Perché i trail runner sono i più fighi del mondo

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Il vero runner lo vedi quando non può correre

Il fatto di non poter correre in questo periodo smette di farci essere dei runner?
Martino Pietropoli
Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 4 minutiPartiamo dal presupposto che tutti cerchiamo la felicità. Bene, se dicessi che ho trovato delle persone veramente felici vorresti sapere dove sono e come sono e cosa fanno e se non si drogano almeno, no?
Bene, io le ho trovate e sono reali, vere, umane e non si drogano: sono i trail runner.

Roba tosta

C’è chi corre in pianura, chi in città, chi fa le mezze e le maratone. E correre li aiuta moltissimo a mantenere un equilibrio interiore.
Poi c’è chi fa diventare questa passione un modo di vivere: sono i trail runner, quelli che corrono in montagna, quelli che una gara da 20 miglia è il minimo, ma che arrivano anche a 80, a 100 e pure di più.
Chiariamo subito: il loro non è un passatempo, una passione fra tante altre. È una filosofia di vita, è la loro vita, fatta di cose che ai più sembrano scomode (vivere di pochissimo, mangiare quel che c’è, fare moltissimo esercizio fisico, soffrire fisicamente – anche se in maniera controllata). Gente che 6 mesi all’anno gira in furgone per scoprire nuove cime, ci dorme dentro, si lava in torrenti di acqua gelida.

Un altro bel vivere

Detta così non c’entra niente con quello che la nostra società ci propone come vita ideale: belle macchine, vestiti, gioielli, viaggi, case stupende.
Loro hanno solo bei viaggi. Loro si svegliano solo nelle più belle camere d’albergo del mondo, tipo una tenda in mezzo allo Yosemite o sulle Alpi. Loro mangiano quel che c’è. Loro non viaggiano su jet privati ma con le loro gambe. Hanno una pelle segnata dal sole e dal sudore ma bella, non la pelle malata di chi si abbronza al neon e mangia alla scrivania. Per molti versi sono dei primitivi moderni: non fanno niente che non dipenda solo dalla loro autosufficienza: viaggiare, mangiare, dormire, vivere. Come dice Rickey Gates nel bellissimo “On the road” qui sopra, “Alla fine tutto ciò che hai sono le tue storie”.

I bisogni primari

Se chiedi a un trail runner qual è la sua dieta la risposta è quasi invariabilmente “Mangio di tutto, mangio quello che c’è”. Poi lo guardi, lo scruti, lo osservi e non puoi di certo dire che sia una persona trascurata o poco in salute: certo, mediamente magro (anche molto), eppure con gli occhi brillanti e curiosi di chi ha visto qualcosa, di chi ha cercato e ha trovato. E continua a cercare. I trail o gli ultra runner sono persone impossibili, folli, drogate ma felici. E trasmettono questa felicità.

La cognizione del dolore

C’è un’altra cosa che ti stupisce quando parli con loro: che non parlano mai di stanchezza o sforzo. Lo sforzo c’è, ci si sfianca a forza di correre ma si fa e basta, non c’è bisogno di parlarne. Come se ogni volta che vai in bici dovessi meravigliarti dell’equilibrio: ti stanchi, e allora?
Molti di loro (tipo Kilian Jornet, Emelie Forsberg, Ryan Sandes, Stevie Kremer, Ricky Lightfoot, Thorbjorn Ludvigsen, Philipp Reiter, Michel Lanne, Rickey Gates,  Gary Robbins) con cui ho parlato alla Advanced Week di Salomon a Limone del Garda non parlano nemmeno di tecnica, di scarpe, di gare o altro. Non ti ricordi nemmeno di cosa parlano ma come lo fanno: con lo stupore di chi ogni giorno scopre qualcosa ed è felice di quel che scopre. Anche solo un cibo nuovo o una pianta che non conosceva. Da una parte c’è chi parla di novità consumistiche (il nuovo cellulare, la nuova auto) con l’entusiasmo svogliato dell’ennesima volta, e dall’altra loro che parlano di cose piccole e comuni ma stupende nella loro naturalezza.

Un’idea di libertà

La libertà per loro è un dato acquisito: sono persone libere anche perché non hanno legami famigliari impegnativi o particolari responsabilità (è una vita molto solitaria e che non rende di certo ricchi). Sono dedite alla ricerca della felicità.
Spesso a RunLovers ci è capitato di pensare a loro quasi con invidia: fanno quel che vogliono per tutto il tempo che vogliono. Vedono luoghi stupendi. Sono i surfisti contemporanei: hanno un loro codice ma lo applicano in armonia con la natura, sfidandola ma rispettandola. Non la vogliono mai sopraffare. Ne sono parte e ne accettano le regole, spesso spietate.

La via della felicità

Non bisogna correre per 150 km per essere felici, certo che no.
Ma, al di là dell’aspetto fisico, perché queste persone sono felici? Per i litri di endorfine che hanno in circolo, certo. Perché vedono spesso cose stupende che noi vediamo solo in foto.
Ma soprattutto credo sia perché vivono di poco e, nella “irresponsabilità” della loro vita, dimostrano una grande saggezza nell’accettare le regole naturali. Respirano con il ritmo della natura e accettandola se ne fanno accettare. Muovendosi – fisicamente e mentalmente – hanno una direzione e scoprono ogni giorno qualcosa. Correre li sposta nella loro vita un passo più in là: ieri erano là, oggi qui, domani più oltre. Lo sentono e sanno di avere una direzione. Sanno che quel che fanno è quel che vogliono fare. Ne accettano le scomodità e la precarietà.
Hanno visto qualcosa lassù e domani se l’andranno a prendere, 2000 metri più in su, a 40 km da qui.

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(Photo credits Jordi Saragossa e Droz Photo)

 

 

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