Di quella volta che incontrai Charlene a Venezia

Da quando sono rientrato dalla Maratona di Oslo, ormai due mesi fa, ogni giorno vado a correre senza pensare ai chilometri da fare o al passo da tenere. È un correre molto bello, il correre libero come piace a me, assaporando la strada e i posti in cui ho la fortuna di stare in quel momento. Mi è sempre piaciuto tantissimo correre senza una meta e senza un obiettivo. Cerco, quando è possibile, di correre almeno undici chilometri per volta. È la mia distanza “standard”, la distanza che avevo messo a punto quando vivevo in Norvegia e che mi consente di arrivare a terminare l’allenamento abbastanza tranquillo anche quelle volte in cui rientro particolarmente stanco, e in un tempo che riesco a ritagliare più o meno ogni giorno senza troppi problemi. Ovviamente capita di non poter correre per i tre quarti d’ora – cinquanta minuti canonici, per cui a volte faccio un po’ meno strada o rimando l’allenamento, ma se posso cerco sempre di farli, quegli undici chilometri. Erano la distanza, andata/ritorno, tra il palazzo dove abitavo ad Ås e la fine della strada (e del paese) sul lato nord, di fronte ad una casa di legno rosso che è stata il segnale di giro di boa di tante mie corse sulla neve. Per diversi mesi dal mio rientro continuavo ad associare le varie distanze ai punti in cui mi sarei trovato se fossi stato sulla Drøbakveien o sulla Brekkeveien. Pian piano, col passare del tempo, i ricordi hanno iniziato a sfumare e anche nei sogni è capitato sempre più di rado di rivedere quelle strade, fino a che non ci sono tornato per correre la Maratona di Oslo lo scorso 17 settembre, e ogni metro è tornato a materializzarsi nella mia mente come se fosse un punto da percorrere della ciclabile nera di Ås. D’un tratto, le curve da affrontare piano se c’era la neve, il percorso sotto gli alberi all’inizio della strada del lago e la vecchia quercia da cui partiva la discesa dello sci di fondo mi sono tornate davanti agli occhi, e ho corso (o ho immaginato di farlo) nuovamente in quei posti incantati. Perché correre – ne sono convinto da tempo – è anche questo: esplorare luoghi sconosciuti da poter portare nel cuore una volta che saremo andati via. Dopo la Maratona di Oslo, dicevo, ho corso senza obiettivi, se non quello di correre con Francesco alla DJ10 ed aiutarlo ad ottenere il suo miglior tempo. Ho corso da solo e in compagnia, molte volte con A. e Michele, ed è sempre stato molto bello fare una sgambata con loro, senza preoccuparci di quanta strada fare o a che velocità. È capitato di correre due volte in una sola giornata, o di saltare un giorno. Ho adocchiato diverse mezze maratone più o meno vicine a casa (non ce ne sono tantissime in Sardegna, in realtà), ma non ho messo su per nessuna di esse un piano di allenamento vero e proprio. Ho corso quella di Ozieri e sono riuscito a restare sotto l’ora e trenta che è il mio tempo medio per la mezza, e questo mi ha un po’ tranquillizzato sul mio stato di forma. Non sono sicuramente al top ma a quanto pare sono ancora in discrete condizioni, almeno secondo quanto dicono il cronometro e le sensazioni generali del dopo corsa. Quasi sicuramente ne correrò almeno altre due o tre, anche soltanto per fare una corsa in compagnia e mantenere allenata e nella giusta ottica la testa. Insomma, ho ripreso ad andare come facevo prima dello scorso dicembre, quando decisi di preparare la Maratona di Roma che avrei corso il 10 Aprile 2016. Sono tornato ad essere “un cane sciolto” della corsa a piedi. Quando torno a casa la sera (sto correndo prevalentemente la sera al rientro da lavoro, fine settimana esclusi) e metto su le scarpe, dopo i primi passi in cui i quadricipiti mi chiedono perché diamine, anche oggi, stiamo iniziando a correre verso la salita e non verso la discesa, le endorfine che fanno il loro dovere mi staccano già dopo poche centinaia di metri dal mondo circostante, e mi dimentico ben presto il motivo per cui ero magari preoccupato fino a qualche minuto prima. Correre sa regalare una sensazione di libertà che poche altre cose riescono a dare, ed anche questo mi rende tanto cara quell’ora scarsa al giorno in cui sono solo con il mio corpo a consumare le scarpe sopra l’asfalto. Eppure capita, di tanto in tanto, magari proprio quando corro in riva al mare di casa che mi regala dei tramonti incredibili, di sentire una nostalgia inattesa. È una nostalgia senza senso, la nostalgia ad una dedizione e ad un voto di fiducia e abnegazione. La nostalgia verso gli allenamenti previsti da una tabella di corsa. Come un masochista che prova compiacimento nella propria sofferenza sento la mancanza degli allenamenti da controllare sull’orologio, delle ripetute del martedì sera e delle sveglie quando ancora l’alba è lontana per fare i lunghissimi della domenica.

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Perché, è inutile nasconderlo, ho in testa soltanto una distanza ormai. Ogni volta che mi viene in mente di preparare una gara, penso solo alla maratona. Mi ritrovo a guardare i calendari podistici, sia quelli nazionali che quelli internazionali, e sogno posti da visitare e viaggi da fare. Qualunque posto in cui si corra per quarantaduemilacentonovantacinque metri potrebbe andare bene. È quasi una malattia, e non sai nemmeno tu il perché. O forse sì.  Perché la Maratona non è una corsa come le altre. Scava nel profondo del tuo animo e ti obbliga a pensare a qualcosa, ad utilizzare le capacità residue che il tuo cervello ancora ha per distoglierti dalla fatica e permettere al tuo corpo di continuare a fare uno sforzo che, almeno dal punto di vista della logica, non ha molto senso. È una seduta dallo psicologo in cui il lettino è fatto di quei quarantaduemilacentonovantacinque metri di asfalto, sudore e pugni chiusi, in cui diventi contemporaneamente il medico ed il paziente, e le domande le fai tu stesso. Se sei molto fortunato, in quelle tre ore e un quarto di corsa (o due e mezzo o cinque, il tempo ha davvero poca importanza in una Maratona), trovi anche qualche risposta. La Maratona ci insegna come si dovrebbe vivere, ci insegna ad impegnarci e cercare di fare del nostro meglio per raggiungere gli obiettivi che ci si era prefissati. Ci insegna a gioire qualunque sia il risultato che otterremo, perché al traguardo avremo comunque imparato qualcosa.

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Ne ho corso due. Sono arrivato stanco e felicissimo in entrambe, ma poco dopo il traguardo della Maratona di Oslo, la mia seconda Maratona, ho pensato di essere andato troppo oltre le mie capacità, e per diversi giorni ero convinto di non voler più correre la distanza regina. Troppo, decisamente troppo stanco all’arrivo per poter pensare di rifarlo. In realtà, come capita quasi sempre per le cose per cui si soffre ma che danno una soddisfazione immensa, i bei ricordi prendono il sopravvento sulle cose meno belle, e si cambia parere. A. me lo disse subito, quando per la prima volta pronunciai “basta maratone, non fanno per me, sono troppo stanco”, che era solo una crisi momentanea e che ci sarei cascato di nuovo. Ed infatti, dopo qualche giorno, anche qualche settimana magari, riguardi le foto all’arrivo, la medaglia tra le mani e la faccia sconvolta e felice allo stesso tempo, e pensi che sia valsa la pena, e che ti piacerebbe nuovamente piangere tagliando il traguardo di una Maratona. Non sono sicuramente pronto e non posso pensare di correrne una tra un mese (sarei uno sciocco se mi convincessi del contrario), probabilmente non ho ancora le condizioni mentali necessarie ad affrontarla, ma so che il 2017 si avvicina e potrebbe essere l’anno buono per una nuova sfida, e allora prima o poi chiamerò Charlene e le chiederò di tornare da me. Siamo stati una bella squadra – o almeno credo – e spero abbia ancora voglia di farmi compagnia per qualche mese in futuro.

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Credo di averla intravista a Venezia, qualche giorno dopo il rientro dalla Norvegia. Aspettavo di ritirare l’auto a noleggio e partire per lavoro, e avendo una mattina libera con i colleghi abbiamo fatto un giro nella città lagunare. Lei (o la donna che le somigliava) scattava qualche foto alle gondole che si districavano nel traffico di un canale dalla sommità di uno dei tanti ponti veneziani. Una delle tante Tourists in Venice, forse pronta a comprare un magnete ricordo in un negozio di souvenir. Aveva una coda simile a quella del giorno della gara. Anche io avevo una macchina fotografica al collo, e non ho resistito al desiderio di farle una foto. Ho premuto il pulsante della macchina e ho attraversato il ponte, chiamandola. Non si è girata, e fino all’ultimo ho temuto che non comparisse tra le foto scattate, e che sparisse come è sempre capitato dopo una corsa fatta insieme.

Invece, per questa volta, non è successo. Cosa ci facesse a Venezia, però, non lo so proprio.

“Lo sai bene, Pietro. See you.”

[CONTINUA]

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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