Con gli occhi di un cefalo

Abbiamo ricevuto un po’ di tempo fa questo bellissimo racconto scritto da Paolo, veterinario siculo e membro attivo del nostro club, che parla dei diversi punti rivista che ci possono essere per la corsa e per chi corre. La pubblichiamo ora perché questo è il momento in cui è contestualizzata e perché è bellissima. Buona lettura!


Ma guarda che bella giornata di acqua calma, non si balla neanche un po’, nuoto che è una meraviglia, è tutta luce, sembra il tempo caldo nonostante sia il tempo freddo, si vede tutto benissimo, le alghe, i pesci, le case dei polpi. Ho davvero fame, ho proprio voglia di andare là vicino dove finisce il mondo, vicino quelle rocce dove stranamente l’acqua sbattendoci forma tutta quella bella schiuma bianca e io e i miei amici troviamo tante cose buone da mangiare. Lì, dove non capisco perché qualcuno di noi poi va su, esce veloce alto alto, non vedo dove va e non lo incontro più, ho voglia di andare. Sicuramente vanno in un posto ancora più bello. Beati loro.

Ma guarda quanti siamo, wow quante cose buone, mi passano tutti davanti per mangiare i pezzi profumati che cadono da sopra: ecco là, il solito pesce fortunato sta andando su! E li un altro ancora! Ora basta questo pezzettino è mio, lo mangio: sto andando su pure io!! Sono fuori dall’acqua. Ehi! ma chi mi tira? Cos’è ‘sta storia? Cos’è questo pesce strano che mi tiene stretto? Non l’ho mai visto prima, è troppo forte mi fa male, non riesco a muovermi mentre mi toglie di bocca quel delizioso pezzettino. No, non mi piace affatto. Mi è passata la fame, non mi piace per nulla, voglio tornare giù. E poi cos’è questo coso colorato con pochissima acqua dove mi ha messo? Non mi piace davvero per nulla, sto male, non respiro bene, mi sento venire meno. Ci stiamo spostando, dai o la va o la spacca do’ un colpo di reni e torno in acqua! No, questa non è acqua. Non l’ho mai vista, è duro e caldo qui, non respiro per nulla. Ma cos’è quel pesce altissimo che si avvicina veloce a me? È strano come quello che mi ha tirato su, mi prende anche lui, mi stringe, ma mi stringe senza farmi male, cerco di divincolarmi, ma lui niente non molla, stavolta è davvero finita sono senza più forze, vedo tutto annebbiato. Ma cosa?? Sono di nuovo in acqua! Respiro di nuovo! Wow. Devo farmi forza e scappare via. Chissà cosa mi è successo, ma di sicuro non mangerò per 3 luci almeno per la paura.

Che bella giornata di sole, sembra primavera nonostante siamo quasi a Natale. Manco vento c’è e pure caldo fa! Il mare poi…ma guarda che spettacolo. Ma che Terra straordinaria, che fortuna che ho! Ma del resto la mia terra siciliana, gioia e dolore della mia vita, da sempre mi fa vivere emozioni contrastanti: da una parte scoramento e delusione quando la vedo violentata dagli uomini, dall’altra gioa infinita, calde emozioni, profumi, sapori e suoni persi nel tempo quando la guardo dentro, senza gli esseri viventi bipedi a popolarla ed a sfregiarla. In una mattina di dicembre 2014 questi pensieri mi affollano la testa mentre allaccio meglio le stringhe, metto le cuffiette, accendo l’ ipod e mi appresto a fare un medio lento. Come sempre non ho ancora deciso l’itinerario, non cambierò mai del resto. Ok, lasciamo al caso e dove arrivo arrivo, guardo solo il gps: mi interessa solamente fare almeno 18 km a un passo dignitoso di non più di 5 min al km, Kipsang può dormire sonni tranquilli, non insidierò mai i suoi tempi. Almeno non oggi :-). Mentre corro a 4’50” vicino al lungomare sotto un tiepido e piacevole sole con Let her go di Passenger come sottofondo, decido di fare un giro nuovo: “allora… potrei andare di là… poi passo dal porticciolo di quel tranquillo borgo che dev’essere bellissimo stamattina, arrivo fino agli scogli e poi faccio il giro lungo per tornare. Sì, così va bene, andata!”

Intanto nel mio ipod parte Hallelujah di Elvis. Il porticciolo è davvero bello, un tempo era pieno di barchette in legno colorate, mi riporta ai tempi in cui, da bambino, con mio cugino giocavamo sugli scogli e cercavamo granchi. Ora, circa 30 anni dopo, ci sono per lo più scafi in vetroresina di qualche benestante e pescatori amatori con i loro secchi colorati affianco. Ma pensa te, certo capisco chi ci campa con la pesca – ma perché mai si pensa a togliere la vita a poveri pesci solo per divertimento – penso, mentre corro vicino a loro con Changes di Jack Savoretti nelle orecchie. E poi in una giornata così che è un inno alla vita ovunque guardi, cosa fai? Ti alzi prestissimo per andare a rompere le palle a creature inermi? L’uomo che creatura becera! Mentre ero immerso in questi pensieri che mi distraevano aiutato da The Fender 50th Birthday Celebration di David Gilmour, guardo il mio garmin: 4:30/Km, sto andando forte per i miei tempi, ma mi sento bene e accelero ancora per un chilometro, così almeno penso di meno. Ok tengo 4:20/Km fino alla fine di questo lungo rettilineo e non se ne parla più.

Dopo 5 minuti alzo compiaciuto gli occhi dal gps e da lontano vedo per terra, sull’asfalto già caldo, qualcosa che si muove ma non capisco cosa, sarà forse un uccellino. No, non è un uccellino, dev’essere una cartaccia che muove l’aria. No, non è nemmeno quella. Mi avvicino a falcate allegre e vedo un grosso cefalo che si dibatte lentissimo, mezzo morto, in mezzo alla strada e più avanti un pescatore grassoccio che camminava compiaciuto con un vecchio secchio giallo in una mano e una lunga canna da pesca nell’altra. Si è perso il pesce! Cosa fare? Semplice! Accelero ancora lo afferro facendo attenzione a non danneggiarlo, lo nascondo tra le pieghe della mia amatissima maglia tecnica e sverniciando il pescatore della domenica mi fiondo verso il mare correndo su affilatissimi scogli, pensando che stavo rischiando – a essere fortunato – una distorsione o un menisco, ma la buona fortuna era evidentemente dalla mia!

Passando vicino ad altri pescatori che guardandomi stravolti, mi avranno preso per pazzo, arrivo vicino al mare. Mi abbasso e lo rimetto in acqua, facendo attenzione ora a non scivolare in acqua io stesso. Spero di vederlo muoversi.

Sì! Ma vaiiiiiiii! È ancora vivo, si muove lento ma scappa via. Torna a correre in acqua, amico mio, buona fortuna, io torno a correre qua e pure forte, prima che mi arrivi un colpo di canna! Infatti, da sotto la mia sudatissima bandana, vedo tra gli scogli arrivare quel tipo col secchio giallo e di certo non voleva sapere che media di passo stessi tenendo! Con Blue Suede Shoes del mitico Elvis nelle orecchie mi lancio di nuovo a folle corsa tra scogli e spinosissime agavi e, mentre corro, rido di gusto a bocca aperta con le lacrime agli occhi, immaginando l’incazzatura di quel pescatore che si era visto soffiare quel bel cefalo e che tentava goffamente di corrermi dietro agitando la sua canna.

In realtà nella fretta dimenticai di sciacquarmi le mani e dovetti correre un’ora con puzza di pesce dappertutto, dalla bandana agli shorts, passando dalla faccia e dagli occhi. Ma sai che soddisfazione e che divertimento!

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