Edwin Moses, nove anni, nove mesi e nove giorni senza mai perdere

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Ricordo che una volta stavo guardando un programma sportivo sulle olimpiadi di Londra, il conduttore stava introducendo la finale dei 100 metri piani che si sarebbe svolta di li a poco. Descriveva la prova come una gara bellissima, probabilmente la più bella delle olimpiadi. Chiese ai giornalisti se fossero d’accordo ma (per fortuna aggiungo io) in molti dissentirono. Mi colpì, e mi sorprese, in particolare il commento di uno di quei giornalisti il quale sostenne che, se doveva scegliere una gara da vincere alle olimpiadi, non aveva dubbi su quale fosse la più bella di tutte: i 400 ostacoli. I 400 ostacoli sono un tipo di gara che unisce alla durezza dei 400 metri, il giro di pista che viene anche definito Giro della morte, la tecnica legata a 10 ostacoli da superare durante la gara. Una disciplina dove forza, agilità e tecnica si combinano probabilmente come in nessun’altra disciplina del panorama dell’atletica leggera. Ecco, interessato alla cosa feci qualche ricerca e ne uscì un nome che avevo già sentito nominare ma che ricordavo più per un giuramento balbettato malamente in mondo visione che per la sua straordinaria carriera sportiva, perchè nella storia di questa disciplina un nome emerge su tutti ed è quello di Edwin Moses.

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Gli inizi

Edwin Moses nacque negli USA nell’agosto del 1955 e, come spesso accade negli states, scoprì l’atletica una volta giunto al college. Inizialmente partecipava a discipline senza barriere, gli capitò soltanto una volta, quasi per caso, di correre i 400 ostacoli. Era il 1975 e da quel momento la carriera sportiva e la vita di Moses sarebbero stati per sempre legati a quella gara.
L’elemento tecnico che portò Moses a concentrarsi su questa specialità fu quello dei famosi 13 passi. Tanti (o sarebbe meglio dire “pochi”) ne bastavano all’americano per percorrere la distanza tra un ostacolo ed il successivo. Una caratteristica che lo differenziava dai suoi rivali e che gli permetterà di essere il dominatore della specialità per gli anni a venire.

Le olimpiadi di Montreal e l’inizio del dominio

Il primo grande riconoscimento di Moses a livello internazionale arrivò nel 1976. L’atleta americano si qualificò per i giochi olimpici e, il giorno della finale, sbalordì il mondo conquistando il titolo con il nuovo record del mondo di 47” e 63. Quella vittoria non bastò di certo a colmare la voglia di vincere di Moses che, anzi, si dedicò con maggiore impegno a migliorare la sua tecnica. Nel 1977 migliorò ulteriormente il suo record del mondo abbassando il tempo a 47” e 45 e vinse quasi tutte le gare cui prese parte. L’unica eccezione fu una gara svoltasi a Madrid il 26 Agosto. In quell’occasione Moses arrivò secondo preceduto dal tedesco Harald Shmid.
Una data da ricordare il 26 Agosto del 1977, da quel momento, per quasi dieci anni, Moses non perse mai più una gara!
Negli anni successivi Moses continuò a dominare la scena. Dovette saltare le olimpiadi di Mosca, a causa del boicottaggio da parte degli USA, perdendo così l’occasione di agguantare la seconda medaglia d’oro olimpica. Nel 1983 si svolse il primo campionato mondiale di atletica. Moses, manco a dirlo, vinse la sua gara ma fu un’altra la gara simbolo di quella stagione, quella in cui stabilì il nuovo record del mondo col tempo di 47” e 03, record che resistette fino alle olimpiadi di Barcellona del 1992.

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Le olimpiadi del 1984 e il famoso giuramento

Nel 1984 si svolsero le olimpiadi di Los Angeles. Moses ebbe finalmente la possibilità di conquistare il suo secondo oro olimpico ma, oltre alla vittoria olimpica, Moses si fece notare per un’altra vicenda. Come atleta simbolo del paese ospitante fu scelto per tenere il giuramento olimpico nella cerimonia di apertura. Preso dall’emozione Moses si bloccò e riprese il giuramento dall’inizio per tre volte prima di riuscire a portarlo a termine.
Il dominio di Moses si concluse il 4 giugno 1987 quando, 9 anni 9 mesi e 9 giorni dopo Moses tornò a prendere parte ad una gara senza vincerla. Un dominio senza eguali nella storia dello sport basti considerare che collezionò 178 vittorie su 187 gare disputate e gran parte delle quali quando si trovava a fine carriera.
Mi chiedo cosa passasse per la testa ai suoi rivali quando si trovavano a gareggiare contro di lui già sapendo, sin dal principio, di poter lottare solo per il secondo posto.

(Image credit: http://www.stretchdc.com/)

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Giacomo Gobbo (detto Jack Lucarelli): di giorno veste i panni di un comune impiegato del catasto (o qualcosa del genere), uscito dal luogo di lavoro si cambia all'interno di una cabina telefonica e veste i panni di un Runner. L'avvento dei cellulari gli ha complicato enormemente la vita in quanto non trova più cabine all'interno delle quali cambiarsi. E i parcheggi delle aree di servizio sono luoghi per scambisti quindi l'operazione risulta essere altamente pericolosa. Ogni tanto parte in missione per conto di diomede, suo vicino di casa, e va a correre maratone e gare di trail di lunghezza spropositata. Ha un'insana passione per le storie sulla corsa e tende a riproporle, anche qui dentro, conciliando il sonno del pubblico.

1 COMMENTO

  1. Articolo davvero bello, complimenti!
    La figura di Edwin Moses è stata e rimane davvero splendida, ma mi ha sempre colpito anche quella di Harald Schmidt, l’eterno secondo, sempre lì ad un passo (beh, forse anche più di uno…).
    Mi ricorda un altro tedesco, ma dell’Est, il rivale di Alberto Cova, Schildauer, che ricordo aver battuto il nostro solo in una gara di Coppa Europa.
    Quanti bei ricordi, comunque… certe sfide avevano davvero il sapore e il profumo dell’epica!

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