Correre nell’era del terrorismo

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Quella di ieri a Tokyo sarà una maratona ricordata per due motivi: perché Endeshaw Negesse ha battuto il campione olimpico Stephen Kiprotich in 2h06’00″ e perché  è stata la prima maratona ad essere corsa grazie ad un imponente apparato di sicurezza resosi necessario dopo la decapitazione del giornalista giapponese Kenji Goto da parte dell’Isis.

La tensione non era agonistica

Ieri insomma la tensione non era (solo) agonistica: il governo giapponese temeva che un evento di massa come la maratona di Tokyo, una delle Majors e soprattutto una delle più affollate, con più di 35.000 iscritti, potesse essere l’evento ideale per scatenare un attentato scenografico e su scala potenzialmente devastante.
La macchina della sicurezza prevedeva controlli con metal detector a campione, divieto di portare bottiglie sulla griglia di partenza, telecamere quasi ovunque e soprattutto la presenza di 64 poliziotti tra i 20 e i 40 anni che indossavano una maglietta bianca con la scritta “Police” ed erano “armati” di gas lacrimogeni e di vari strumenti di dissuasione. Una gara blindata insomma per salvaguardare l’incolumità dei suoi partecipanti ma che lascia un po’ l’amaro in bocca.

Dovremo farci l’abitudine

Sarà inevitabile che eventi sportivi del genere, soprattutto dopo le recenti minacce dell’ISIS e l’atroce attentato a Boston nel 2013, saranno sempre più presidiati e blindati, rovinando purtroppo l’idea che si tratti – come è e deve essere – di feste dello sport alle quali partecipano atleti straordinari e anche una grande massa di appassionati. Che vogliono esserci e spendersi e faticare per sentirsi parte di una folla gioiosa, amalgamata dalla voglia di fare la stessa cosa contemporaneamente, per testimoniare la bellezza della corsa e dell’idea di esserci, per quel motivo.
Una celebrazione che la cultura della morte vorrà sempre purtroppo oscurare. Perché la corsa è vita e la morte non la può tollerare.
Ma noi correremo. Sempre.

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(Photo Credits from Flickr by Naoki Nakashima)

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