Di quella volta che Charlene mi disse: “in bocca al lupo!”

Adesso mi sono messo in testa che forse posso correre per 42.195 metri. È una distanza considerevole, e se dovessi decidere di essere pronto per partire, mi piacerebbe chiuderla in meno di quattro ore. Ma anche quattro e mezzo andrebbero bene, ovviamente. Ogni tanto penso che sarebbe la corsa "definitiva". In realtà quello di cui mi sono reso conto, mettendo un paletto più in là ogni volta, è che come ogni altro essere umano punto ad un limite da superare non perché voglia davvero superarlo, ma perché se si segue un obiettivo, se si persevera e si fa del proprio meglio per raggiungerlo, si vive molto più serenamente.

Tempo di lettura: 5 minutiQuesta riflessione, ripescata dagli appunti di ormai quasi un anno fa, mi suona in testa mentre sto percorrendo la statale 195 da Chia in direzione Pula. È una domenica mattina di metà marzo e Charlene, la mia tabella per la preparazione della Maratona di Roma, prevede per oggi 35 chilometri tra i 4’40” e i 4’50″/Km. Ho già percorso circa diciotto chilometri, è una giornata bellissima e la temperatura è da primavera inoltrata, anche se tecnicamente siamo ancora in inverno.

Sto correndo sul limite inferiore della media, ieri ho riposato e sento reagire bene le gambe ma non voglio forzare troppo e rischiare di terminare in difficoltà. Ho imparato la lezione degli scorsi lunghi, e ho deciso di seguire i consigli di Sandro che mi ha suggerito di prendere dei gel e integratori appositi. Non avevo mai utilizzato un gel prima o durante una corsa, e temo che abbia effetti collaterali indesiderati. Ne ho acquistato uno all’arancia da prendere un’ora prima di iniziare, ho riempito lo zainetto, fatto un pochino di riscaldamento e sono partito. Ho portato con me abbastanza caramelle alla frutta da poter sfamare uno stuolo di runner, meglio essere previdenti. Ora sono al diciottesimo chilometro, dicevo, e mi sento ancora decisamente bene. Correre in una giornata come questa per così tanti chilometri è uno dei grandi piaceri della vita. In questa zona durante l’estate c’è molto traffico, ma in questo periodo sono pochissime le macchine che si vedono passare e si può stare sul bordo della strada con tranquillità. Ad ogni modo preferisco fare meno chilometri possibile fuori da zone pedonali e quindi, intorno al quindicesimo chilometro, ho fatto dietrofront e mi sono rimesso in marcia verso il paesino che mi ospita per il weekend.

Il percorso è più o meno in piano, a parte alcune piccole salite non troppo impegnative, che comunque dopo aver messo qualche chilometro sulle gambe iniziano a farsi sentire. Mancano un paio di migliaia di metri e rientrerò nel territorio comunale e vicino al campo sportivo, dove ho avuto modo di allenarmi qualche volta, mi aspetta A., che mi farà da supporto psicologico e logistico per gli ultimi dieci chilometri seguendomi e affiancandomi in bicicletta. Quando ci incontriamo io sto per terminare il ventiquattresimo chilometro e la mia media è di 4’42″/Km. Mi chiede se il gel abbia funzionato, e come sono le mie condizioni generali. La rassicuro e partiamo verso la splendida baia di Nora.

Inizia ad esserci caldo e sono completamente bagnato per il sudore. Bevo un sorso d’acqua, scarto una caramellina (quante ne avrò già mangiate? Cinque? Sei? Dovrei tenere il conto per regolarmi in gara, ma non ci ho pensato da subito) e spingo un po’ per recuperare il passo perduto. Al giro di boa della baia cerco di mettere insieme un percorso che mi consenta di fare gli 8 chilometri che mancano senza dover nuovamente uscire dal paese. C’è una pista ciclabile che fa un anello di circa tre chilometri, ci ho corso svariate volte, potrei fare un paio di giri in quella e vedere poi se è il caso di terminare con un po’ di zig zag nelle vie cittadine fino ad arrivare ai 35.

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A. mi segue con la bici, il giro va bene anche secondo lei e quindi ci spostiamo verso l’anello. Ci siamo, l’orologio suona dicendomi che ho superato il ventottesimo chilometro. La volta scorsa, a questa distanza, stavo soffrendo molto e avevo quasi deciso di fermarmi. Sono sempre stato piuttosto scettico su gel e altro, ma inizio a ricredermi. Sono stanco, certo, ma non di quella stanchezza che mi ha messo in difficoltà una settimana fa. Bevo un sorso d’acqua, continuo ad andare al passo previsto e ogni tanto faccio un cenno con la mano o un sorriso ad A., che forse sta pensando (come darle torto?) che sono davvero un matto a voler correre per così tanto tempo e così tanti chilometri.

L’orologio suona ancora. Ho passato i trenta chilometri col tempo di 2 ore e 18, sono pienamente dentro la media prevista da Charlene e le gambe e la testa ci sono ancora. È il trentaquattresimo chilometro, secondo la tabella in questi ultimi km dovrei tirare un po’ di più rispetto al ritmo medio, ma l’energia ora sta terminando per davvero: sento i piedi indolenziti e ogni passo sulla strada è un po’ fastidioso. Ottimisticamente avevo fatto circa mezzo giro in più nell’anello della ciclabile e mancano ancora un paio di chilometri per arrivare a casa. Supero il trentacinquesimo, corricchio rallentando il passo fino ad arrivare a trentacinque e mezzo e mi fermo.

È fatta. Ho corso per la distanza più lunga della mia vita, ho rispettato la media e non è andata male dal punto di vista energetico. Ma per arrivare ai quarantaduemilacentonovantacinque metri della maratona mancano ancora quasi sette chilometri, e questo dolore ai piedi non mi piace per nulla. Durante la passeggiatina verso casa cerco di sciogliere i muscoli e rivedo mentalmente i punti in cui ho bevuto e mangiato una caramella. Più o meno una volta ogni cinque chilometri, che è la stessa distanza in cui in gara ci saranno i ristori. Mi convinco che non è per niente male, e che in gara senza il peso dello zainetto con l’acqua può andare anche meglio. Una volta a casa scopro che mi si sono formate alcune vesciche tra le dita dei piedi, ed è per questo che sentivo male nell’ultimo tratto. Da un certo punto di vista sono sollevato, basterà curarle un po’ e per la gara mettere preventivamente dei cerotti. Nel pomeriggio ho ancora qualche dolorino, ma riesco a camminare senza troppi problemi e dopo che i muscoli si scaldano la gente smette di guardarmi come se mi avessero appena investito. Provo ad immaginare il giorno successivo alla corsa – se riuscirò a completarla ovviamente – e le condizioni in cui tornerò a casa e al lavoro. Penso che sarebbe stato meglio prendere un altro gel, di quelli che si possono utilizzare nel mentre di uno sforzo fisico prolungato. Per la gara devo ricordarmi di portane qualcuno, le sole caramelle alla frutta forse non sono sufficienti.


 

È il martedì successivo al lunghissimo, i trentacinque chilometri di domenica sono ormai stati ben assimilati e il lunedì di riposo è stato fondamentale per riprendermi al meglio. Esco per fare un allenamento di scarico di una decina di chilometri, è praticamente già notte e la temperatura è fresca e piacevole. Dopo qualche chilometro fatto a rilento per scaldarmi un po’ provo un paio di allunghi brevi per testare le gambe. Va tutto bene e decido di non forzare e proseguire nel percorso al passo tranquillo suggerito da Charlene.

Da qui al termine della preparazione mancano meno di quattro settimane, nelle prossime domeniche ho da fare ancora un paio di lunghi da circa venticinque chilometri e poi, nella prima settimana di aprile, scaricherò mano a mano in vista del giorno della gara.

Le ultime settimane di marzo vanno via veloci, e nei due lunghi domenicali da venticinque faccio una prova con i gel da usare durante la maratona. I test sembrano positivi, completo entrambe le volte la corsa al ritmo previsto e senza alcun problema, anche se in effetti su questa distanza non avevo mai sofferto troppo la stanchezza. Comincia il conto alla rovescia, mancano sempre meno giorni allo sparo della partenza e inizio a fare un resoconto di questi mesi di allenamento.

Nella testa iniziano a frullare domande e dubbi. Forse, no anzi, sicuramente, non sono nello stato di forma migliore. Probabilmente avrei dovuto curare meglio tutta la parte dell’alimentazione, perdere magari un chiletto o due, o comunque raffinare il fisico mettendo su più muscolo. Ma avrei dovuto fare un altro tipo di preparazione e saltare la tabella. Mi convinco (ci provo almeno) che sia arrivato sin qui senza sgarrare, sono riuscito a portare avanti gli allenamenti previsti e anche se non sempre è andata come mi aspettavo in fondo penso che, per essere la prima volta in cui ho sottostato alla volontà di una tabella, non sono andato male. Devo solo fare nel modo migliore possibile lo scarico di questa settimana, mangiare e dormire bene e poi godermi la corsa tiberina. La cosa più semplice del mondo, no?

Charlene sorride, mi mostra gli allenamenti che dovrò fare in questi ultimi sette giorni e sottovoce mi dice: “in bocca al lupo!”

[CONTINUA…]

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