Perché condividiamo sui social le nostre corse

Tempo di lettura: 2 minutiPremetto che non sono uno che condivide su twitter o facebook quanto ha corso e a che velocità. Non perché non abbia niente di cui vantarmi (non ho niente di cui vantarmi, in effetti), né perché non capisca il senso di farlo. Non lo faccio e basta: credo che non interessi a nessuno, semplicemente. Non è il genere di cose che mi piace condividere, forse perché per me, ironicamente forse, la corsa è una cosa molto privata e intima.

Detto ciò non critico chi lo fa. In genere non leggo proprio gli status del genere, ma quando mi capita non posso che calcolare la velocità. Guardo solo quella, perché è quello lo scopo, no?
Ne risultano le osservazioni del tipo: “Non c’hai niente di cui vantarti fratello” oppure “Ammazza oh ma t’hanno mai fatto l’autovelox?”.
Però credo che il motivo per cui condividiamo questi frammenti (numerici) di vita sia un altro.

È come farsi una foto

Credo che chi condivide i suoi status di Runkeeper o Nike+ o quel che vuoi lo faccia con lo stesso spirito con cui si fa una foto. Raccogliendo quei dati e condividendoli fa la stessa cosa che farebbe pubblicando una foto del figlio o della cena. Anche quelli sono foto di un certo momento della sua vita. Forse teme di perderlo o di dimenticarlo e condividerlo con altri lo tranquillizza, gli dà una conferma del fatto che esiste.

È una cosa simile a quella che accade a chi fotografa compulsivamente la propria esistenza: il pranzo che ha mangiato, la strada per andare al lavoro, un selfie. Farsi vedere da altri – amici o conoscenti o anche sconosciuti – tranquillizza. Significa essere riconosciuti per ciò che si fa. Psicologicamente è come avere la conferma della propria esistenza.

Forse io non ho bisogno di queste conferme. Forse sono solo timido e non ho nessuna intenzione di rendere pubbliche le mie modeste prestazioni sportive. Ma capire perché altri lo fanno mi incuriosisce.

Disseminare briciole

Ricordi la favola di Pollicino? Ma anche Hansel e Gretel va bene. Per ritrovare la strada lungo il bosco dove l’han condotto i suoi genitori per abbandonarlo (e sapendo ovviamente che stava per essere abbandonato) Pollicino lascia cadere briciole in modo da ritrovare la strada di casa. Sui social lasciamo briciole di noi stessi per ritrovare una strada di casa che, credo inconsciamente, ci dovrebbe condurre a cosa noi siamo. Perché non sempre ci è chiaro. Raramente, a dire il vero.

Ma ti ricordi che fine fanno le briciole di Pollicino e di Hansel e Gretel? Il vento se le porta via, cancellando la strada di casa.

La si potrebbe leggere come una metafora moralista: l’astuzia viene punita. Oppure semplicemente come sfortuna. Io la vedo invece in un altro modo: quello che disseminiamo è ciò che siamo stati. Tornarci con la memoria ci ricorda da dove siamo partiti, ma ci dice poco di dove siamo diretti. Inoltre ci dice che la strada di casa non è quella che abbiamo alle nostre spalle, ma quella che abbiamo di fronte. La casa è ciò che saremo un giorno. Ma per arrivarci dobbiamo camminare. Oppure correre.

Per diventare quello che siamo destinati ad essere dobbiamo muoverci, andare avanti. Cambiare panorama, cambiare aria, metterci alla prova.

Gli status delle corse che abbiamo fatto ci dicono quello che siamo stati ma non quello che saremo.
Forse a me interessa più sapere quello che sarò e non quel che sono stato. Ma è perché non sono nostalgico forse. E non sono nemmeno uno che corre forte.

Sono uno che si muove sempre, però.

(Illustrazione di Charis Tsevis)

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Martino Pietropoli
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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2 COMMENTS

  1. Io condividevo all’inizio ogni corsa, nessuna esclusa. Forse perché la pubblicazione mi dava la prova che in effetti avevo corso per davvero!
    Non credo ci sia molta dietrologia nella
    Condivisione della corsa, ma solo un bisogno di dire a se stessi ed agli altri: CE L’HO FATTA.
    Non importa il dato numerico, la velocità (spesso risibile). Ma semplicemente il fatto in se’ di aver portato a compimento un allenamento.
    Perché chi non nasce runner, ma lo diviene per caso, spesso all’improvviso, resta incredulo di se stesso.
    Poi prende fiducia e smette di pubblicare.
    Perché ormai la corsa esiste, fa parte della sua vita e non ha ragione di dubitarne.
    Almeno per me è stato ed è così.

    • Che bella risposta. Grazie Luisa, penso che per molti sia davvero così. L’hai motivata perfettamente.

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