Di quella volta che io divenni Charlene

La corsa è uno sport solitario ma, se corri in due, ecco cosa succede.

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Sono le 23:21 di domenica 9 Ottobre 2016, e sto guardando le Lunarglide nere impolverate con cui ho corso oggi la DJ10. Quando diverse settimane fa Sandro mi mandò il messaggio in codice “Tieniti libero per il week-end del 9 ottobre” capii subito che qualcosa di grosso bolliva in pentola. Non potevo sapere che si trattava in realtà di qualcosa di realmente incredibile: RunLovers, in collaborazione con Nike, avrebbe messo a disposizione di sei fortunati runner altrettanti pacer, e io sarei stato tra quei pacer. Lusingato e – diciamola tutta – gasatissimo per il fatto di poter andare a Milano, conoscere personalmente tanti altri ragazzi e ragazze del RunLovers Club (vabbè, devo chiederti se sei iscritto o no? Su, fai il bravo, iscriviti!) e correre la DJ10, risposi subito che lo avrei fatto molto più che volentieri. E così, un mese fa, mi viene comunicato che avrei dovuto accompagnare Francesco (un runner di Roma) per cercare di portarlo a migliorare il suo tempo sui dieci chilometri. Sarei dovuto diventare la Charlene di Francesco, o giù di lì, visto che non sono né donna né biondo (vabbè, per questo potrei tingere i capelli, lo so). Iniziamo quindi una fitta corrispondenza, da runner della domenica a runner della domenica, e subito capiamo che c’è innanzitutto una cosa che vogliamo fare: DIVERTIRCI.

Francesco ha il tempo nelle gambe, ma ancora non lo ha messo nella testa. Gli consiglio qualche ripetuta da inserire tra gli allenamenti, qualche medio in progressione e di non star troppo a sbattersi o a farsi tanti problemi se un giorno va meno bene di quanto sperava. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. A una settimana dalla corsa abbiamo già chiaro che, se tutto va bene e riusciamo a non impantanarci nel traffico, stiamo sotto il suo record senza troppi problemi. Ma non voglio che si gasi troppo, e cerco quindi di fare un po’ di terrorismo psicologico sul meteo, la calca e il pavé insidioso di alcuni tratti (sono malefico, lo so).

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La sera prima della gara corriamo per la prima volta insieme con i ragazzi del NRC Milano. Francesco corre benissimo, postura perfetta, appoggio di avampiede, braccia che vanno in sincrono. Ora sono sicuro che ha nelle gambe il tempo, dobbiamo solo tirarlo fuori. Insieme.

Alle 9:30 di domenica 9 Ottobre siamo di fronte alla linea di partenza, in nona o decima fila. Ci hanno sistemato tra quelli della prima onda che avranno il grandissimo vantaggio di partire avanti, e che eviteranno quindi la calca. È una cosa ottima, ma cerco comunque di tenere il morale sul fiducioso-ma-non-esaltato. Dieci chilometri sono tanti e può succedere di tutto. Qualche minuto prima, tutti noi pacer e runner di RunLovers, (oltre a Francesco e me ci sono le coppie Giacomo-Beppe, Micol-Chiara, Betty-Paola, Anne-Katia e Fabiola-Eleonora) insieme a Sandro e Martino, abbiamo fatto una piccola sorpresa a Francesco: è il suo compleanno e gli abbiamo preso una tortina con una candelina. Il trio medusa viene avvisato del fatto e di fronte a poche intimi (siamo solo 30500 in fondo) gli fa gli auguri in diretta.

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Ridiamo molto, cantiamo e scarichiamo la tensione. Ma il conto alla rovescia non perdona. Allo sparo partiamo, stiamo sulla sinistra per i primi centocinquanta metri, facciamo la prima curva a gomito e ci troviamo quasi davanti al gruppo. Stiamo tirando troppo e non erano questi i piani. Ma mento spudoratamente e gli dico che stiamo andando bene. Superiamo un bel po’ di altri runner e ci ritagliamo un nostro spazio sull’asfalto che ogni tanto lascia il posto al pavé o ai sampietrini.

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Francesco è attentissimo. Un occhio per la strada e uno davanti a sé. È sciolto, poggia leggero e parla senza problemi. In effetti stiamo correndo solo da dieci minuti e forse è ancora presto per capire se può reggere bene per tutta la corsa. Cerco di tenerlo attento e di capire se stiamo spingendo troppo, sembra tranquillo (lo è davvero in realtà) e stiamo andando spediti. Siamo ben sotto il nostro tempo pensato un mese fa. Al quinto chilometro arriviamo verso il rifornimento, mi stacco e gli lascio venti o trenta metri e gli intimo di restare in corsia, prendo da bere per entrambi e mi riallaccio. Ha tenuto il passo alla perfezione. Beviamo, ci bagniamo la testa (io almeno) e continuiamo la nostra corsa. Un ragazzo (Giacomo, che ci farà compagnia e arriverà poco dopo noi – ciao, sei stato grandissimo!) ci chiede in che tempo vogliamo terminare. Quarantanove – gli faccio – forse qualcosa in meno.

Continuo a mentire spudoratamente, perché stiamo andando a un passo per cui dovremmo arrivare in quarantasette minuti senza problemi. Chiedo venti volte (o più) a Francesco di dirmi subito se è stanco o vuole rallentare, ma è una macchina ormai. Incrociamo dei ragazzi olandesi, scambiano qualche parola in inglese, uno di loro lo carica tantissimo e vedo Francesco che dalla mia destra scarta leggermente e mi lascia qualche metro. A France’ – gli urlo nel mio fintissimo accento romanesco – fly down! Ormai siamo entrati nel mood giusto, e Francesco ci sta (più che giustamente) credendo.

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Superiamo il settimo chilometro, manca davvero poco ormai, ed è ora di tirar fuori le carte buone. Mi assicuro con Francesco che le abbia in mano, perché tra poco si dovranno mettere sul banco e andare a vincere. Ci accordiamo per tirarle fuori a circa un chilometro e mezzo dal traguardo, dove inizieremo a “tagliare via” cinque secondi per chilometro ogni cento o centocinquanta metri, in modo da finire in volata. Sto continuando a mentire spudoratamente, perché tanto il passo lo sto facendo io e sto accelerando tagliando di volta in volta dieci secondi e non cinque. Ma Francesco non lo sa e ne ha, ne ha ancora molto, e appena vediamo il traguardo è lui che accelera.

Stiamo correndo come dei keniani ora (dai, credici, non fare subito “eh sì, come no”). Lo speaker lo riconosce, è il “Francesco di Roma che compie gli anni”. Ci mancano cento metri, gli dico di andare avanti qualche metro e prendersi la sua piccola grande vittoria ma mi dice che no, che finiamo insieme. Tagliamo il traguardo a braccia alzate, oltre cinque minuti sotto il suo precedente record, un risultato che forse non avremmo nemmeno potuto sognare un mese fa.

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Lo speaker lo intervista, gli fa nuovamente gli auguri, gli cantiamo per l’ennesima volta la canzoncina. Facciamo un sacco di foto, ridiamo, ci abbracciamo. Aspettiamo gli altri pacer e runner di RunLovers, tanti altri del Club (ti ho già chiesto se sei iscritto, sì?) e continuiamo a far festa. È una festa incredibile. Perché questo è correre. Festeggiare la vita.

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Una ragazza che passa perde dal sacchetto arancione una scatolina circolare. La raccolgo, è uno specchietto di quelli portatili. Lo apro, nel riflesso una ragazza bionda mi guarda sorridendo, e sembra parli.

Non riesco a capire bene, poi riesco a leggere meglio il labiale:
“You are a pacer. We are RunLovers.”

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

7 COMMENTI

  1. Anch’io avrei bisogno di migliorare il mio tempo sui 10k, questo servizio pacer è disponibile su prenotazione? :)

  2. chissà che soddisfazione per entrambi!!! grandissimi ragazzi!!

    ps: anche io festeggiavo gli anni domenica, e mentre ero li alla dj10 difatti gli auguri del Trio li ho ben sentiti e me li sono un po’ autodedicati silenziosamente!

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