Storia di una storia di corsa

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Annalisa Zannoni (detta Anne): lo sguardo che pietrifica, la voce che stordisce, i tentacoli che stritolano. Sono tutte caratteristiche...che non le appartengono. I tentacoli forse ma non ho mai guardato troppo bene. Anne vive in vari posti, basta che si trovino tutti sulla linea di partenza di una maratona qualsiasi. Di professione fa l'ottimista. Ha da tempo iniziato il suo processo di trasformazione in donna bionica, sostituendo con delle protesi fatte di sushi le articolazioni infortunate. E' a buon punto ma ultimamente si è fermata sul processo di bionicizzazione delle caviglie dove è richiesto del wasabi aggiuntivo. Presto però sarà ultimata e allora il suo progetto di conquista del mondo potrà continuare. E noi la seguiremo come in quel quadro dove c'era la libertà con le poppe di fuori (che però è di schiena e quindi tutti corrono per vedere cosa c'è davanti), anche se Anne è più pudica.

Tempo di lettura: 4 minutiDi solito chi corre, quando gli prende bene la storia dell’essere un runner, tende a scindere la sua vita in “prima che io corressi” e “da quando ho iniziato a correre” … che proseguono in epici poemi sui benefici della corsa e “ma quanto ero svantaggiato a non correre prima, ma meno male che ho iniziato” e blablabla.

Almeno in questo caso, mi tiro fuori dal coro, Dio vuole che prima di iniziare a correre fossi indaffarata a dare delle gran cannonate fuori campo a una palla bianca con una rete in mezzo, saltando come se avessi gli stivaletti con le molle.

Però rimango sempre affascinata da chi mi racconta la sua esperienza del prima e dopo. Forse perché sono sempre stata rapita da tutti i cartoni animati dove succedevano cose inspiegabili ma sempre fighissime, grazie a un oggetto magico, nella maggior parte dei casi ragazzine sfigatelle diventavano delle pop star salva-umanità di fama mondiale. La corsa mi pare funzioni un po’ così, come una magia che ti cambia dentro & fuori (magari senza farti venire i capelli viola eh) e così quando non posso correre (tipo adesso, ma direi che nell’ultimo anno faccio prima a contare i giorni che ho corso che quelli in cui sono stata ferma), le storie di chi corre alla fine diventano una linfa di quelle maledette. Perché aprono il tuo vaso di Pandora in corsa.

Tipo:

“Fuck, non posso correre.”

Leggo un tweet o vedo una foto su Instragram di un runner. “Ok, correte voi maledetti bastardi.”

Mi soffermo a leggere la didascalia della foto. “Oh, ma guarda che figata questa tipa qui che corre. Ma guarda questo invece che storia!”

È finita. Parto per la tangente e inizio a pensare a quando non correvo. A quando un po’ di anni fa…

Un’adolescenza sudata.

C’era un tempo in cui mi ero fissata che dovevo dimagrire. Avrò avuto 18 anni, ero paffutella, di quelle “paffutelle” che è la tua testina di adolescente a dirtelo e in realtà (scopri poi con il tempo) sei perfettamente in linea con le ragazze della tua età. E invece io ero fissatissima, che per essere “okay” dovevo essere un po’ più “sfilatina”, più longilinea.

La corsa allora voleva dire uscire in stagioni improbabili, ad orari improbabili con abbigliamenti improbabili, tipo: agosto, ore 4 del pomeriggio, k-way di quelli a cerata doppia e un obiettivo: sudare, sudare, sudare. Correvo su quello che in Romagna chiamano “rivalino”, l’asfalto rovente alla mezzogiorno di fuoco sotto i piedi, le balle di fieno che incrociavano i miei passi. E Sergio Leone che mi metteva su la playlist (sto scherzando).

Nessun pensiero, nessuna preoccupazione, se non perdere peso. L’unica ad averne era mia mamma, convinta che sarei finita prima o poi protagonista di qualche pagina di cronaca nera come “Diciottenne rapita da auto scambista sull’argine del Lamone” e che reputava il lungofiume faentino in pieno pomeriggio agostiano, come il luogo più malfidato e insicuro d’Italia. Embeh.

Ricordo vagamente che la mia sensazione “dopo corsa” era di sentirmi più leggera (te credo, con quello che sudavo). Mi disinnamorai molto velocemente: avevo davvero chiesto troppo a quel rapporto e non ne avevo avuto molto rispetto. Ci lasciammo, ma un po’ lo sapevo che ci saremmo incontrate nuovamente più tardi.

Avere venti anni (e qualcosina in più): la corsa loca.

Vennero poi gli anni del “faccio cose, vedo gente”. In giro su e giù per l’Italia come manco un camionista, mi ritrovai a voler fare attività fisica senza lasciare i miei stipendi ostaggi di palestre super patinate (o super bettole). Ci riprovo? Massì dai, che una chance la si regala sempre a tutti/e.

Purtroppo avevo ancora quell’attitudine all’ “usa e getta” un po’ da ragazzina, e attinsi di nuovo a piene mani dalla corsa, senza rendermi conto che nemmeno quello era il modo giusto. Corse lunghe, troppo lunghe, intervallate dal nulla cosmico di allenamento. Stavo di nuovo chiedendo senza dare e senza fermarmi a capire quello che stavo ricevendo. Come fare delle scorpacciate di endorfine e poi mandare tutto in vacca. Neanche così funzionò e la storia finì per andare nuovamente alla deriva, ognuna per la sua strada. In mezzo arrivò anche una macchina a spaccarmi un ginocchio  e a dividerci un po’ di più, ma questa è un’altra storia. Il mio essere inconcludente e scostante iniziava a darmi i nervi.

Fast & Furious. Anzi, solo furious.

Mi presi un altro po’ di tempo; forse dovevo ancora dare qualche botta alla palla e tirare qualche pugno, ma davanti al divieto di praticare thai boxe a causa della mia classica sfiga al piede (sissignori, il mio albero genealogico dice che ho discendenze dirette da Achille, quello delle sfighe al piede) pensai che forse ci potevo riprovare. Non c’è due senza tre, d’altronde.

Iniziai di nuovo il mio rapporto con un approccio: “mi piego ma nun mi spiezzo”.

“Se mi alleno, posso fare tutto, pure le maratone!” Vero, è stato così.

“Se faccio la maratona in tot tempo, allora posso farla anche in meno!” Ed effettivamente è stato così.

“Se corro tanto, e mi faccio male ma poi insisto, guarisco” No, non è così.

E alla fine…

Se c’è una cosa che ho imparato (o sto imparando) è:

“Se corro tanto e non ho rispetto di me, mi faccio male ed è meglio non insistere.

Se davvero mi piace così tanto correre, allora devo insistere nel rispettarmi e correrò di nuovo.

Devo imparare a saper non correre, per poter correre di nuovo.”

 

Probabilmente, non potrò mai raccontare una storia con l’incipit “Prima di correre ero …”

Ma sapete cosa c’è? Potrò sempre dire “da quando corro ho imparato che”.

E mi pare comunque una magia.

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8 COMMENTS

  1. Da quando corro ho imparato che la Samuel Adams è la birra di Boston. E tante altre cose ma questa è una delle più importanti.

  2. Anne, tu sei brava fortemente! Ogni volta che ti leggo, io mi ritrovo! Sempre avanti così Anne e di strada ne farai, ne faremo tanta! #neverstoptherun

  3. Bellissimo articolo…emozionato, forse perchè causa un fermo le sensazioni sono le stesse. mi dà forza per non abbattermi proprio sul più bello. Grazie

    • Cara! Sai che proprio ora che sono di nuovo infortunata da 2 mesi, mi hai dato lo spunto di leggere questo articolo che mi ero dimenticata … e non sai quanto bene mi ha fatto! Sono io che ringrazio te. E chiedo ad entrambe proprio quello che hai scritto tu … non molliamo! un abbraccio!

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