L’arte di fottersene

Quando corro divento una freccia: non nel senso che corro più forte o fortissimo (a quello c’ho rinunciato). Nel senso che mi faccio appuntito, meno largo, per penetrare meglio l’aria.

Non è solo il mio corpo che diventa una freccia. La mia mente fa altrettanto.

Cosa significa per la mente diventare una freccia? Significa essere chirurgica nel suo agire, avere un solo scopo, puntare ad un risultato, non perdersi in distrazioni.

Quando corri pensi solo a fare una cosa: correre. Puoi avere appena iniziato a correre e allora pensi a sopravvivere e a non morire soffocato perché ti manca il fiato.
Oppure se corri già da tempo e ti stai allenando per una gara pensi a dare il massimo nell’allenamento.

Poi c’è il mio modo di correre: quello di chi non prepara gare, quello di chi corre da anni, di chi non pensa a limare i suoi tempi, quello di chi gode a correre e basta. Perché quando corre medita e medita perché quando corre fa una sola cosa: correre.

L’arte del fottersene

In inglese si dice “not giving a fuck”: fottersene, semplicemente.
Cosa c’entra il fottersene con la corsa?
C’entra, eccome. Hai mai notato quanto più facilmente e beatamente te ne fotti quando corri?
Non parlo delle cose più importanti, dei problemi gravi che puoi avere, di quelli così complessi che non ci puoi far niente perché semplicemente non dipendono da te. Parlo dei problemi meno importanti, che non dovrebbero meritare alcuna attenzione ma che – incredibilmente – durante una normale giornata possono darti noia. Addirittura modificare il tuo umore. Cose tipo “Paolo mi ha salutato ma non sorrideva. CHE AVRÀ MAI? Che gli ho fatto?”. Oppure il passatempo-tortura preferito di questi ultimi anni: “La mia foto su Instagram non ha avuto i like che mi aspettavo. È sicuramente un complotto”. O mettici un post su Facebook. O il commercialista che ti ha chiamato e che devi richiamare urgentemente (quello è sicuramente un problema, ma correndo puoi allenarti a scappare – serve sempre).
Se ci fai caso, gran parte di questo tipo di problemi riguarda sempre e solo “come gli altri mi vedono”, “l’impressione che faccio”. Siamo abbastanza ossessionati dall’impressione che facciamo. Vorremmo sempre fosse buona, chiaramente.

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A cosa pensiamo quando corriamo

Quando corriamo invece non pensiamo ad altro che a quello che facciamo, contrariamente al resto del giorno quando lavoriamo e pensiamo a tutto fuorché a lavorare. Correre naturalmente ti porta a concentrarti: per fare decentemente quello che stai facendo e anche perché il tuo corpo si sta facendo sentire così potentemente che non puoi che prestargli attenzione.
Ed è estremamente salutare tutto questo: porta una pulizia mentale che è fondamentale per non far girare il cervello come un disco rotto sugli stessi banali, inconsistenti problemi tutto il giorno.
Spesso anzi non considerare un problema o dargli la giusta priorità ti permette di risolverlo. O di ignorarlo pure: fottersene non significa far finta che i problemi non esistano. Significa averli valutati e aver deciso che non meritano attenzione.

Ne vale la pena?

Vale la pena insomma di essere di cattivo umore per qualcosa?
Io faccio così: osservo con attenzione mentre corro quali problemi mi vengono in mente. In genere – quasi sempre – non sono mai le piccole cose che mi danno noia durante il giorno. Perché sono focalizzato e perché penso solo alle cose veramente importanti.
Quindi correre non fa solo bene al corpo ma fa altrettanto bene alla mente: la scarica da pensieri inconsistenti e gli dà la giusta dimensione. Relegati in un angolino del cervello, a dar poco o nessun fastidio.
Quando corriamo facciamo una sola cosa: iniziamo a correre, corriamo, finiamo di correre. Quante cose iniziamo, facciamo e finiamo in una giornata? Pensaci: pochissime. Molte restano fatte a metà, altre quasi concluse. Una corsa deve essere conclusa.

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Ecco un’altra metafora rappresentata dalla corsa: quella di una vita ideale ma possibile, in cui inizi le cose e le finisci, in cui dai la giusta priorità e importanza ad ognuna.

Ideale, ma non impossibile. Basta che pensi come pensi quando corri. Quando ogni minuto è importante perché ti avvicina alla meta: a finire una corsa, a finire una cosa. A pensare solo a quel che conta. E a fottertene del resto.

(Photo credits from Flickr by Jonathan Rolande)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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