Credi di saper nuotare? Non è così!

Il nuoto nel triathlon è molto diverso da quello in piscina. E non solo per l'utilizzo della muta. Vediamo insieme le differenze.

Il titolo, un po’ provocatorio, non è rivolto ai triatleti esperti ma a chi, per la prima volta, si avvicina alla triplice disciplina. Infatti tutti noi – chi più e chi meno – abbiamo seguito dei corsi di nuoto da ragazzino (o da adulto) e, mi spiace dirlo, sappiamo nuotare ma non abbiamo la minima idea di cosa significhi nuotare da triatleta.

Rispetto al nuoto che conosciamo noi, cambia soprattutto l’ambiente: la piscina non ha quasi nulla a che fare con le acque libere (nemmeno nella qualità, purtroppo). Cambia la densità, si aggiungono le onde e – nella maggior parte dei casi – cambia l’assetto perché nel triathlon si utilizza la muta molto frequentemente che, con le sue caratteristiche di galleggiamento, ci sostiene e ci tiene a galla. E, di conseguenza a tutto questo, cambia lo stile.

La respirazione

In piscina, la respirazione si effettua molto vicini alla superficie dell’acqua, generalmente con un occhio dentro e un occhio fuori. Ma se provi a farlo in acque libere, potresti trovarti a bere tanta tanta tanta (ho già detto tanta?) acqua. Nel triathlon infatti si tende a prediligere una respirazione più “alta” in modo da prendere una bella boccata di aria pulita, a volte ruotando la testa verso la parte frontale in modo anche da poter vedere in quale direzione stiamo andando.

La gambata

La spinta propulsiva data dalle gambe è importante ma non così influente come la forza nella bracciata. Per questo motivo, in piscina, quando si devono “limare secondi”, si tende a tenere una frequenza di gambata alta (4-6); nel triathlon invece si cerca di dare maggiore efficienza al movimento e conservare energie per le due frazioni successive è molto importante. Ridurre quindi la frequenza di gambata porta ad abbassare l’affaticamento degli arti inferiori e a ottimizzare il movimento nella trazione della bracciata.

La bracciata

Nel triathlon, per adattarsi alla presenza delle onde e agli urti con altri atleti, la bracciata non è particolarmente allungata e ci si concentra molto di più nel cercare di avere una frequenza elevata anziché un allungamento massimo. In questo modo la spinta propulsiva data dalle braccia sarà più costante e ci permetterà di recuperare l’impatto con le onde in modo più repentino.

Ma come si fa?

Il metodo più pratico – una volta che avrai imparato a nuotare bene in piscina – è quello di indossare la tua muta e tuffarti in acque libere per degli allenamenti specifici e non limitarti a farlo solo quando hai la gara.

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6 COMMENTS

  1. Io ho imparato a nuotare in acque libere (bello vivere in una cittadina sul mare) e non posso che confermare. Personalmente, ho “difficoltà” nel senso opposto. Nuotare in piscina mi viene molto difficile, non so se sia per la consistenza dell’acqua, la diversità nel galleggiamento o cosa, fattostà che non riesco a farmelo piacere, mi sento sempre un po’ “compresso”.

  2. Questo mi consola!! I pregi della nuotata in acque libere sono esattamente i difetti che L’allenatore master in piscina cerca di correggermi!!!! ?

  3. Bellissimo articolo Sandro! Mi veniva da ridere mentre lo leggevo perchè son tutte cose vere specialmente il bere tanta tanta tanta acqua!!

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