sta un po’ mancando. “Siamo andati bene vero? Sono stato bravo?” – le chiedo. “Siamo andati bene e sì, sei stato bravo. Ci vediamo presto.” – mi dice.

E poi sparisce del tutto, offuscata dalle lacrime che mi bagnano gli occhi.

[FINE?]

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

7 COMMENTI

  1. Grazie Pietro perchè ci hai portato un pò con te. Ho sentito tutto, la gioia di esserci, il sacrificio, il sudore, il dolore e la determinazione. Ho sentito anche quel piccolo vuoto dopo il traguardo e la nascita di un nuovo sogno. Grandissimo!!!
    Deb #crewappoggio

  2. BRAVISSIMO PIETRO! Tempo a dir poco fantastico per una prima maratona. Il mio sogno e’ di finire sotto le 3:20 lunedi prossimo a Boston e la tua esperienza mi ha dato qualche speranza in piu’ ;) E mi ha anche fatto venire una voglia pazzesca di correre la maratona di Roma, citta’ dove sono nata e cresciuta.
    COMPLIMENTONI! Riposati e goditi tutta la gloria adesso!

  3. È stata anche la mia prima Maratona, nella mia città. Una gioia indescrivibile, che ti ripaga di tutti i sacrifici fatti e dei mesi di duro allenamento. Adesso possiamo dirlo, con le gambe ancora doloranti, siamo maratoneti!

  4. Ciao Pietro,
    ho letto il tuo articolo tutto d’un fiato.
    Sei riuscito a trasmettere così bene le sensazioni, il clima, i pensieri, le paure, le cose che ti passavano davanti agli occhi e dentro la testa che mi è sembrato di essere stato lì con te.
    Non riesco a farti un complimento più grande;)
    Ah…e poi la prestazione si commenta da sola…
    GRANDISSIMO PIETRO!!!!!

  5. Ciao Pietro…leggendo il tuo articolo, è stato come correre di nuovo la maratona di domenica. Mi sono commosso, perchè ho sentito le tue sensazioni come se le stessi vivendo. Anche per me è stata la prima volta, è stata una sfida che ho lanciato a me stesso l’anno scorso, dopo aver combattuto e sconfitto un tumore. Ti faccio i complimenti per la tua prestazione, e mi rimetto al lavoro per migliorare la mia 4h 30′ 10″ …un abbraccio Patrizio pettorale 14637.

  6. troppo forte pietro, emozionante, mi hai ricordato quando diversi anni fa la feci con mio padre, quella amatoriale ovviamente! grande!

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