Tecnica Supreme MAX 2.0 W – La prova

Le Tecnica Supreme MAX 2.0 W, il maximal multistrada

Tempo di lettura: 4 minuti

“E venne l’Era delle Maximal”. Potrei iniziare così a parlare delle Tecnica Supreme MAX 2.0. Perché all’Era delle Minimal non poteva che succedere quella delle Maximal, di cui queste Tecnica sono delle degne rappresentanti.

Innanzitutto, per chi si fosse sintonizzato solo ora, di cosa parliamo quando parliamo di maximal? Parliamo di una categoria di scarpe che traggono origine dalle minimal, mantenendo alcune caratteristiche e implementandone altre: hanno lo stesso drop contenuto (differenza tacco-punta) attorno o inferiore ai 6 mm, hanno la punta larga, portano il runner a correre di avampiede, quindi in maniera più natural, sono molto leggere. La principale differenza è che hanno della intersuole importanti. Molto importanti. Come queste Tecnica. Parliamo infatti di parecchi mm di gomma bella solida. “Ok correre natural ma perché farlo con pochissima gomma sotto i piedi? Facciamolo comodo” si devono essere detti tempo fa. Detto, fatto.

Anche gli ultrarunner vogliono stare comodi

I primi ad adottare questo genere di scarpe sono stati gli ultrarunner: negli USA quasi la metà dei concorrenti alle ultra ha scarpe di questo genere. Gente che di km ne fa a centinaia e che ha giustamente certe esigenze. Queste scarpe non sono una negazione del natural, semmai ne rappresentano una forma più evoluta. E non sono scarpe solo più comode (dato che hanno molta gomma sotto): sono più protettive, che è diverso.

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Che sensazione danno?

Strana. È molto strano indossarle, almeno nei primi momenti e camminandoci solo qualche metro. Ovvio che la confidenza arrivi in breve tempo e che durante la corsa non ci fai più caso. Però sei più alto da terra e non hai nessuna percezione del terreno e delle sue asperità. Sono scarpe che proteggono il piede in tutti i sensi. Trovandoti a correre su qualche decina di millimetri di gomma in più del solito puoi pensare di essere più instabile, ma tutto nelle maximal è più grande in proporzione: anche l’impronta della suola è maggiore, aumentando quindi la superficie di appoggio, l’aderenza e… la stabilità.

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Non semplicemente maximal

Le Tecnica Supreme MAX 2.0 sono pure qualcosa di più del maximal: sono delle maximal da trail. Quindi: più protezione (specie nel puntale, per proteggere le dita dei piedi) e suola con più grip per affrontare le più diverse superfici. L’intuizione di Tecnica è perfetta dal punto di vista logico: quali sono le superfici più ostiche che un runner possa incontrare? Quelle del trail: sentieri, ghiaia, ghiaioni, erba bagnata, fango. Proteggere bene la pianta del piede è la soluzione.

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Le scarpe multistrada

Come c’è la Ducati Multistrada, anche le Supreme MAX 2.0 sono scarpe molto versatili: le ho usate su strada, sui sentieri sterrati, sulla spessa erba bagnata della montagna di fine estate, sui ghiaioni. Le ho provate in piano, in salita e in discesa, in lenta ascensione e in discese a rotta di collo su strade sassose. A seconda della superficie e delle condizioni si comportano in maniera abbastanza diversa ed è per questo che darne un giudizio definitivo non è semplice.

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Su strada asfaltata

Grazie alla loro leggerezza è (quasi) come indossare una normale scarpa da running. Ma comoda. Davvero, è stupefacente ma non c’è quasi differenza.

Su strada sterrata

In salita e a seconda della consistenza della superficie si comportano bene. Purtroppo l’impronta molto più larga richiede pazienza e abitudine perché non è casuale urtare una suola con l’altra nella falcata, cosa non piacevole in salita e pericolosa in discesa.
Scendendo sono molto divertenti perché praticamente è come avere i piedi di un supereroe: potresti anche correre su delle lame di coltello e non ti faresti niente, attento però a tenere distanti i piedi l’uno dall’altro per non inciampare.

In montagna (bosco, erba, radici)

La suola tassellata non ha un grip eccessivo: se sulle superfici molto incoerenti non è un problema, su quelle più compatte come l’erba, le radici o il fango la sensazione è di non avere molto grip. Una scolpitura con tasselli più alti e acuminati forse le avrebbe dato quel tocco di aggressività che devi sentire in una scarpa quando ci stai correndo giù per una montagna.

Pro

  • Design originale
  • Leggerezza notevole
  • Protezione totale
  • Tomaia seamless (senza cuciture, ottima per le alte percorrenze perché non provoca irritazioni o vesciche)
  • Sorprendente comportamento su strada

Contro

  • Grip della suola non perfetto
  • Impronta molto larga, inevitabile per una scarpa maximal ma che richiede di farci l’abitudine per evitare di toccare l’interno delle suole in corsa
  • nessuna tasca per contenere i lacci o nessun sistema di allacciatura che contenga i lacci non esponendoli a rami, pietre ecc. su cui potrebbero impigliarsi
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Per chi sono le Supreme MAX 2.0

Premesso che le maximal bisogna provarle perché sono un’esperienza a parte, le Supreme MAX 2.0 sono per l’ultrarunner, per chi fa distanze importanti o anche per chi cammina molto/moltissimo. Tipo i nordic walker o chi fa del sano trekking. Sono comode, proteggono il piede e lo sollevano da buona parte del carico meccanico. E sono sorprendenti su strada asfaltata. E stradivertenti in discesa.

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IN BREVE
Comodità
9
Estetica
8
Calzata
8
Tomaia
8
Suola
7
Peso percepito
9
Protezione
10
Rapporto qualità/prezzo
7
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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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