La ragazza in mezzo al mare

Ho 8 anni e mi piace correre. Corro per strada, corro con le vecchie scarpe che hanno usato anche i miei fratelli, corro nel vecchio stadio anche se è quasi distrutto, corro dappertutto ma sulla spiaggia no, perché lì sparano.

Ho 10 anni e ho appena vinto una gara di 7 km a Mogadiscio. Ho battuto anche i maschi. Sopra il mio materasso, in camera, ho la foto di Mo Farah. Correre è il mio sogno. Mio papà mi ha regalato delle scarpe nuove e una fascia bianca.

Ho 15 anni e continuo a correre. Mi alleno di notte, mi alleno di nascosto, perché c’è la guerra civile qui in Somalia e perché sono una ragazza in un paese che sta diventando fondamentalista. I 100 e i 200 sono la mia passione. Vinco spesso, ma voglio di più, voglio correre meglio, più velocemente.

Ho 17 anni e il comitato olimpico nazionale mi ha chiesto di andare a Pechino e correre per la Somalia. Sono senza parole, sono felice. Non sono mai salita su un aereo, non sono mai stata in un albergo. Correrò anche per tutte le altre donne somale. Arrivo ultima nella mia batteria, ma tornerò. Tornerò a Londra 2012 e lì non sarò ultima.

Ho 19 anni e continuo a correre anche se è sempre più difficile. Il mio paese è diventato triste e cupo, c’è poco da mangiare, c’è sempre più paura, gli amici spariscono. Ho trovato un allenatore in Etiopia disposto a prepararmi. Parto con un visto temporaneo in attesa che la Somalia mi mandi i documenti per la permanenza.

Ho 20 anni e voglio ancora correre. La Somalia non ha mandato i documenti e sono diventata una clandestina. Non posso più rimanere in Etiopia. Devo trovare un allenatore in Europa perché correrò a Londra 2012. Attraverso l’Etiopia, il Sudan, la Libia insieme a tanti altri. Viaggio ammassata in jeep, in container sigillati, viaggio a 50°C per settimane, viaggio con una sporta di plastica dove ho dei vestiti e la mia fascia bianca. Mi danno poco da bere e ancora meno da mangiare, mi minacciano, mi imprigionano, ma io sono fortunata perché a ogni tappa riesco a farmi mandare dei soldi da mia sorella in Finlandia e così vado avanti. Vedo tanta morte, tanta cattiveria, tanta disperazione. Ma io voglio correre.

Sono Samia Omar Yusuf (1991 – 2012): sono nata sul mare e sono morta in mare, a meno di 70 miglia da Lampedusa.
Questo è il suo video di Pechino 2008, corsia 3, leggings neri, t-shirt e l’immancabile fascia bianca.

La prossima volta che esci per una corsa, dedicale un pensiero, un saluto, un sorriso.

Il mio post vuole solo essere un tributo rispettoso e commosso per questa atleta. Se vuoi approfondire la sua storia ti consiglio questo libro:” Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella , edizioni Feltrinelli. Molto bella è anche la puntata de “La Tredicesima ora” che Carlo Lucarelli le ha dedicato.

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