Di quella volta che Charlene mi disse: “Cosa vuoi che siano trenta chilometri?”

Il primo lungo in preparazione a una maratona non si scorda mai. Tantomeno quando hai una tabella rigorosa che ti aspetta al varco.

È un sabato pomeriggio di fine febbraio, sono rientrato a casa in paese a trovare i miei per il weekend e ne ho approfittato, come faccio di solito, per poter correre verso la Pineta di Platamona e respirare un po’ d’aria fresca. La temperatura è quella ideale per una corsa, e ho davvero voglia di uscire. È stata una settimana piuttosto pesante e non vedo l’ora di potermi scaricare un po’.

Per oggi Charlene prevede una corsa intervallata a passo svelto, con degli scatti ogni tanto. Uno di quegli allenamenti che mi piacciono molto. Faccio qualche minuto di riscaldamento e parto tenendo il ritmo stabilito. Mentre mi dirigo verso la strada sterrata del bosco, inizio a pensare a domani, e ai trenta chilometri che mi aspettano. Ho già corso per questa distanza, in modo un po’ incosciente a dir la verità, ma nella prima occasione mi sono fermato parecchie volte per bere, sistemare le scarpe o per fare un po’ di stretching. La prova di domani sarà un po’ una prova del nove, e ho più di un pensiero a riguardo. L’orologio inizia a scandire il conto alla rovescia per il primo degli scatti da fare, sono appena entrato nel sentiero della pineta e ci sono un po’ di curve, fatico a tenere il passo previsto ma riesco a restare nella media. Supero la prima salita tosta del percorso e riprendo ad andare tranquillo, c’è un bel tratto in piano ora e le poche curve sono tutte abbastanza ampie. La collina su cui si sviluppa la pineta si affaccia sul golfo dell’Asinara, e da alcuni tratti è possibile vedere il mare. Correre qui mi fa sempre stare bene, sia che venga per fare un allenamento tranquillo sia, come oggi, per tirare un pochino di più. Arrivo ai due terzi circa dei km previsti senza quasi rendermi conto. L’orologio al polso ha scandito scatti, riposi ed allunghi e io, come un automa preimpostato, ho seguito i bip di avviso senza battere ciglio. Sono immerso nei pensieri su cosa succederà domani, sto pensando a quale sia il percorso migliore e se sia meglio andare al mattino o nel pomeriggio.

Arrivo a casa, l’allenamento è andato bene e sono molto contento del tempo medio che è venuto fuori. Dopo cena mi metto al pc, apro le mappe online e cerco di costruire trenta chilometri di strada da fare. Non trovo grandi alternative se non quella di seguire la strada litoranea che arriva fino al paese vicino, superare il quindicesimo chilometro e fare dietrofront. C’è un grande vantaggio ed un grosso problema. Il vantaggio è che a partire dal terzo chilometro il percorso è quasi tutto in piano, ma il grosso svantaggio è che è praticamente rettilineo. Temo di annoiarmi a morte, o di stufarmi di correre. Ma non ci sono grandi alternative, se non fare un giro che prevede troppe salite e discese impegnative. Punto la sveglia e vado a dormire.

La colazione di un matto che si prepara a correre per trenta chilometri prevede caffè, cornetto alla crema, pane e marmellata e un succo d’arancia. Nello zainetto che mi accompagna quando faccio i “lunghi” sistemo un litro d’acqua e un po’ di caramelle alla frutta. È una giornata splendida, il cielo è di un azzurro incredibile e c’è un soffio leggero di vento che è piacevole sentire sulla pelle. Parto.

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Ogni tanto butto l’occhio sull’orologio, sono nella media perfetta e non posso che essere soddisfatto. Corro i primi chilometri godendomi ogni metro, il passo suggerito da Charlene è tra i 4’25” e i 4’35”, ed io sto andando a 4’30”. Arrivo al giro di boa del quindicesimo chilometro con addosso una serenità d’animo che non mi aspettavo. Gli scatti di ieri sono stati utili, hanno messo nella giusta tensione il fisico e i muscoli stanno rispondendo bene. Supero il ventesimo chilometro, ho corso per un’ora e mezzo senza troppi problemi e sono riuscito a bere ogni cinque/sei chilometri tirando fuori la borraccia dallo zainetto. Passo la mezza e arrivo al tratto di strada che conosco bene. Qui vengo spesso, è uno dei percorsi che prediligo quando voglio fare quindici o sedici chilometri un po’ tirati, visto che se si escludono quattro-cinquecento metri di salita impegnativa sulla via del ritorno, il resto è tutto in piano.

È uno di quei percorsi che si fanno quasi ad occhi chiusi, e ad ogni passo sai bene quanta strada manca all’arrivo. Ho la mente totalmente vuota, adesso. È la sensazione che mi fa tanto amare il correre, il prendermi questo tempo in cui sono solo con il mio corpo e in cui ho pochissimi pensieri con me, quasi tutti legati all’atto stesso dalla corsa che sto compiendo. Quando inizio a correre e stacco il cordone ombelicale che mi tiene attaccato al resto del mondo, tutto ciò che è successo e tutto ciò che succederà al termine della corsa hanno una valenza secondaria, e contano soltanto il mio respiro e la cadenza del passo che mi fa avanzare sulla strada.

Ora mancano circa quattro chilometri, per arrivare a casa e ritornare nel mondo reale. Ho dato l’ultima sorsata d’acqua pochi minuti fa, e ho finito le caramelle alla frutta. Inizio a sentire una strana sensazione, e non è quella di vuoto buono che amo. Guardo le mie gambe sollevarsi e muoversi sull’asfalto, ma comincio a non essere tanto sicuro che stiano facendo il loro dovere come vorrei. Controllo l’orologio, sono ancora in media, forse è solo una sensazione dovuta alle prime avvisaglie di stanchezza. Forse dovrei fermarmi un attimo a riprendere fiato, ma temo di non riuscire a ripartire. Continuo ad andare con le gambe che mi sembrano di legno, ma che stanno comunque tenendo un passo più o meno costante. Ho fatto quest’ultimo chilometro in 4’40”, un po’ più dei precedenti ma non mi stacco troppo dal ritmo medio previsto. So bene che non dovrei pensarla così, ma in questo momento il mantenere un’andatura costante è l’ultimo dei miei pensieri, e capisco che c’è qualcosa che ho sbagliato.

Forse ho preso alla leggera l’ultimo tratto e ho approfittato troppo bevendo tutta l’acqua, o forse mi sono fidato troppo del ritmo medio previsto da Charlene. Sarebbe bello avere dell’altra acqua o delle altre caramelle. Ho quasi finito il ventottesimo chilometro, e ci ho messo venti secondi in più rispetto alla media, che intanto aumenta di un pochino. Vedo la salita che segna il limite del chilometro e mezzo finale, devo fare quattrocento metri guadagnandone una trentina in altezza. È una salita bella tosta che di solito mi spezza un po’ le gambe e stavolta non è da meno, anzi. Arrivo in cima con il cuore che rischia di scoppiare, penso che no, così non va assolutamente bene. Guardo l’orologio e tiro un sospiro di sollievo. Incredibilmente sono ancora nella media, anche se ormai sono proprio al limite. Ma ora c’è un pezzetto di discesa e poi è piano fino a casa.

Ogni saltello sull’asfalto è un automatismo a cui non faccio caso, e l’ombra del mio corpo sulla strada non sembra nemmeno appartenermi. A quanto sto andando ora? Non riesco nemmeno a girare il polso per controllare il passo sul display, ma mi importa poco. Ho fatto qualche errore di valutazione, ormai ne sono certo. La prossima volta dovrò curare meglio l’alimentazione nei giorni precedenti al lungo, o forse non strafare negli allenamenti veloci. Penso soltanto che sto per terminare, e che tra poco potrò bere.

L’orologio suona. È il bip che sancisce il traguardo dei trenta chilometri. Corro per altri duecento metri e arrivo di fronte a casa. La media è dentro i limiti previsti, anche se tende al limite maggiore. Cerco di fare un calcolo veloce su un ipotetico tempo di arrivo al traguardo della maratona, e anche nelle ipotesi più buie dovrei terminare entro le tre ore e mezza previste dalla tabella. Questo mi tranquillizza un po’. Faccio qualche minuto di stretching, provo a sciogliere al meglio i muscoli e sotto la doccia alterno sulle gambe acqua calda e fredda per favorire la circolazione.

Dopo pranzo mi metto al computer e controllo il percorso fatto. Per ventisei chilometri ho corso bene, non ho sentito stanchezza e mi sono divertito. Gli ultimi quattro sono da migliorare, invece. Per la prima volta dopo tanto tempo ho male alle gambe. Charlene mi rincuora dicendomi che domani avrò un giorno di riposo dalla corsa. In altri tempi avrei pensato fosse un dispetto, ma ormai ho capito che riposare è essenziale, in certi casi. Marzo sarà un mese molto impegnativo, bisognerà affrontarlo con la giusta predisposizione ma soprattutto con la giusta energia. Metto nella lista della spesa delle caramelle alla frutta, ne porterò qualcuna in più con me la prossima volta.

Charlene sogghigna nel suo cantuccio, pensando che tra una settimana dovrò correrne trentacinque.

[CONTINUA…]

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