Di quella volta che io e Charlene ci fermammo per il tramonto

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Quando corsi la mia prima mezza maratona, in mezzo ai ghiacci norvegesi, ricordo perfettamente che dissi ad uno dei ragazzi nello spogliatoio “non voglio sentir parlare di correre per almeno una settimana”, e lui rise come se avessi detto la cosa più divertente al mondo. E invece il giorno successivo ero di nuovo per strada a fare i miei undici chilometri giornalieri. La maratona, come obiettivo da raggiungere, non è che una scusa. La cosa importante non è se la correrò mai. Ciò che conta è che continuo ad allenarmi, perché voglio essere pronto.

Sono circa le otto e trenta di un martedì sera di metà agosto e io sto percorrendo gli ultimi chilometri dell’allenamento che Charlene ha previsto per oggi, una mezza maratona a passo leggermente più svelto di quello che dovrei tenere durante la gara di Oslo. Il sole estivo di oggi ha picchiato con forza e, nonostante si sia rannuvolato da poco prima che iniziassi la mia corsa e l’ombra abbia concesso un po’ di refrigerio, è come se si corresse con un giubbino addosso. Il percorso che rimane da fare prima di arrivare a casa è quasi tutto rettilineo, con poche curve appena accennate e la salita spezzagambe che da Platamona arriva a Porto Torres, terminando al piazzale della piccola chiesa di Balai Lontano. Intorno al decimo chilometro, poco prima del giro di boa di metà percorso, ho realizzato che mancano ormai trenta giorni al 17 settembre ed allo sparo di inizio della Maratona di Oslo, e da quel momento il mio unico pensiero per tutta la corsa è stato quello.

Da bravo programmatore seriale una volta rientrato a casa – mi dico – dovrò iniziare a controllare e studiare per bene il percorso della gara, che ho già guardato più volte ma che non ho approfondito per bene, e cercare di capire quali saranno i punti in cui potrei avere più difficoltà. I ricordi legati alle vie della capitale Norvegese iniziano a sfumare, e non vorrei ritrovarmi ad aver sottovalutato alcuni passaggi. Nelle scorse settimane ho avuto modo di mettere sulle gambe (ma soprattutto dentro la testa, che è la cosa più difficile e forse importante) un paio di lunghi da trenta chilometri e svariati allenamenti oltre i venti, e domenica prossima dovrei correre l’ultimo dei lunghissimi (da trentacinque chilometri), cominciando poi a scalare man mano che i giorni verso lo sparo diventeranno sempre meno. Mi sono convinto, già dalla prima volta che ne ho corso trenta, che il traguardo sia effettivamente raggiungibile in tre ore e quindici, e che la valutazione fatta a maggio durante la pianificazione degli allenamenti non sia stata dettata da uno slancio di ottimismo o peggio da una errata valutazione delle mie reali capacità. Certo, c’è sempre la possibilità che le cose non vadano come si prevede, ma questo lo potrò sapere soltanto al traguardo. Al momento so che mi sto allenando nel modo corretto, seguendo gli allenamenti previsti in tabella e rispettandone i tempi, e anche se non sto esattamente facendo il bravo dal punto di vista alimentare (ma ho qualche settimana di ferie ed è estate, è troppo facile e forse è anche fisiologico sgarrare un po’) dovrei rimettermi in carreggiata senza troppi problemi e riuscire ad arrivare alla partenza in buone condizioni atletiche. Inoltre, una cosa che mi ha rincuorato molto in queste settimane, è che non sono capitati mai allenamenti che sono risultati noiosi, il che è sicuramente un fatto positivo. Anche nelle corse più lunghe, infatti, e anche quando è successo di fare alcuni allenamenti pesanti ravvicinati, non è mai capitato di tornare a casa pensando che “forse oggi non era il caso di correre”.

Come da tradizione il giorno dopo ferragosto sulla spiaggia di Platamona c’è lo spettacolo dei fuochi d’artificio, e la via che percorro per rientrare verso casa è piena di auto parcheggiate in maniera un po’ selvaggia (lasciando poco spazio ai pedoni che devono quindi andare sulla strada), di persone che non badano granché a dove stanno camminando e di camioncini che preparano streetfood, in prevalenza panini imbottiti e patatine fritte. Ho percorso tutto il sedicesimo chilometro cercando di scansare la gente e di non cedere al richiamo di questi odori che mi dicevano di fermarmi ed assaggiare qualcosa. Se posso resistere a questo, cosa vuoi che siano i quarantaduemilacentonovantacinque metri della maratona? – mi dico scherzosamente. Me lo ripeto un paio di volte – alcuni camioncini fanno arrivare dei profumi davvero niente male – mentre guardo le facce stupite delle persone, meravigliate dalla presenza di un matto vestito di giallo che corre a zig zag in mezzo alla gente. Charlene fa suonare l’orologio e mi fa notare che correre in mezzo alla folla mi ha fatto perdere il ritmo stabilito e andare sopra la media, e ora che sono finalmente fuori da quel groviglio di persone ed odori devo cercare di accelerare un po’, tanto più che il sole sta per tramontare e a breve farà buio, meglio non correre rischi visto che non ho portato la luce frontale.

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C’è una salitina leggera che fa una curva e poi si va in linea retta verso la città. All’orizzonte le nuvole si sono diradate e il sole si è appena appoggiato alla riga del mare, colorando una linea di cielo di un rosso acceso. È uno di quegli spettacoli per cui vale la pena allacciare le scarpe e correre senza pensare a null’altro se non a mettere un passo dopo l’altro. Raggiungo un punto della strada in cui c’è un ingresso laterale e si può andare verso la spiaggia, metto in pausa il tempo e mi fermo per scattare una foto, godendomi gli ultimi raggi di sole che si riflettono sul mare e attraversano le nuvole. Ricaricato da questo spettacolo riparto cercando di mantenere il ritmo previsto, e mi ritrovo a pensare ai cieli norvegesi e alla neve su cui tante volte ho avuto la fortuna di correre in passato. Quasi sicuramente, nonostante le temperature saranno certamente più fredde di quelle che ci sono ora qui in Sardegna, la neve non la ritroverò, ma spero di poter ammirare qualche bel tramonto e qualche bella alba nei miei giorni di permanenza pre-gara.

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Mancano pochi chilometri, dicevo, e bevo dal camel bag un ultimo sorso d’acqua prima di affrontare la salita spezzagambe. Mi vengono incontro due ragazzi concentratissimi che gesticolano animatamente mimando qualcosa (credo stiano facendo le ripetute in salita) che stanno terminando il tratto in discesa, ci siamo incontrati tante volte su questo percorso e anche se non ci conosciamo in maniera ufficiale ormai è consuetudine salutarci con un cenno della mano e un “ciao” al volo. Io rispondo al loro saluto e continuo la mia corsa in solitaria, fino ad arrivare alla cima della collinetta su cui sorge la chiesa di Balai Lontano e da cui si possono vedere una buona parte del golfo dell’Asinara e un bel tratto della città. Anche qui è pieno di auto parcheggiate e devo fare un po’ di slalom tra le persone che si sono assiepate nel piazzale della chiesa per vedere i fuochi d’artificio che dovrebbero iniziare quando farà buio. Appena dopo c’è un tratto in leggera discesa che mi porta fino a casa, ci sono da fare ancora mezzo chilometro circa sulla ciclabile e un altro paio di chilometri sull’asfalto. Guardo l’orologio, sono di nuovo nella media prevista da Charlene e sto molto bene, nonostante il caldo umido e il sudore che gronda dalla maglia e dal pantaloncino e che mi ha inzuppato le calze. Il bip che indica il termine dell’allenamento mi dice che anche per oggi ho fatto il mio dovere, e che mi posso fermare. Corro ancora per qualche centinaio di metri cercando di sciogliere un po’ i muscoli, faccio qualche esercizio di stretching, apro la porta di casa e accendo la luce. Non c’è nessuno, sono andati a vedere i fuochi, ma la tavola è imbandita e c’è una cena pronta.

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Mi accorgo una volta di più di quanto sia fortunato da questo punto di vista, e che preparare una maratona, sebbene sia una cosa che impegna fisicamente una sola persona, è uno sforzo che coinvolge anche e forse soprattutto le persone che ci stanno accanto, e che hanno la pazienza di adeguarsi ai nostri impegni di allenamento e ci aspettano per pranzo o ci fanno trovare una cena pronta al ritorno. Ci si rende conto, grazie ad una cena semplicissima pronta sulla tavola, che si può correre per migliaia di chilometri durante i mesi precedenti la gara, ma senza il sostegno di chi ci vuole bene in realtà di strada se ne farebbe proprio poca. Faccio una doccia veloce, massaggiando e sparando col soffione della doccia un po’ d’acqua fredda sulle gambe e sulla caviglia sinistra che di tanto in tanto scricchiola e mi ricorda che non sono più un ragazzino. Mi siedo a tavola e mando giù qualche boccone. Il telefono squilla, è un messaggio di A. che mi chiede come sia andata stasera.
Charlene, che sta guardando le Olimpiadi, si gira un attimo e sorride.
[CONTINUA…]

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