Basta parlare di running!

Un problema della corsa è che diventa una droga e quando qualcosa ti impedisce di praticarla ci stai male.

Un problema della corsa è che diventa una droga e quando qualcosa ti impedisce di praticarla ci stai male.
E se poi fosse un qualcosa che dura per sempre? Marco racconta la sua storia, che nella sua durezza è molto positiva. Grazie Marco!


Io, il casco e la corsa

Che palle! Oggi vi voglio parlare un po’ di me! Qualcosa di nuovo, almeno per voi.
Ho 48 anni, padre di 2 figli meravigliosi, marito di una moglie, punto. Dai scherzo… meravigliosa anche lei!
Da bambino ho fatto nuoto a livello agonistico, poi calcio dilettante fino alla terza categoria. Poi pesistica, quella che oggi chiamano body-building. A 18 anni avevo un bel fisico. Un po’ finto, ma bello.
Resistenza zero però.
A calcio ad esempio, correvo la metà degli altri. Ed in allenamento vomitavo sempre. Si lo so, vomita anche Messi, ma non c’entra nulla.
Correre e faticare per me è sempre stata una dannazione. Ho sempre pensato che le gambe servissero solo per poter frenare o accelerare in auto, premendo i pedali. Dai, sul divano si sta così bene! E poi con le gambe distese… ma perché mai bisognerebbe faticare per sentirsi un po’ d’aria al volto o vedere i panorami. Prendi la moto ed è uguale… si ora c’è il casco vabbè, ma è uguale.

Il casco

Il casco si è iniziato a mettere quando avevo la Vespa, forse avevo proprio 18 anni. Che dannazione stretti lì dentro, non poter più sentire il vento tra i capelli. E che prurito poi quando lo toglievi. Quello integrale poi ti faceva provare l’esperienza del palombaro. Fortuna che facevano gli “spagnoli”: caschi finti, poco più di una papalina. Ci mettevano anche la sigla E9, quindi omologati. “Si!… ma per i cinquantini!…”. “Beh io in Vespa vado ai 40 km all’ora, posso usare quello!”.
Poi però una sera, 20 anni fa, di marzo, il 22, ai 40 km orari decido di sfidare un autobus: lui è lì davanti a me, si ferma all’improvviso al buio, io non me ne accorgo, forse sto pensando alla riunione di condominio alla quale sto andando. E quindi decido di non frenare. Anzi non decido nulla. Lo affronto di testa come un ariete, proprio sullo spigolo.
Vince lui.
Io mi distruggo. Ah… se avessi avuto un casco integrale! Con lo spagnolo senti bene l’aria… eh già!
Uscirò dal coma farmaceutico una settimana dopo e dall’ospedale diversi mesi più tardi.
Il volto è un po’ diverso. Placche di titanio in testa, ho perso l’uso dell’occhio destro, anosmico al 100%, spalla lussata, diverse costole rotte. Ah: e la rotula rotta in sette pezzi: “Ma è la cosa meno importante”, mi dicono.
Comunque da allora lo sport che già per me contava poco, non conterà più nulla per molto tempo.
Poi 10 anni più tardi riprenderò col nuoto e con una finta pallavolo tra nostalgici delle partite adolescenziali.
Fino a due anni fa quando decido di provare con la corsa. “Sono proprio curioso di vedere cosa provano quelli lì che alla mattina presto vanno a correre!”
Prime uscite da qualche minuto. E sono già scoppiato. Devo capire, mi devo informare. Compro tutto allora. E leggo tutto. Tutto quello che c’è da sapere sulla corsa lo studio.
Mi compro scarpe, pantaloncini, magliette, tute, calze, cardio frequenzimetro, abbonamenti a siti e app. E allora poi vado col programma per principianti e miracolosamente supero la soglia dei 10 minuti di corsa! Poi saranno 15 e poi 20. Dopo 2 anni corro un’ora e mezza senza fermarmi. Faccio 12 km. Che traguardo! Impensabile…
E che bello!
Che bello esserci riuscito, ma che bello è correre!
I panorami sono diversi, e anche l’aria è più fresca. E poi non devi mettere il casco!
Io, il miglior copridivano di Genova che corro!?!… le mie prestazioni su FB sono applaudite con rispetto dai runner (con rispetto, perché effettivamente i tempi sono un po’ geriatrici…), ma sono commentate perplesse da chi mi conosce. “Marco, se non ti conoscessi potrei credere veramente che sia tu… ma ti conosco e quindi non è possibile”.
Corro.
Corro 3 volte alla settimana. Poi sono stanchissimo. E il ginocchio, quello rotto, scalda e scricchiola. Ma corro. È troppo bello!
Perdo anche la cognizione del tempo: solo la mia app mi ricorda che ho corso ieri sera e quindi stamattina è meglio riposare.
Corro. Il mio ginocchio si scalda sempre di più. Ma si può sopportare. Si, è vero, spesso non mi riesco poi a muovere dopo un allenamento, ma ho letto che sono tutti un po’ stanchi alla fine…
Corro. Quando corro non sento nemmeno che il ginocchio mi fa sempre più male. È troppo bello.
Riesco a fare un allenamento con mio figlio, uno solo, ma indimenticabile.
Corro.
Poi quasi decido di partecipare all’evento running della mia città: sarà ad aprile, un bel giro del centro cittadino. E allora cambio percorso e corro su e giù per le strade di Genova. Bellissimo.
Poi arrivo a casa e sento che forse ho esagerato. Mia moglie mi vede zoppicare e mi insulta: “Bravo!… continua così!… forse magari fare una corsa normale?”. Ma che ne sa lei di corsa, mi dico.
Poi però effettivamente sento male, molto male. Non riesco proprio a muoverlo sto maledetto ginocchio. Cazzo quanto fa male!

Non corro.
Non corro più.
Il referto dice: condropatia rotulea di 3° grado.

Porca la miseriaccia!
E allora penso a tutte le corse che non ho fatto, a tutta l’aria che non ho preso in volto, a quelli che mi dicevano che la rotula non è importante.
Penso a quante altre corse avrei voluto fare con mio figlio. E poi più avanti anche con mia figlia.
Penso alla mezza di Genova, agli amici che avrei voluto incontrare, alle scarpe che avrei voluto provare.
Tutto questo per dirvi una sola cosa: correte, correte, correte. Fatelo da soli, con gli amici, ma fatelo.
E come spesso accade si capisce il bello delle cose solo quando non si possono più avere.
Quindi correte, correte, correte.
Per me rimarrà solo il rammarico di aver scoperto la corsa tardi e un po’ acciaccato.
Volevo parlarvi di me e l’ho fatto. Ma forse vi ho parlato anche di running.

Marco Conti

(Photo credits Rob Milsom)

Altri articoli come questo

1 COMMENT

  1. Mi dispiace che tu non possa più correre. Ti auguro di trovare una fonte alternativa di emozioni. Un pensiero che fa riflettere su quanto diamo per scontato e non sappiamo godere di “piccole”cose.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.