Di quella volta che Charlene è stata fiera di me

La prima mezza, dopo una maratona, porta con sé un grande carico di sicurezze e altrettante insicurezze. Ma non si corre mai da soli, e tutto passa.

Ho pensato, nei giorni successivi alla Maratona di Roma, che sarebbe stato difficile riprendere a correre e scrivere di corsa senza pensare a quella che è stata l’emozione sportiva più grande della mia vita. Ma capita, correndo a piedi (e nella vita di tutti i giorni non dovrebbe essere tanto diverso) di meravigliarsi anche dopo quella che avevamo archiviato come l’esperienza più emozionante in assoluto. E capita per quelle piccole grandi cose che nemmeno ti aspetti accadano.

Chia è una località turistica del comune di Domus De Maria, nel sud della Sardegna. È celebre per alcune spiagge meravigliose (quella di Tuerredda ad esempio) e per la Laguna in cui vivono, praticamente stanziali, numerosi fenicotteri rosa. Qui, da qualche anno, si corre una spettacolare mezza maratona e nel 2016, il 24 Aprile alle 9:30, è previsto lo sparo per la quinta edizione.

Io mi trovo nel gruppo di testa (è la prima volta che non parto dalle retrovie) e conto di migliorare, o quantomeno di mantenere, il tempo fatto nella scorsa edizione, che è stata la prima mezza maratona a cui ho partecipato da “atleta”, visto che le corse fatte quando vivevo in Norvegia non prevedevano né tesseramento con un ente sportivo né una visita medica preliminare. Ma questa è un’altra storia. Bene, siamo nel gruppo di testa dicevo, il cielo è sereno ma il maestrale si fa sentire, ci sono raffiche piuttosto forti e l’organizzazione ha qualche problema a mantenere dritti i gonfiabili dell’area partenza. Ho incontrato alcuni altri RunLovers del Club Facebook (sei iscritto, vero?), con cui abbiamo scambiato qualche parola e espresso i dubbi del caso sulla tattica da adottare in gara. La linea di pensiero comune è comunque una sola: divertirsi e portare a termine la corsa. Con me sulla linea di partenza c’è Agostino, abbiamo due tempi diversi in mente quindi a pochi secondi dalla partenza ci auguriamo buona fortuna e allo sparo partiamo ciascuno per la sua gara.

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Inseguo per i primi chilometri i pacer dell’ora e trenta, che nonostante fossi nel primo gruppo avevano già un bel po’ di distacco per la grande calca di gente allo start e, intorno al terzo chilometro, li raggiungo e mi affianco. Nell’ultima settimana avevo accusato un leggero fastidio lateralmente al ginocchio per cui, seguendo il consiglio del medico, non mi sono allenato per qualche giorno, e ho più di un pensiero a riguardo del ritmo da tenere in corsa. In più avevo ripreso a correre senza una tabella, visto che Charlene è scomparsa al termine della Maratona di Roma. Al momento comunque le gambe rispondono bene, e il ginocchio sembra andare d’accordo sul passo che sto tenendo.

Sto correndo coi pacers e so che devo soltanto cercare di stare con loro per fare un tempo migliore rispetto allo scorso anno. Siamo al primo dei due giri di boa del percorso, intorno al quinto chilometro. Superiamo il rifornimento e dal gruppo dei runners che corrono in senso opposto al mio e che stanno per fare la curva sento chiamare il mio nome. Una, due, tre, quattro volte. C’erano Andrea ed Elisabetta, che conosco e a cui ho ricambiato il saluto, ma non sono riuscito a capire chi fossero le altre due atlete che mi hanno chiamato (scoprirò dopo che erano Maura ed Annarita, anche loro del RunLovers Club – ti ho già chiesto se sei iscritto, sì?). Ho sorriso ovviamente, ringraziato e urlato anche io un “dai dai!”. Ad ogni modo, il loro incoraggiamento mi dà quella scarica di adrenalina sufficiente a farmi accelerare e staccare il gruppetto che corre con i pacer di qualche decina di metri. Il tanto che psicologicamente ti mette in sicurezza per farti pensare di terminare con il tempo che desideri. Faccio l’allungo con un ragazzo con maglia gialla e cappellino bianco. Quando incrociamo Guido, Daniela ed Agostino e ci scambiamo un incitamento, mi dice: “Suppongo tu sia Pietro, giusto?” “Eh sì – gli faccio – tu?” “Raffaele” “Prima volta a Chia?” “Prima mezza in assoluto, corro trail di solito” “Te la sei scelta bella tosta eh, che tempo vuoi fare?” “Voglio finire, non mi importa il tempo” “A questo passo stiamo sotto l’ora e trenta, ti sta bene?” “Non lo so se ce la faccio, al massimo ti lascio andare” “Vai tranquillo, che la finiamo insieme” “Se lo dici tu”. Facciamo qualche chilometro chiacchierando del più e del meno, del vento che oggi picchia davvero forte e dei duecento metri di dislivello positivo che ci aspettano con le salite e discese di fronte alle spiagge a partire dal dodicesimo e fino al diciottesimo.

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Intorno al decimo chilometro, poco dopo il rifornimento, entrambi tiriamo fuori un gel energetico e lo mandiamo giù con un po’ d’acqua. Il maestrale ci sballotta da una parte all’altra, ci rallenta e ci mette in riga, che tanto lui fa quel che gli pare e, senza quasi accorgercene, ci ritroviamo ad affrontare la prima salita. A me le salite non dispiacciono troppo, certo non le amo, ma solitamente riesco a tenere un buon ritmo e rallento solo di poco. Lui sembra uno stambecco. Dopo pochi secondi mi sta davanti di dieci metri, penso che ormai lo sto perdendo, e invece mi chiama per raggiungerlo.

“Vai vai!” gli dico, convinto che mi stia lasciando e stia andando in fuga. Invece all’inizio della discesa lo riprendo, perché correre in salita gli viene meglio che in discesa e in piano. Da un trail runner non potevo che aspettarmi una cosa del genere, in effetti. Nel breve tratto pianeggiante che ci separa dalla collina in cui c’è il secondo giro di boa siamo affiancati, e i nostri passi e il respiro vanno all’unisono. È una bella sensazione, abbiamo passato i due terzi di gara e stiamo andando a prenderci questa medaglia in squadra.

Due perfetti sconosciuti, fino ad un’ora prima. Alla fine della terza e ultima salita i pacers dell’ora e trenta ci hanno ripreso, noi abbiamo arrancato un po’ nel coprire questi ultimi sessanta metri di dislivello mentre loro sembrano freschi come rose. Ci stanno quattro o cinque metri davanti ora. Pazienza, vorrà dire che finiremo in un’ora e trentuno, poco ci cambia. Mancano tre chilometri al traguardo, e stiamo correndo in discesa. Il mio compagno di corsa mi dice di andare, che è al limite e non sa se riesce a tenere ancora questo ritmo per molto. Gli dico che ormai arriviamo insieme, e che ci facciamo pure gli ultimi cinquecento metri correndo al massimo. “Sono già al massimo!” – mi fa, e fa una breve risata a cui rispondo anche io.

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Il chilometro diciannove, come era già successo a Roma, è il “chilometro del sorriso”. Ci sono un gruppetto di ragazze che gli anglofoni chiamerebbero cheerleaders che ci invitano a fare un sorriso per la macchina fotografica. È quella carica che ti arriva quando ne hai più bisogno, e acceleriamo il passo, raggiungendo i pacers, che ci incitano ad andare ancora, di tirare fino all’ultimo. Ci proviamo. Manca un chilometro scarso, abbiamo raggiunto una ragazza (sarà la seconda classificata delle donne) e stiamo per terminare tutti insieme. Guardo l’orologio, siamo ben sotto l’ora e trenta ora e mancano meno di duecento metri. C’è una curva a gomito prima del traguardo, mi giro e Raffaele mi sta dietro di qualche metro. “Dai dai che è fatta, dai!” gli urlo, o una cosa del genere, e metto il piede sul tappeto rosso insieme alla ragazza che sta terminando con noi. Ci sono da fare trenta metri, o forse venticinque. Non sono iscritto a nessuna società sportiva, non vincerò di sicuro la corsa (a meno che non squalifichino tutti quelli davanti a me) e se dovessi lasciarle fare questi ultimi metri godendosi il secondo posto non ci perderei di sicuro nulla, quindi rallento leggermente, mi metto dietro di lei e taglio il traguardo con un metro e mezzo di scarto e con il suo stesso tempo, probabilmente lei al primo ed io all’ultimo decimo di secondo del cronometro. Raffaele arriva poco dopo di me. Ci battiamo il cinque, ci ringraziamo a vicenda, facciamo una foto insieme e ci diamo appuntamento a un’altra gara, quale non lo sappiamo ancora.

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Anche la ragazza arrivata con me mi dà il cinque, ci complimentiamo, lei è stata decisamente più brava di me visto che è arrivata seconda. Sorride che sembra l’espressione della felicità. Sono contento di non averle rubato la linea e di non averle sporcato la foto ricordo mentre taglia il traguardo, forse più di aver fatto il mio secondo tempo di sempre nella mezza maratona (in una gara con un percorso davvero tosto).

Nella folla, da un angolo in cui non riesco a riconoscere nessuno perché il sole mi acceca, mi pare di sentire Charlene chiamarmi e dire “Ben fatto, Maratoneta”.

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

3 COMMENTI

    • Grazie mille Martina! :)
      Mi sembri abbastanza determinata da poter andare ben sotto l’ora e trenta! Magari non scegliere Chia per provarci però! :D

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